Dubai, la fuga degli stranieri lascia indietro cani e gatti: tra abbandoni, richieste di eutanasia e animali feriti, esplode il dramma nascosto della crisi

C’è una guerra che non compare nei bollettini, non entra nei vertici diplomatici e non finisce nelle mappe con le frecce rosse dei telegiornali. È una guerra muta, domestica, fatta di ciotole lasciate vuote, trasportini abbandonati, collari stretti troppo forte e occhi che aspettano qualcuno che non tornerà. A Dubai, mentre il timore di nuovi attacchi spinge molti residenti stranieri a organizzare partenze in fretta e furia, sta emergendo un’altra emergenza, più silenziosa ma non meno brutale: quella degli animali domestici lasciati indietro.

Per ora si tratta di storie singole, episodi che arrivano dai rifugi, dai veterinari, dai soccorritori, dai gruppi di volontari che da anni si occupano di cani e gatti nella città emiratina. Ma proprio perché si moltiplicano una dopo l’altra, queste storie cominciano a comporre un quadro inquietante. Il rischio è che, nella grande fuga di famiglie straniere prese dal panico, le vittime dimenticate della crisi diventino proprio loro: gli animali che fino a ieri dormivano sui divani, venivano fotografati per i social e chiamati “membri della famiglia”, e oggi si ritrovano per strada o davanti alla porta di una clinica.

I racconti che arrivano dal territorio sono spietati. Sempre più cani e gatti, spiegano i volontari, vengono lasciati davanti agli ambulatori veterinari o scaricati in strada con la speranza che qualcuno li raccolga. Alcuni proprietari, incapaci o forse non disposti a organizzare il trasferimento dei loro animali, starebbero persino chiedendo ai veterinari di procedere con l’eutanasia. Una soluzione estrema che, solo a sentirla nominare, racconta meglio di qualsiasi statistica la deriva morale che certe emergenze possono portarsi dietro.

Il punto è che gli animali, a differenza dei loro proprietari, non possono decidere nulla. Non possono salire su un volo da soli, né procurarsi documenti, vaccinazioni, certificati sanitari. Dipendono in tutto e per tutto dagli umani che li hanno scelti, allevati, comprati o adottati. E quando quegli umani cedono al panico, a pagare il prezzo più alto sono proprio loro.

Una soccorritrice ha raccontato che davanti alla sua porta vengono lasciati gatti praticamente ogni giorno. Non uno ogni tanto. Ogni giorno. Un’altra testimonianza parla di un Levriero Saluki trovato legato a un lampione con il collare talmente stretto da avergli squarciato la gola. Non è più il semplice abbandono di un animale che si teme di non poter portare via. È qualcosa di peggio. È il gesto freddo di chi vuole liberarsi in fretta di una presenza diventata improvvisamente un ostacolo.

Altri volontari riferiscono di decine di messaggi ricevuti da espatriati che cercano una sistemazione per i propri animali prima di lasciare il Paese. Non sono tutti casi uguali, ed è giusto dirlo. C’è chi prova davvero a trovare una soluzione, chi cerca aiuto, chi si muove nel poco tempo che ha. Ma insieme a questi casi ce ne sono altri ben più cinici. Alcuni cani, raccontano i soccorritori, sarebbero stati addirittura liberati dai proprietari mentre tentavano di attraversare il confine con l’Oman. Una liberazione che in realtà è una condanna, perché nel deserto o lungo le strade di frontiera un animale domestico difficilmente ha una possibilità reale di sopravvivere.

Claire Hopkins, volontaria britannica originaria del Galles, che da tempo si occupa di salvare cani negli Emirati Arabi Uniti, descrive un’atmosfera di paura crescente. «Abbiamo visto molto stress e panico, come potete immaginare, tra i proprietari di animali domestici. Molti vogliono restituire gli animali che avevano adottato. Ci sono cani che stanno iniziando a essere abbandonati». La sua frase più pesante, però, riguarda le richieste di eutanasia. «Mi dispiace dirlo, ma i veterinari hanno ricevuto richieste di eutanasia, ed è disgustoso. La maggior parte dei veterinari li indirizza a noi, ma siamo già pieni, quindi cosa dovremmo fare?».

Eccolo, il punto centrale. I rifugi sono pieni. I gruppi di soccorso sono saturi. Le persone che da anni tengono in piedi questa rete fragile di salvataggio sono allo stremo, economicamente e psicologicamente. Quando arriva una crisi, sono loro a reggere tutto il peso del disastro invisibile. Devono rispondere ai messaggi, correre a prendere i cuccioli, pagare le cure, cercare stalli, affrontare casi di maltrattamento e, nello stesso tempo, gestire la rabbia verso chi fino al giorno prima parlava del proprio cane come di un figlio e oggi lo lascia in un parcheggio.

Hopkins spiega anche uno dei motivi pratici che sta aggravando la situazione. Molti proprietari non hanno preparato gli animali al viaggio. Per spostarli, soprattutto verso Paesi come il Regno Unito, servono vaccinazioni aggiornate, microchip, documenti e in alcuni casi il vaccino antirabbico con tempi tecnici che possono imporre un’attesa di settimane. Chi non ha pensato prima a questa eventualità si trova ora bloccato. E in troppi, evidentemente, scelgono la scorciatoia peggiore: lasciare indietro l’animale.

Ad Anso Stander, cittadina sudafricana che gestisce il santuario Six Hounds negli Emirati, basta una giornata per misurare la portata dell’emergenza. «In un solo giorno ho ricevuto 27 messaggi», racconta. Dietro quei messaggi c’è sempre lo stesso copione: famiglie che stanno partendo, persone che non sanno dove mettere gli animali, richieste educate ma intrise di ricatto morale. «Le persone ci dicono in modo molto educato e discreto che se non possiamo prenderli, li lasceranno». È una frase che pesa come una minaccia passiva. Se non ve ne occupate voi, li molliamo.

Il racconto di Stander si fa ancora più duro quando entra nei dettagli. Parla di persone con venti gatti che cercano di lasciare il Paese, di quattordici cuccioli appena salvati e di altri quattro ancora da recuperare. Ma soprattutto racconta episodi che vanno oltre l’abbandono e sconfinano nella crudeltà pura. «Ho avuto due cani a cui hanno sparato nel deserto tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman». Una frase che toglie qualsiasi illusione residua. Perché qui non c’è solo l’impreparazione o il caos della fuga. Qui c’è anche chi sceglie deliberatamente di eliminare il problema.

Lo stesso vale per la segnalazione del Saluki legato al lampione con il collare stretto fino a lacerargli il collo. Un’immagine che basta da sola a raccontare quanto rapidamente il panico possa trasformarsi in brutalità. Stander non usa mezzi termini nel giudicare questi comportamenti. Li definisce egoisti, senza cuore, privi di qualsiasi giustificazione. E aggiunge un elemento che rende il tutto ancora più amaro: secondo lei non esisterebbe neppure una ragione reale per lasciarsi prendere dal panico a questo livello, perché le autorità emiratine avrebbero la situazione sotto controllo.

Ma il panico, si sa, non ragiona. Si diffonde, accelera, contagia. E spesso colpisce prima di tutto chi è più debole. Gli animali domestici, in questo senso, sono il bersaglio perfetto del disordine umano: non protestano, non parlano, non votano, non denunciano. Possono essere dimenticati con facilità. Possono sparire senza fare rumore. Possono diventare, nel giro di una notte, da compagni di vita a fastidio logistico.

I volontari temono che il peggio debba ancora arrivare. Con la graduale ripresa dei voli commerciali nella regione, infatti, migliaia di stranieri potrebbero cercare di lasciare Dubai nel giro di pochi giorni. E ogni nuova partenza non pianificata rischia di produrre altri abbandoni. La vera paura è questa: che l’attuale ondata di casi sia solo l’inizio e che i rifugi, già al limite, vengano travolti da una massa di animali che nessuno è più in grado di gestire.

Da qui l’appello che arriva anche dal Regno Unito. Hannah Mainds, amministratrice delegata della Rspca Blackpool & North Lancashire, conosce bene il problema perché in passato ha vissuto a Dubai e ha visto da vicino cosa succede quando i proprietari partono all’improvviso lasciando indietro i loro animali. «Ho visto animali lasciati indietro dopo che i loro proprietari hanno improvvisamente lasciato Dubai. Alcuni avevano il microchip ed erano chiaramente stati amati, ma le loro famiglie se n’erano andate. È straziante per i soccorritori e spaventoso per gli animali».

La sua osservazione è semplice e devastante insieme. Molti di questi animali non sono randagi nati per strada, abituati a cavarsela da soli. Sono animali di casa, identificati, curati, spesso amatissimi fino al giorno prima. E proprio per questo l’abbandono diventa ancora più feroce. Perché un cane o un gatto che vive in famiglia non capisce cosa stia succedendo. Non comprende la guerra, i droni, la paura, la fuga. Capisce solo che la sua famiglia è sparita.

«Gli animali non dovrebbero diventare le vittime dimenticate quando le persone lasciano un Paese durante una crisi», dice ancora Mainds. Ed è difficile trovare una formula più giusta per descrivere quello che sta succedendo. Vittime dimenticate: ecco cosa rischiano di diventare. Non le vittime principali, non quelle che finiscono nei conteggi ufficiali o nelle statistiche umanitarie, ma quelle laterali, silenziose, di cui ci si accorge solo quando ormai è troppo tardi.

L’appello finale è pratico, quasi burocratico, ma proprio per questo fondamentale. Prepararsi in anticipo. Controllare microchip, vaccinazioni, documenti di viaggio. Cercare per tempo aziende di trasferimento e gruppi di soccorso. Muoversi prima che la crisi esploda. Perché il vero spartiacque, in queste situazioni, è spesso tutto lì: nella differenza tra chi considera l’animale parte della propria responsabilità fino in fondo e chi invece lo tratta come un bene accessorio, sacrificabile appena la realtà si complica.

In fondo questa storia di Dubai dice qualcosa di molto preciso anche su di noi. Le emergenze non inventano il carattere delle persone, lo rivelano. Nel momento del pericolo, ciascuno mostra la propria gerarchia affettiva, morale, umana. E se davanti alla prima vera paura c’è chi decide di lasciare un gatto in una scatola davanti a una clinica o di chiedere a un veterinario di sopprimerlo pur di non avere problemi, allora il punto non è solo la crisi del Medio Oriente. Il punto è la fragilità spaventosa di certi legami che amiamo raccontare come assoluti e invece assoluti non sono affatto.

Per questo il dramma degli animali abbandonati a Dubai non è una nota di colore nel grande racconto della tensione internazionale. È una notizia vera, durissima, che obbliga a guardare il lato più meschino delle fughe di massa. Mentre gli esseri umani cercano una via d’uscita, cani e gatti restano fermi nel punto esatto in cui qualcuno ha deciso che la loro vita valeva meno di un biglietto aereo, meno di una pratica sanitaria, meno di una seccatura.

E forse è proprio questo il dettaglio più doloroso. Non il rumore dei droni, non il caos dei voli, non la paura che attraversa la città. Ma quel silenzio improvviso che resta quando una porta si chiude e dall’altra parte, sul pavimento, rimane un animale ad aspettare.