Tre milioni in meno. È il numero che rimbalza sulla stampa come una pallina da flipper: 3 milioni di teste perse, rispetto alla prima serata dello scorso anno. I dati diffusi oggi, dopo la prima puntata, parlano di una media intorno ai 9 milioni (poco sopra o poco sotto a seconda delle fasce considerate), contro il muro psicologico dei 12 dell’esordio precedente. E in un’epoca in cui ogni decimale diventa un caso politico, figurarsi tre milioni.
La domanda, inevitabile, l’ho girata direttamente a Carlo Conti: alla luce di un debutto definito da molti “lineare”, “compatto”, qualcuno ha osato “piatto”, c’è l’intenzione di correggere il tiro? Di inserire scelte autorali più spigolose, più sorprendenti? Insomma, si ha il coraggio di prenderne atto e di tentare qualche mossa strategica in corsa?
Conti non si è scomposto
«Quando un programma arriva a sfiorare i dieci milioni vuol dire che gli italiani hanno apprezzato», ha risposto, con quella calma da professionista che conosce il peso delle cifre ma anche la relatività delle polemiche. «Sono particolarmente contento. Le case discografiche mi stanno scrivendo che i brani sono già nelle prime trenta posizioni di tutte le piattaforme». Tradotto: il Festival non vive solo nella curva Auditel ma anche nelle classifiche streaming. E oggi le due cose dialogano, si contaminano, a volte si compensano. Ma la seconda non può negare la prima.
Il punto, infatti, resta. La prima serata è stata una sfilata di trenta brani. Trenta. In sequenza. Senza grande respiro narrativo. È un’impostazione che storicamente tende a comprimere il ritmo: se un terzo dei cantanti è poco noto al pubblico generalista – quello che fa lo zoccolo duro di Rai1 – il rischio di una percezione “uniforme” è dietro l’angolo. Non è una colpa, è una dinamica fisiologica. La scoperta musicale richiede attenzione, e l’attenzione televisiva, nel 2026, è merce rarissima.
Conti rivendica la serenità. «Mi aspettavo anche meno ascolti», ha ammesso. «Siamo andati in onda due o tre settimane più tardi rispetto al periodo solito, la controprogrammazione è diversa. È difficile paragonare un anno con l’altro». E ancora: «Non mi sono esaltato l’anno scorso per il record, non mi deprimo quest’anno. Ho fatto un prodotto che ha interessato quasi dieci milioni di italiani». Una linea coerente con il suo stile: niente trionfalismi, niente drammi.
Nel frattempo, dal punto di vista dello spettacolo, il cambio di passo è annunciato già per le serate successive: più momenti di intrattenimento, più incursioni attoriali, più varietà. Sul palco, nella seconda serata, arrivano nomi come Achille Lauro, Pilar Fogliati, Lillo Petrolo. L’idea è chiara: riequilibrare la densità musicale con segmenti di show. Un Festival meno monolitico e più “vario”, per usare un termine antico che in Rai resta sempre una bussola.
C’è poi il capitolo televoto
Qui la questione si fa più tecnica – e più politica. Nella finalissima a cinque, l’utente potrà esprimere un solo voto e non più tre come un tempo. Una scelta che ha acceso i social tra chi parla di “impoverimento” del peso popolare e chi invece vede un argine ai voti massivi organizzati dai fandom.
Claudio Fasulo, Vicedirettore Prime Time, è stato esplicito: «La nostra volontà è correggere, aggiustare il tiro e ottimizzare le procedure di voto. Un paio di anni fa è esplosa una bomba sul televoto, è inutile nasconderlo. Il tentativo è consentire a tutti di partecipare evitando fenomeni di voto compulsivo che ingolfano il sistema». Non è un mistero che il tema sia diventato centrale dopo le polemiche delle edizioni recenti. Limitare a un voto per utenza nella fase decisiva significa ridurre la leva dei pacchetti organizzati. Non cambia la percentuale di peso del televoto, ma ne regola l’intensità operativa.
E qui si torna ai famosi tre milioni. Sono un segnale? Sì. Sono una sentenza? No. Il Festival vive di cicli, di contesti, di concorrenza, di calendario. E vive di percezione. La narrazione della “serata piatta” può pesare quanto un punto di share. Ma è altrettanto vero che quasi dieci milioni di spettatori restano una cifra che qualsiasi prime time europeo guarderebbe con invidia.
Intanto, sul palco, Achille Lauro promette di “tenere” il pubblico con un momento musicale sulle note di “16 marzo”, e con, Conti a fianco, ribadisce di sposare il suo approccio quasi militaresco: «Qui c’è un generale, seguiamolo». L’ordine prima di tutto, l’orchestrazione come metodo. È il Festival contiano e baudiano: meno barocco, più lineare.
La domanda vera non è se tre milioni in meno siano un crollo. È se il pubblico di oggi, frammentato e multipiattaforma, sia ancora disposto a restare tre ore e mezza davanti a trenta canzoni consecutive. La risposta non la darà una polemica social. La daranno le prossime serate. Speriamo che per stavolta il buongiorno non si veda dal mattino.
di Lorenza Sebastiani







