Dossieraggi all’Antimafia, Striano spiava anche il Vaticano: i nomi cercati prima degli scandali e il sospetto di una rete che sapeva tutto in anticipo

Vaticano, Roma @lacapitalenews

Non bastavano i politici, i manager, i nomi eccellenti passati al setaccio come se le banche dati riservate dello Stato fossero un archivio personale da consultare a piacimento. Adesso nell’inchiesta sui dossieraggi alla Direzione nazionale antimafia si apre un fronte ancora più delicato, perché tocca il Vaticano, i suoi uomini, i suoi scandali finanziari e un sospetto che fa gelare il sangue: qualcuno avrebbe cominciato a scavare quando tutto era ancora coperto dal segreto, prima delle perquisizioni, prima delle esplosioni mediatiche, prima che i nomi diventassero patrimonio pubblico.

Il nuovo tassello riguarda Pasquale Striano, il tenente della Guardia di finanza già al centro dell’indagine insieme all’ex pm Antonio Laudati. La contestazione aggiuntiva, descritta nel capo 57 dell’atto, si concentra su presunti accessi abusivi effettuati tra il 2019 e il 2020 su figure poi finite, a vario titolo, nell’inchiesta vaticana legata al palazzo di Sloane Avenue a Londra. Ed è proprio la cronologia a rendere la vicenda potenzialmente devastante. Perché le ricerche, secondo l’accusa, sarebbero iniziate il 19 luglio 2019. Ma il Vaticano annuncerà le perquisizioni solo il primo ottobre. E i nomi coinvolti diventeranno pubblici il giorno seguente. In mezzo c’è un vuoto temporale che pesa come una confessione mancata.

I nomi del Vaticano cercati quando tutto era ancora segreto

La lista è pesante. Monsignor Mauro Carlino, Fabrizio Tirabassi, Caterina Sansone, il broker Raffaele Mincione, il consulente Luca Dal Fabbro, le società Odikon Service Plc e Sunset Enterprise, fino a Cecilia Marogna. Persone, ruoli, strutture, snodi di una vicenda che in quel momento non era ancora uscita dalle mura vaticane, o comunque non aveva ancora assunto contorni pubblici. Alcuni di quei nomi sarebbero poi entrati nell’inchiesta come indagati, altri come testimoni, altri sarebbero usciti dal fascicolo. Ma questo conta relativamente. Il punto non è come sono finiti dopo. Il punto è perché qualcuno li stesse già interrogando allora.

È qui che il caso cambia pelle. Perché non siamo più solo davanti all’idea di un abuso seriale di banche dati, già di per sé enorme. Qui emerge la possibilità che quelle banche dati venissero usate per intercettare in anticipo scandali destinati a esplodere. Come se qualcuno volesse vedere arrivare il terremoto prima che la terra iniziasse a tremare. E se davvero è andata così, allora il problema non è soltanto giudiziario. È istituzionale. È quasi strutturale.

La pm romana Giulia Guccione, che ha ricostruito il quadro accusatorio, ha già descritto il sistema come una voragine “mostruosa” per quantità di dati sottratti e “inquietante” per implicazioni. E il termine sistema non è affatto casuale. Perché ciò che emerge, capo d’imputazione dopo capo d’imputazione, non assomiglia alla devianza individuale di un funzionario troppo curioso. Somiglia piuttosto a una macchina. Una macchina che si alimenta di nomi, accessi, verifiche, interrogazioni, informazioni richieste e ottenute con una naturalezza che spaventa ancora di più della loro quantità.

Il sospetto più grave: sapere prima, colpire prima

Secondo l’accusa, Striano avrebbe usato le banche dati riservate della polizia giudiziaria come un jukebox. Un nome, una ricerca. Poi un altro nome, un’altra verifica. Un meccanismo ripetitivo, automatico, quasi compulsivo. Ma dietro questa immagine c’è qualcosa di più serio di una semplice metafora. C’è il sospetto che l’accesso alle informazioni non fosse fine a sé stesso, ma servisse a muoversi prima degli altri. Anticipare, conoscere, forse persino orientare.

È questa la parte più tossica della vicenda. Perché se qualcuno sapeva prima degli scandali, poteva usarli. Poteva venderli, trattarli, proteggerli, temerli, maneggiarli. Poteva costruire intorno a quelle informazioni un vantaggio. Politico, mediatico, economico o personale che fosse. Ecco perché il fronte Vaticano non è un’aggiunta marginale all’inchiesta principale. È uno snodo centrale. Perché tocca una delle vicende più opache e più sensibili degli ultimi anni, quella della finanza vaticana, e lo fa insinuando che qualcuno da fuori guardasse dentro quando ancora le porte sembravano chiuse.

Nel nuovo decreto compare anche con maggiore nitidezza un’altra figura, quella di Gabriele Spedicato, investigatore privato e titolare della Gladius Investigations, anche lui indagato. Secondo l’accusa avrebbe chiesto a Striano informazioni su aziende e comuni cittadini estranei ai grandi dossier. Anche qui il quadro si allarga e si fa più pericoloso. Perché suggerisce che il sistema non si limitasse alle grandi partite da prima pagina, ma potesse essere usato anche per richieste più minute, più private, più opache. È il passaggio che trasforma un abuso grave in un metodo potenzialmente disponibile, quasi a richiesta.

Non un archivio violato, ma un cuore dello Stato esposto

La sensazione, a leggere questo nuovo pezzo dell’inchiesta, è che il vero scandalo non sia ancora del tutto emerso nella sua interezza. Perché quando si parla di dossieraggi spesso il rischio è quello di abituarsi alla parola, di trasformarla in un’etichetta giornalistica buona per tutto. Ma qui il nocciolo è molto più brutale. Qui non c’è solo qualcuno che sbircia. C’è il cuore dello Stato che viene piegato a usi impropri. Ci sono archivi costruiti per proteggere la legalità che diventano strumenti di curiosità, pressione o vantaggio. E c’è, soprattutto, un confine che salta: quello tra potere di indagine e uso privato dell’informazione.

Il fatto che il fascicolo si stia avviando verso il tribunale non chiude affatto la vicenda. Semmai la rende ancora più pesante. Perché adesso non si tratta più solo di ricostruire quanti accessi siano stati fatti o chi sia stato spiato. Si tratta di capire a che cosa servissero davvero quei dati e quale fosse il livello di consapevolezza di chi li chiedeva e di chi li forniva. Striano si difenderà, come è ovvio, assistito dai suoi legali. Le accuse dovranno reggere al vaglio del processo. Ma il quadro che emerge già ora basta a porre una domanda enorme e imbarazzante per chiunque abbia a cuore la tenuta delle istituzioni.

Se i nomi del Vaticano venivano cercati prima che il caso esplodesse, allora qualcuno si muoveva su una linea di vantaggio che non avrebbe mai dovuto esistere. E se questo è successo davvero, non siamo davanti a un’anomalia burocratica o a una semplice deviazione individuale. Siamo davanti a un uso clandestino del sapere, alla privatizzazione del segreto, a un pezzo di apparato che smette di servire lo Stato e comincia a servire altro.

Il caso Striano, a questo punto, non è più soltanto la storia di accessi abusivi a una banca dati. È il racconto di una fame di informazioni che sembra non avere argini e che tocca il punto più sensibile possibile: sapere prima degli altri, sapere quando ancora nessuno dovrebbe sapere. E in un Paese come l’Italia, dove il confine tra potere, relazioni e sottobosco è da sempre più poroso di quanto si voglia ammettere, è forse proprio questa la parte più spaventosa. Non che qualcuno abbia spiato. Ma che potesse farlo con tale naturalezza.