Il milleproroghe diventa legge con il doppio si di Camera e Senato, tra incertezze normative e calo delle vocazioni

CAMERA DEPUTATI

L’esame di Stato per l’abilitazione alla professione forense torna al centro del dibattito dopo l’approvazione del Decreto Milleproroghe 2026, decreto legge 31 dicembre 2025 n. 200 (cd. Milleproroghe) da parte di Camera e Senato. Nel testo definitivo non compare alcuna proroga delle modalità “facilitate” introdotte durante l’emergenza Covid-19, riaprendo così il tema della struttura futura della prova. Una scelta che riaccende l’incertezza tra i praticanti avvocati e che divide l’avvocatura istituzionale e associativa.

Dalla pandemia al “doppio orale”: cosa è cambiato

Durante l’emergenza sanitaria, il legislatore intervenne in via straordinaria modificando la tradizionale struttura dell’esame di avvocato. Con provvedimenti emergenziali si passò al cosiddetto “doppio orale”, eliminando temporaneamente le prove scritte.

Il modello, in vigore fino al 2022, prevedeva: Prima prova orale: soluzione di un caso pratico. Seconda prova orale: discussione di materie giuridiche e ordinamentali. Una modalità pensata per evitare assembramenti e lunghe sessioni scritte, ma che aveva anche semplificato, almeno sul piano organizzativo, l’accesso alla professione. Nel 2023 il sistema è stato nuovamente modificato: si è tornati a una prova scritta e a un orale articolato in tre fasi, segnando un primo superamento del regime emergenziale.

Milleproroghe 2026: niente proroga delle modalità agevolate

Con l’approvazione del Milleproroghe 2026, il Parlamento non ha previsto ulteriori proroghe del modello “emergenziale”. Il risultato è un quadro normativo ancora in evoluzione.

Il rischio concreto, secondo diverse fonti dell’avvocatura, è un ritorno alla modalità tradizionale: Tre prove scritte (due pareri motivati e un atto giudiziario), ed una prova orale finale. Un sistema che era in vigore prima della pandemia e che molti considerano più selettivo e strutturato, ma anche più lungo e complesso.

La posizione di AIGA: “Serve stabilità”

L’AIGA (Associazione Italiana Giovani Avvocati) ha espresso preoccupazione per l’ennesimo cambio di rotta. Secondo l’associazione, negli ultimi anni l’esame è stato oggetto di continui interventi normativi, generando: disorientamento tra i praticanti, incertezza nei percorsi di preparazione, difficoltà nella programmazione dello studio. AIGA sostiene la necessità di prorogare l’attuale modello, evitando un ulteriore stravolgimento che penalizzerebbe chi si sta preparando sulla base delle regole vigenti.

Il Ministero della Giustizia: “Serve una proposta condivisa”

Dal canto suo, il Ministero della Giustizia ha invitato l’avvocatura a formulare una proposta organica che possa confluire in un nuovo decreto. L’obiettivo dichiarato è superare la fase di provvisorietà e arrivare a una disciplina stabile. Tuttavia, allo stato attuale, non vi è ancora un testo definitivo, alimentando un clima di attesa e incertezza.

Un esame che cambia, una professione che si svuota

La questione non è solo tecnica. Sullo sfondo si registra un fenomeno più ampio: il calo delle vocazioni alla professione forense. Secondo i dati del Consiglio Nazionale Forense (CNF), negli ultimi anni si è assistito a una progressiva riduzione: del numero di iscritti ai corsi di laurea in Giurisprudenza, dei praticanti iscritti nei registri, dei candidati all’esame di Stato.

Le statistiche CNF e del Ministero mostrano una flessione significativa rispetto ai picchi degli anni 2000 e rispetto al periodo pre-pandemia. Le ragioni sono molteplici ed evidenti: incertezza normativa sull’accesso, redditività media della professione in calo, concorrenza crescente, tempi lunghi per la stabilizzazione economica. In questo contesto, ulteriori cambiamenti strutturali dell’esame rischiano di accentuare la percezione di instabilità.

Una riforma necessaria, ma con regole chiare

L’esame di avvocato 2026 si colloca dunque in una fase di transizione. Il Parlamento ha scelto di non prorogare le modalità emergenziali, ma il ritorno al modello tradizionale non è ancora formalmente definito.

La professione forense, già attraversata da trasformazioni profonde, chiede ora soprattutto certezza delle regole. Perché se la selezione è necessaria a garantire qualità e tutela dei cittadini, la continua oscillazione normativa rischia di minare la fiducia dei giovani giuristi.

In un momento storico in cui le iscrizioni calano e le vocazioni si affievoliscono, la stabilità dell’accesso non è solo una questione tecnica: è una scelta strategica per il futuro dell’avvocatura italiana.

di Fabrizio Flavio Quattrocchi