Alla fine non sono stati droni, satelliti o sofisticati sistemi d’intelligence a incastrarlo. Nemesio Oseguera Cervantes, per tutti “El Mencho”, capo del cartello Jalisco Nueva Generación e fantasma imprendibile della narcoguerra messicana, sarebbe caduto seguendo una pista vecchia quanto il mondo: quella del cuore. O, più precisamente, quella dell’amante.
Il boss che per anni aveva evitato cattura e morte, nonostante una taglia da 15 milioni di dollari messa sul tavolo dagli Stati Uniti, è stato localizzato proprio seguendo i suoi movimenti privati. Un’infiltrazione nella cerchia di conoscenze della donna avrebbe consentito alle forze armate messicane di identificare il luogo in cui si trovava, nella zona di Tapalpa, nello Stato di Jalisco. Operazione pianificata in pochi giorni, assalto rapido, fuga nella selva e fine di un’era criminale.
Secondo la ricostruzione ufficiale, El Mencho sarebbe rimasto gravemente ferito durante lo scontro a fuoco e morto durante il trasferimento verso Città del Messico. Con lui cadono anche figure centrali della struttura del cartello: Hugo “H”, detto “El Tuli”, considerato il braccio destro e il contabile dell’organizzazione, e decine di sicari coinvolti nell’operazione. Un colpo devastante, almeno sulla carta. Ma la storia insegna che la decapitazione di un cartello non significa necessariamente pace. Spesso significa l’esatto contrario.
La morte di El Mencho apre infatti il capitolo più pericoloso: la successione. E nel mondo dei narcos la transizione raramente avviene con strette di mano. Gli analisti ricordano cosa accadde dopo la caduta del Chapo Guzmán e, più tardi, con l’indebolimento della leadership del cartello di Sinaloa: frammentazione, guerre interne, violenza diffusa. La stessa dinamica potrebbe ora ripetersi.
L’erede naturale sembrerebbe essere Juan Carlos Valencia, figliastro di El Mencho e figlio biologico della moglie Rosalinda González Valencia, conosciuta come “La Jefa”, figura chiave della struttura economica del gruppo criminale. Una successione apparentemente lineare, almeno sulla carta. Ma i cartelli non funzionano come monarchie stabili. Il potere vero vive nei territori, tra i capi locali e i comandanti armati.
Ecco allora i nomi che iniziano già a circolare come possibili contendenti: “El Sapo”, “El Jardinero”, “Tio Lako”, “Doble R”. Leader regionali con propri uomini, propri interessi e soprattutto proprie ambizioni. Ognuno con la possibilità concreta di sfidare una leadership centrale percepita come debole o lontana. E quando le faide si accendono, il prezzo lo paga quasi sempre la popolazione civile.
La prova del nervosismo è arrivata immediatamente. Blocchi stradali, incendi di veicoli, città paralizzate. Per ore diverse aree del Paese sono rimaste sospese in una sorta di limbo, con scuole chiuse, uffici serrati e attività commerciali ferme per timore di rappresaglie. La presidente Claudia Sheinbaum ha assicurato che l’ordine pubblico è stato ristabilito, ma il clima resta fragile.
Anche perché l’operazione è costata cara: venticinque membri della Guardia Nazionale avrebbero perso la vita nello scontro, segno della violenza e della capacità militare ancora intatta del cartello. Un dettaglio che fa capire quanto il conflitto con i narcos sia ormai una vera guerra a bassa intensità. La preoccupazione supera già i confini della cronaca giudiziaria e tocca anche gli eventi internazionali. Guadalajara, capitale di Jalisco e sede prevista di alcune partite della prossima Coppa del Mondo, finisce sotto osservazione. La FIFA non commenta ufficialmente, ma filtrano dubbi sulla sicurezza e sulla capacità della città di garantire standard adeguati in uno scenario potenzialmente instabile.
Il paradosso è evidente: il governo celebra un successo storico contro una delle organizzazioni criminali più violente del continente, ma contemporaneamente deve prepararsi al contraccolpo. Perché eliminare il capo non elimina automaticamente il sistema che lo ha generato. El Mencho era diventato una leggenda nera proprio per il suo basso profilo. Poco appariscente, schivo, ossessionato dalla sicurezza personale. E forse proprio per questo la sua fine assume un sapore quasi beffardo. Tradito non da un traditore interno, non da una tecnologia futuristica, ma da un momento di vulnerabilità umana.
Adesso il Messico entra in una fase delicatissima. Se la leadership resterà compatta, il cartello potrebbe riorganizzarsi rapidamente. Se invece prevarranno le rivalità interne, il Paese rischia una nuova stagione di violenza diffusa, fatta di vendette, regolamenti di conti e territori contesi. La caduta del boss più ricercato non segna necessariamente la fine di qualcosa. Potrebbe essere solo l’inizio della prossima guerra.







