Carlo Conti arranca, ma neppure il presidente Trump fa il pieno: il discorso più lungo della storia perde il 12% di spettatori

Donald Trump

Se a Sanremo si discute di share e di picchi mancati, dall’altra parte dell’Atlantico non va molto meglio. Se Carlo Conti non ride Donald Trump piange. Gli ascolti televisivi del discorso sullo Stato dell’Unione di martedì sera hanno registrato una flessione significativa: 27,8 milioni di spettatori complessivi sulle principali reti, con un calo del 12% rispetto ai 31,45 milioni che avevano seguito l’intervento al Congresso nel 2025.

Il dato arriva dalle rilevazioni preliminari Nielsen, riportate da “The Hollywood Reporter”, e fotografa un pubblico meno compatto rispetto a dodici mesi fa. L’intervento, durato quasi due ore, è diventato il più lungo della storia recente per questo tipo di appuntamento. Un primato che però non si è tradotto in un primato di audience.

Le 27,8 milioni di persone che si sono sintonizzate hanno seguito il discorso sulle sette reti generaliste e via cavo più importanti: ABC, CBS, CNN, Fox News, Fox Network, MS Now e NBC. Il confronto con il 2025 è diretto, Trump contro Trump, anche se tecnicamente il discorso di allora non era uno “Stato dell’Unione” in senso stretto, essendo stato pronunciato all’inizio di una nuova amministrazione. La sostanza, però, resta: quasi quattro milioni di spettatori in meno.

Fox News, la rete più vicina al presidente e storicamente la sua preferita, ha guidato gli ascolti con 9,1 milioni di spettatori, distanziando nettamente ABC, ferma a 5,1 milioni. Il pubblico resta dunque polarizzato, ma numericamente più ristretto rispetto al passato recente.

Va detto che una flessione nel secondo anno di mandato non rappresenta un’anomalia nella storia televisiva americana. Dopo il primo discorso al Congresso tenuto poco dopo l’insediamento, anche Bill Clinton, Barack Obama e lo stesso presidente avevano registrato un calo di pubblico nell’appuntamento successivo. L’effetto novità si attenua, la curiosità iniziale si raffredda, e l’evento torna a essere un rito istituzionale più che uno spettacolo mediatico.

Le eccezioni non mancano, ma sono legate a contesti straordinari. George W. Bush nel 2002 parlò pochi mesi dopo gli attacchi dell’11 settembre, in un clima di mobilitazione nazionale che inevitabilmente ampliò l’audience. Joe Biden nel 2022 beneficiò invece di una situazione particolare: il suo primo discorso al Congresso era arrivato in ritardo, alla fine di aprile 2021, a causa delle restrizioni sanitarie durante il picco della pandemia di Covid, alterando così il confronto temporale con l’anno successivo.

Il dato di quest’anno racconta dunque una normalizzazione, ma anche un segnale per il presidente in carica. Il discorso, definito da molti osservatori un intervento fiume, non ha intercettato un pubblico più vasto nonostante la durata record e il tono fortemente politico. L’interesse televisivo, in un’epoca di frammentazione delle piattaforme e di consumo on demand, sembra meno disposto a concedere due ore filate alla liturgia del Congresso.

Il confronto con i numeri italiani è solo suggestivo, ma il parallelo resta. Anche negli Stati Uniti, come a Sanremo, la gara non è solo sui contenuti ma sui minuti davanti allo schermo. E il dato dei 27,8 milioni, pur imponente in termini assoluti, racconta che nemmeno un discorso storico per lunghezza è automaticamente sinonimo di platea record. Trump, ora, docet.