A volte basta una frase assurda, buttata lì con la sicurezza di chi sa che il pubblico applaudirà comunque, per rimettere in moto un intero immaginario. È da una di quelle frasi che parte Brian Raftery nel suo nuovo libro dedicato a Hannibal Lecter. La scintilla, infatti, non nasce da Thomas Harris né dal cinema, ma da Donald Trump, che nel novembre del 2023, davanti a una folla in Texas, si mise a evocare “il meraviglioso Hannibal Lecter” come se stesse parlando di una celebrità adorabile e non del cannibale più inquietante della cultura popolare. Non pago, durante la campagna elettorale continuò a citarlo, fino a congratularsi con il “defunto, grande Hannibal Lecter” e ad attribuirgli addirittura una simpatia politica. Roba che, detta da chiunque altro, sarebbe sembrata una gag sconnessa. Da Trump, invece, è diventata materia narrativa.
Hannibal Lecter “fan di Trump”? La provocazione che riscrive il mito
Raftery, critico cinematografico, prende proprio quel corto circuito e ci costruisce sopra una provocazione che ha il gusto dell’azzardo intelligente: e se Hannibal Lecter fosse, in qualche modo, un “fan di Trump”? Non perché esista un legame reale, ovviamente, ma perché i due, nella lettura dell’autore, condividerebbero alcuni tratti da primedonne del caos. Amore per il lusso, istinto sfacciato, culto della propria centralità, capacità di attrarre e insieme disgustare. Un parallelo volutamente eccessivo, quasi teatrale, che non pretende di essere una tesi scientifica ma un grimaldello per riaprire il personaggio e mostrarne l’attualità.
Il risultato è Hannibal Lecter: A Life, una sorta di biografia del serial killer immaginario più celebre della letteratura e del cinema. Ma attenzione: non nel senso scolastico del termine. Raftery non si limita a mettere in fila romanzi, film e aneddoti di produzione. Costruisce piuttosto una vita parallela, una mappa critica e narrativa che attraversa tutte le incarnazioni del personaggio, dal Lecter ancora laterale e ombroso di Red Dragon fino a quello diventato quasi aristocraticamente mitologico nelle sue apparizioni successive.
Dalle origini al vino pregiato: il debutto del “mostro esteta” in Red Dragon
Il punto di partenza resta il 1981, quando Thomas Harris lo fa apparire nel suo secondo romanzo. In Red Dragon, Hannibal Lecter non è ancora il sovrano assoluto dell’orrore elegante che tutti conosciamo. È quasi una presenza di sbieco, un comprimario che incombe più di quanto si mostri. E proprio per questo funziona. Prima ancora di entrare davvero in scena è già leggenda. Si sa che ha ucciso, che è intelligentissimo, che non prova alcun rimorso, che i suoi occhi sono inquietanti, che la sua mente ha qualcosa di magnetico e spaventoso.
Ma soprattutto si intuisce subito l’elemento che lo rende diverso da quasi tutti gli altri mostri della narrativa criminale: Lecter non è una bestia rozza, è un esteta. La prima volta che lo vediamo, legge il Grand dictionnaire de cuisine di Alexandre Dumas. Basta questo dettaglio a fissare il personaggio: un assassino che sa di vino, musica, cucina, arte e parole. Uno che sbrana e cita.
Il Silenzio degli Innocenti e la consacrazione: come nasce un’icona pop
Raftery insiste molto su questo punto, perché è lì che Hannibal diventa un’icona e non soltanto un villain. Harris, racconta l’autore, aveva capito subito di avere tra le mani qualcosa di enorme, ma fu abbastanza disciplinato da non consumarlo immediatamente. Iniziò a farlo vivere nell’ombra, come una creatura che cresce ai bordi del racconto, finché nel 1988, con Il silenzio degli innocenti, Hannibal smette di essere una minaccia laterale e diventa il centro magnetico del sistema. Da quel momento non c’è più solo il mostro: c’è il mito.
Il libro segue questo processo con competenza e gusto da appassionato vero. Raftery attraversa i romanzi successivi, soprattutto Hannibal, dove il personaggio si espande fino a mostrare pienamente il proprio stile di vita. Poi arriva Le origini del male, il capitolo in cui Harris prova a dare a Lecter un passato: l’infanzia aristocratica, la ferita primordiale, la vendetta. È il punto in cui il personaggio rischia di perdere il mistero, ma diventa una creatura romanzesca totale.
L’effetto Anthony Hopkins: quando il cinema ha “divorato” il libro
Raftery, da critico cinematografico, maneggia con sicurezza soprattutto la parte che riguarda il passaggio dalla pagina allo schermo. E qui si entra in un territorio che il pubblico conosce benissimo: quello della consacrazione definitiva grazie ad Anthony Hopkins. Perché resta un dato evidente: il volto culturale di Hannibal Lecter, per milioni di persone, è quello di Hopkins. La sua voce, i suoi occhi immobili, quel modo di trasformare la cortesia in minaccia pura. È lì che il personaggio smette di appartenere solo alla narrativa e diventa un oggetto pop assoluto.
Il libro ricostruisce bene anche la macchina produttiva dietro i cinque film e non risparmia giudizi severi sugli spin-off televisivi, definiti senza troppi giri di parole “orribili”. Raftery si diverte inoltre a raccontare i progetti mai realizzati e le ipotesi abortite. Ne viene fuori una geografia ricca di quello che Lecter è stato, ma anche di tutto ciò che avrebbe potuto diventare.
Il mistero di Thomas Harris: l’autore fantasma e le radici reali del male
C’è poi un aspetto curioso: nemmeno Raftery è riuscito a intervistare Thomas Harris. L’autore resta una figura schiva, in perfetta coerenza con il suo immaginario. Però il libro offre comunque un ritratto solido della sua carriera, dai tempi in cui era cronista di nera, fino alla costruzione di uno dei personaggi più influenti del secondo Novecento. Soprattutto, avanza ipotesi sui possibili assassini reali che possono aver ispirato la nascita di Lecter.
Qui il libro tocca un nervo scoperto. Hannibal funziona perché contiene brandelli di realtà. Harris ha sempre detto di non avere inventato il nucleo della crudeltà: il materiale di partenza arriva da ciò che il mondo produce davvero. È questa la chiave che spiega perché Lecter continui a inquietare molto più di altri cattivi confezionati a tavolino.
Da Darth Vader a Voldemort: perché Hannibal è il “padre” di tutti i cattivi
Raftery si diverte anche a confrontarlo con altre grandi icone come Darth Vader, notando come entrambi siano creature arroganti e solitarie. Cita Norman Bates, Voldemort, lo squalo di Spielberg. Accostamenti utili a far capire una cosa: Hannibal Lecter non è semplicemente un serial killer. È una matrice. Un modello di villain che ha divorato altri modelli e li ha restituiti in una forma più elegante e disturbante.
Dove il libro sembra meno coraggioso è nel rapporto con le radici letterarie: l’influenza di Dracula (il vampiro aristocratico) e Sherlock Holmes (il super-intelletto). Trascurare questa genealogia significa rinunciare a una parte della sua forza: Lecter mangia corpi, ma soprattutto legge l’anima altrui con precisione clinica.
Perché Hannibal Lecter ci affascina ancora? Il mostro specchio del presente
Resta però il cuore della provocazione iniziale su Trump. È una forzatura? Sì. Ma è il modo scelto da Raftery per dirci che Hannibal appartiene al presente. Se un leader politico lo cita in piazza come fosse una mascotte, il punto è che Lecter è ancora lì, disponibile e immediato. Basta pronunciarne il nome e la stanza cambia temperatura.
Forse è questo il vero merito del libro: ricordare che Hannibal Lecter è il simbolo di un certo modo di concepire il potere e la violenza mascherata da raffinatezza. È il mostro che non urla, che sa usare il coltello e il linguaggio con la stessa eleganza. Harris lo aveva capito: la crudeltà non viene dal nulla, arriva dalla realtà che ci circonda. E forse è proprio questo a rendere Hannibal Lecter ancora insopportabilmente vivo.







