Dopo il Venezuela ora trema anche la Danimarca: Trump rilancia sulla Groenlandia, tra minacce esplicite, post inquietanti e timori di un uso della forza

Donald Trump

Dopo il Venezuela, ora a tremare è la Danimarca. E con lei la Groenlandia, territorio autonomo sotto la sovranità di Copenaghen, finito di nuovo al centro delle mire di Donald Trump. Le ultime dichiarazioni del presidente americano, accompagnate da segnali politici e mediatici sempre più espliciti, hanno trasformato quella che per anni era sembrata una provocazione in una minaccia percepita come concreta. Il messaggio è chiaro: se con le buone non basta, l’opzione della forza non è più un tabù.

Il contesto pesa. L’operazione statunitense in Venezuela, definita da Washington “senza precedenti”, ha rappresentato per molti osservatori europei un punto di svolta. Non solo per il merito dell’azione, ma per il metodo: un intervento diretto, rapido, giustificato con la tutela degli interessi strategici americani. È alla luce di questo precedente che le parole di Trump sulla Groenlandia assumono un significato diverso. «Abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia», ha ribadito il presidente, aggiungendo che l’isola è “circondata da navi russe e cinesi”.
A Copenaghen la reazione è stata immediata. La premier Mette Frederiksen ha cercato di alzare un argine politico e giuridico: «Basta minacce. Il diritto internazionale è dalla nostra parte. E siamo nella Nato». Una frase che suona come un richiamo agli alleati, ma che tradisce anche una preoccupazione profonda: la consapevolezza che l’ombrello atlantico, da solo, potrebbe non bastare più a scoraggiare iniziative unilaterali di Washington.

Secondo Sune Steffen Hansen, uno degli analisti politici più ascoltati in Danimarca, il paragone con il Venezuela non può essere liquidato con facilità. «Le due situazioni non sono comparabili dal punto di vista formale: noi siamo alleati e membri della Nato», spiega. «Ma oggi vediamo una nuova filosofia nell’uso delle forze armate da parte di Trump rispetto al suo primo mandato. Non sappiamo dove questo porterà». È questa incertezza, più che una minaccia esplicita, a rendere il clima così teso.
In Danimarca l’ottimismo è merce rara. Per decenni Washington è stata il principale alleato di un Paese tradizionalmente più legato all’asse atlantico che a quello continentale. Ma qualcosa si è incrinato già nel 2019, quando Trump parlò apertamente di “comprare” la Groenlandia. All’epoca Frederiksen liquidò l’idea come «assurda». Oggi, a distanza di anni, quella parola non viene più pronunciata. Il tono è cambiato, e con esso la percezione del rischio.

Negli ultimi mesi i segnali si sono moltiplicati. La visita di Trump Jr. a Nuuk, la capitale groenlandese, è stata letta come un gesto simbolico ma non innocuo. A essa si sarebbero aggiunte, secondo fonti locali, operazioni più discrete, tentativi di penetrazione nella società e nella politica dell’isola. Tutto mentre la popolazione groenlandese continuava a ribadire una posizione chiara: nessuna adesione agli Stati Uniti. Alle ultime elezioni, solo un quarto degli elettori ha votato per partiti apertamente indipendentisti. La linea prevalente resta quella di un’indipendenza graduale, nel lungo periodo, con il sostegno del Regno di Danimarca.

A rendere la tensione ancora più palpabile è arrivato un episodio che, formalmente, potrebbe sembrare marginale. Katie Miller, podcaster e moglie del vice capo di gabinetto presidenziale Stephen Miller, ha pubblicato sui social un’immagine che mostra la bandiera americana sovrapposta alla sagoma della Groenlandia, accompagnata dalla scritta “Presto”. Un post che, in un altro momento storico, sarebbe stato archiviato come una provocazione di cattivo gusto. Oggi no.

La reazione danese è stata durissima. L’ambasciatore a Washington, Jesper Moeller Soerensen, ha risposto pubblicamente chiedendo «pieno rispetto per l’integrità territoriale» del suo Paese e ricordando che Groenlandia e Danimarca sono già parte della Nato. «La sicurezza degli Stati Uniti è anche la sicurezza della Groenlandia e della Danimarca», ha scritto, cercando di ricondurre la questione entro i binari dell’alleanza.

Ma il problema va oltre un post social. Trump non ha mai nascosto perché vuole la Groenlandia. Il territorio è ricchissimo di risorse minerarie strategiche e ospita la base spaziale statunitense di Pituffik, fondamentale per l’individuazione di missili a lungo raggio diretti verso gli Stati Uniti. In un’epoca di competizione globale con Russia e Cina nell’Artico, l’isola rappresenta un asset chiave. E Washington non fa più mistero di considerarla tale.

Il mese scorso Trump ha nominato il governatore della Louisiana, Jeff Landry, inviato speciale in Groenlandia. Un incarico che ha subito fatto infuriare Copenaghen, soprattutto dopo che Landry ha dichiarato di voler «rendere la Groenlandia parte degli Stati Uniti». Parole che hanno rafforzato l’idea di una strategia coerente, non di esternazioni isolate.

A Washington, intanto, anche alcuni ambienti tradizionalmente vicini ai repubblicani iniziano a esprimere inquietudine. Ex strateghi e commentatori hanno definito il post di Katie Miller “imperialista” e “inquietante”, avvertendo che, dopo il Venezuela, certe uscite non possono più essere minimizzate. Il confine tra propaganda e prefigurazione di un’azione concreta si è assottigliato.

A certificare il cambio di clima è anche l’analisi dei think tank. Jennifer Kavanagh, direttrice dell’analisi militare del centro studi Defense Priorities, ha ammesso di aver sottovalutato a lungo le minacce di Trump sulla Groenlandia. «Ora non ne sono più così sicura», ha detto. «Non sarebbe così difficile per gli Stati Uniti schierare qualche centinaio o qualche migliaio di soldati in Groenlandia, e non è chiaro chi potrebbe davvero impedirlo».

È questa frase a riassumere il nodo della questione. La Danimarca è un alleato Nato, ma la sproporzione di forze con gli Stati Uniti è evidente. La Groenlandia è vasta, scarsamente popolata, difficile da difendere. E in un contesto internazionale segnato dal ritorno della forza come strumento di politica estera, le garanzie giuridiche rischiano di apparire fragili.

In un’intervista recente a The Atlantic, Trump ha lasciato intendere che il Venezuela potrebbe non essere l’ultimo caso. «Abbiamo assolutamente bisogno della Groenlandia», ha ripetuto, insistendo sul valore strategico dell’isola. Parole che, a Nuuk e Copenaghen, suonano come un avvertimento più che come una richiesta.
La partita è aperta. E non riguarda solo la Danimarca. Riguarda l’idea stessa di alleanza, il rispetto dei confini, la credibilità del diritto internazionale quando entra in collisione con gli interessi strategici di una superpotenza. Per ora non ci sono truppe in movimento verso l’Artico. Ma il solo fatto che, per la prima volta, questa ipotesi venga discussa seriamente dice molto del tempo che stiamo vivendo.