Brignone regina senza tempo, Pellegrino infinito: doppio squillo azzurro alle Olimpiadi tra lacrime, rimonta e storia

A trentacinque anni, con un ginocchio che solo dieci mesi fa la costringeva a stringere i denti per il dolore, Federica Brignone riscrive la storia dello sci italiano. Dopo l’oro nel Super G, arriva quello nel gigante, la “sua” gara, quella che l’ha consacrata campionessa del mondo e che a Cortina diventa leggenda olimpica.

Ci sono giornate in cui lo sport smette di essere cronaca e diventa racconto epico. Il 15 febbraio 2026 è una di quelle date che restano incise. L’Italia si sveglia con l’oro ancora caldo del Super G e va a dormire con una doppietta olimpica firmata da Federica Brignone e un bronzo pesantissimo conquistato da Federico Pellegrino nella staffetta del fondo.

Sull’Olympia delle Tofane, Federica Brignone compie l’impresa delle imprese. Dopo il trionfo nel Super G, arriva anche l’oro nello slalom gigante, la sua gara del cuore. La valdostana scende in pista con una determinazione feroce. Prima manche impeccabile, seconda ancora più lucida: linee strette, aggressività controllata, ritmo costante. Non un’esitazione. Non un cedimento.

Settantasei atlete al via, ma il duello vero è con il tempo e con la pressione. Brignone parte forte nella prima discesa delle 10.00, chiude davanti a tutte e manda un segnale chiarissimo. Nella seconda, alle 13.30, non si limita a difendersi: attacca. La neve primaverile che aveva auspicato alla vigilia diventa la sua alleata. Ogni curva è un atto di fiducia, ogni passaggio una dichiarazione di superiorità tecnica. Quando il cronometro si ferma, la storia è scritta: secondo oro olimpico in pochi giorni, doppietta che la consacra tra le più grandi di sempre dello sci italiano.

Le lacrime arrivano senza filtro. Sono il peso della fatica, della riabilitazione, dei dubbi. Sono la risposta a chi pensava che il tempo potesse erodere talento e fame. Brignone, invece, dimostra che esperienza e coraggio possono spingere ancora più in alto. Le avversarie applaudono, consapevoli di aver assistito a qualcosa di raro.

Non finisce qui. In Val di Fiemme, nello stadio di Lago di Tesero, l’Italia del fondo trova una medaglia che mancava da Torino 2006. È bronzo nella staffetta maschile, ma vale come un oro per come matura. Davide Graz ed Elia Barp tengono la squadra agganciata nelle frazioni in tecnica classica, Carollo soffre contro il finlandese Ruuskanen ma limita i danni. Quando Federico Pellegrino prende il testimone per gli ultimi 7,5 chilometri a tecnica libera, l’Italia è quarta, con oltre venti secondi da recuperare.

Chicco non si scompone. Riduce il distacco metro dopo metro, si riporta su Niko Anttola, resta in scia e aspetta. Nell’ultimo chilometro cambia passo, un’accelerazione secca che spezza la resistenza del rivale. Braccia alzate al traguardo, terzo podio olimpico consecutivo dopo gli argenti individuali del 2018 e del 2022. È l’ultima passerella olimpica della sua carriera, e la chiude come aveva promesso: da protagonista.

La spedizione azzurra trova così una doppia firma in calce a una giornata memorabile. Da una parte la regina delle nevi che torna sul trono con un doppio oro da leggenda, dall’altra il capitano del fondo che trascina la squadra sul podio con una rimonta da manuale. Cortina e la Val di Fiemme parlano la stessa lingua: quella dell’impresa.