Nel cuore di una crisi già ad altissima tensione, arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto leggere: tre caccia americani F-15E Strike Eagle sono stati abbattuti per errore dalle difese aeree del Kuwait. A confermarlo è il Pentagono, che parla esplicitamente di “fuoco amico” durante un’operazione di contrasto a minacce in arrivo nello spazio aereo della regione.
L’incidente è avvenuto poco dopo le 5 del mattino. I sei membri degli equipaggi, secondo quanto riferito dalle autorità militari statunitensi, sono riusciti a lanciarsi con il seggiolino eiettabile, sono stati recuperati e risultano in condizioni stabili. Un esito che evita una tragedia ancora più pesante, ma che non attenua la gravità dell’episodio: tre velivoli abbattuti da un alleato nel pieno di un conflitto aperto con l’Iran.
Il contesto è quello di una guerra che si sta estendendo ben oltre i confini originari degli scontri. Le difese aeree kuwaitiane erano impegnate a intercettare minacce in arrivo quando, secondo la ricostruzione ufficiale, avrebbero colpito per errore i caccia americani. Un errore che evidenzia quanto il livello di allerta sia massimo e quanto il margine di errore, in un cielo saturo di missili e droni, sia pericolosamente sottile.
Intanto il bilancio delle vittime americane si aggrava. Il Pentagono ha reso noto che uno dei cinque militari rimasti feriti nell’operazione in Iran è morto a causa delle lesioni riportate. Il totale aggiornato parla ora di quattro militari statunitensi deceduti dall’inizio del conflitto. Sono le prime vittime americane ufficialmente riconosciute in questa fase della guerra.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha reagito con parole nette. In un videomessaggio ha promesso di vendicare la morte dei soldati: “Purtroppo, probabilmente ce ne saranno altre prima che finisca”, ha dichiarato. E ancora: “Ma l’America vendicherà la loro morte e infliggerà il colpo più duro ai terroristi che hanno combattuto contro, fondamentalmente, la civiltà”. Parole che segnano un ulteriore irrigidimento della linea americana.
In un’intervista telefonica a un quotidiano britannico, il presidente Donald Trump ha parlato anche della durata prevista delle operazioni militari. “Abbiamo calcolato che ci vorranno circa quattro settimane”, ha detto al Daily Mail. “È sempre stato un processo di quattro settimane, quindi, per quanto sia forte – è un paese grande – ci vorranno quattro settimane, o meno”. Una previsione che lascia intendere un’operazione pianificata ma non priva di incognite.
“Ci aspettiamo che ciò accada, purtroppo”, ha aggiunto Trump riferendosi alle perdite. “Potrebbe succedere di continuo, potrebbe succedere di nuovo”. Una frase che pesa quanto un’ammissione: la guerra è entrata in una fase in cui anche Washington mette in conto ulteriori vittime.
Nel frattempo, il fuoco amico nel Golfo solleva interrogativi sulla gestione operativa in uno scenario sempre più congestionato. Con sistemi di difesa attivi in più Paesi, alleanze militari coinvolte e attacchi che si moltiplicano, la linea di separazione tra nemico e alleato può diventare drammaticamente fragile. E mentre il presidente Donald Trump parla di determinazione mai così forte, il cielo sopra il Golfo resta il luogo più pericoloso del conflitto.







