Il 26 settembre 1979, sulle pagine del Corriere, apparve un’intervista destinata a diventare un documento politico e culturale. Protagonisti: Oriana Fallaci e Ruhollah Khomeini. Da una parte la giornalista italiana più temuta dai potenti, dall’altra la Guida Suprema della rivoluzione islamica iraniana, appena insediato al vertice di un nuovo regime nato dalle macerie dello Scià.
L’incontro non fu casuale
Khomeini accettò di ricevere Fallaci anche perché lei, anni prima, aveva intervistato Mohammad Reza Pahlavi. Era il 1973 quando la reporter aveva parlato a lungo con il monarca, restituendone un ritratto severo, segnato dall’ostentazione del potere e da una modernizzazione autoritaria che conviveva con leggi formalmente liberali. Quel colloquio, pubblicato sull’Europeo, aveva fatto rumore. Sei anni dopo, il mondo era cambiato. Lo Scià era in esilio, la monarchia crollata, l’Iran diventato Repubblica islamica.
Fallaci arrivò a Teheran in un clima incandescente
Per incontrare Khomeini dovette indossare il chador, imposto a tutte le donne che entravano in sua presenza. Durante l’intervista, però, il dialogo si trasformò in scontro. Quando l’ayatollah difese l’obbligo del velo come scelta morale e rivoluzionaria, la giornalista reagì senza filtri. Si tolse il chador davanti a lui e lo definì un «cencio medievale». Parlò apertamente di «segregazione», denunciando la condizione delle donne nel nuovo Iran.
Khomeini non arretrò
Rivendicò il significato politico dell’abito: «Il chador lo portano le donne che hanno fatto la rivoluzione», spiegò, contrapponendo la modestia islamica all’immagine occidentale della donna “elegante e truccata”, “in giro tutta scoperta con dietro un codazzo di uomini”. Non era solo una difesa del costume, ma una dichiarazione ideologica: la rivoluzione, secondo lui, aveva restituito dignità alle donne sottraendole alla mercificazione.
Lo scambio più controverso arrivò quando Fallaci affrontò la questione della legge islamica che consente a un uomo di avere fino a quattro mogli. Khomeini la definì addirittura “progressista”, sostenendo che “nascono più donne che uomini” e che dunque la poligamia sarebbe una risposta razionale a un dato demografico. La giornalista incalzò, mettendo in discussione la libertà reale delle donne in un sistema che subordinava i loro diritti a un’interpretazione religiosa.
L’intervista fu un duello
Fallaci non si limitò a porre domande, ma mise in scena una sfida culturale. Khomeini, da parte sua, usò l’incontro per ribadire la distanza tra l’Iran rivoluzionario e l’Occidente. Il confronto divenne il simbolo di due visioni inconciliabili: da un lato l’idea di emancipazione individuale e laicità, dall’altro un progetto politico fondato sull’identità religiosa e sulla separazione dei ruoli.
La scelta di pubblicare integralmente il colloquio, senza attenuazioni, contribuì a renderlo un evento mediatico globale. In Occidente, Fallaci fu celebrata come la donna che aveva osato sfidare il nuovo leader iraniano nel cuore del suo potere. In Iran e nel mondo islamico, l’episodio fu letto come un atto di arroganza occidentale.
A distanza di decenni, quell’intervista resta una delle immagini più forti del rapporto tra Iran e Occidente. Non solo per il gesto del chador tolto, ma per il modo in cui mise a nudo una frattura culturale destinata a durare. In quelle parole – sul velo, sulla poligamia, sul ruolo delle donne – c’era già il conflitto che avrebbe attraversato gli anni successivi.
Fallaci, fedele al suo stile, non cercò compromessi. Khomeini, altrettanto coerente, non offrì aperture. Fu un dialogo senza convergenze, ma proprio per questo entrato nella storia. Perché in quella stanza di Teheran, nel 1979, non si confrontarono soltanto una giornalista e un leader religioso. Si scontrarono due idee di libertà, due concezioni del potere, due mondi che ancora oggi faticano a parlarsi.







