L’Italia chiude l’anno con un termometro che segna febbre costante: non esplode, ma non scende. Il segnale più netto è la sensazione diffusa di marciare storto: il 61% degli italiani ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata. È un dato che pesa perché non parla di una crisi passeggera o di un malumore legato a una singola misura, ma di un giudizio complessivo che torna ai massimi dal periodo precedente alla pandemia. E soprattutto attraversa il Paese senza grandi fratture territoriali: Nord e Sud si somigliano più di quanto piaccia ammettere alla politica, segno che la percezione del problema è diventata trasversale.
Quando si chiede agli intervistati di indicare le priorità nazionali, il quadro si ricompone attorno a tre parole che, messe insieme, raccontano una vulnerabilità quotidiana. Al primo posto restano economia e lavoro, citati dal 56%. Subito dietro sale la sanità, indicata dal 40%, in ulteriore crescita rispetto all’anno precedente. Poi la sicurezza, che arriva al 33%, con un incremento sensibile. Non è la classifica delle emergenze del giorno, è la lista dei capitoli che incidono sulla vita reale: stipendi che non bastano, servizi che si allungano, paura di perdere ciò che si ha e di non poterlo recuperare.
In mezzo, come un filo che lega i capitoli, c’è l’ansia per il potere d’acquisto: il tema dell’inflazione e della tenuta economica personale riguarda circa l’80% degli italiani. La fotografia diventa ancora più concreta quando si scende sul terreno delle spese impreviste: un quarto delle famiglie dichiara che avrebbe difficoltà a sostenere un imprevisto da mille euro. È un dato che non misura soltanto la ricchezza o la povertà, ma la capacità di resistenza del ceto medio, cioè quella fascia che per anni ha assorbito gli urti e che oggi appare più esposta.
Il pessimismo non è più solo una sensazione. Entra nelle aspettative. Per i prossimi sei mesi, il 35% prevede un peggioramento dell’economia italiana, mentre solo il 18% immagina un miglioramento: il saldo è negativo in modo netto. Guardando più avanti, alle prospettive triennali, per la prima volta gli ottimisti non prevalgono: il 28% vede crescita, il 33% teme un declino. Numeri che, letti insieme, suggeriscono un cambiamento sottile ma profondo: non si aspetta una svolta, ci si prepara a galleggiare. E galleggiare, in economia, significa spesso rinviare decisioni, ridurre consumi, congelare progetti, restare in difesa.
In questa atmosfera si inserisce la parabola del Pnrr, che avrebbe dovuto essere il grande acceleratore e che invece, nella percezione collettiva, si sta trasformando in una promessa sbiadita. Il 61% degli italiani pensa che non produrrà risultati apprezzabili, e oltre due terzi ritiene probabile che una parte rilevante dei progetti non arrivi a conclusione. È un passaggio politico delicatissimo: quando un piano straordinario viene percepito come ordinaria inefficienza, la fiducia non scende solo verso un governo, ma verso l’idea stessa che lo Stato possa cambiare le cose.
Sul fronte internazionale la postura degli italiani resta prudente, ma registra un movimento. Sul conflitto russo-ucraino, la maggioranza assoluta non si schiera: il 53% resta neutrale. Tra chi prende posizione, cresce la simpatia per Kiev: il 39% si colloca dalla parte dell’Ucraina, mentre l’8% esprime vicinanza alla Russia. Eppure, quando la domanda diventa operativa, la linea si irrigidisce: il 52% è contrario all’invio di armi, il 28% favorevole. Il Paese, in sostanza, tende a riconoscere una parte aggredita senza voler pagare il prezzo della guerra, né politico né economico né morale. È una contraddizione apparente che in realtà descrive un riflesso diffuso: la richiesta di “pace giusta” convive con la paura dell’escalation.
La stessa logica riemerge sul tema della difesa europea e degli impegni militari: l’idea di portare la spesa per la difesa al 5% del Pil incontra una contrarietà netta, al 59%, contro un 20% di favorevoli. Anche qui, il punto non è solo la percentuale: è la sensazione che, mentre il mondo si fa più instabile, l’Italia non si senta attrezzata per sostenere costi aggiuntivi. La coperta, per molti, è già troppo corta nella sanità, nei salari, nei servizi.
E la politica? Paradossalmente, nonostante questo accumulo di preoccupazioni, lo scenario dei consensi appare più immobile di quanto ci si aspetterebbe. Il gradimento della presidente del Consiglio resta stabile, mentre l’opposizione – e in particolare la sua figura di riferimento – fatica a trasformare l’insoddisfazione in attrazione. È come se l’Italia fosse entrata in una fase di giudizio severo senza alternativa credibile: si critica la direzione, ma non si intravede una corsia di sorpasso.
Il risultato è un clima che non esplode in rabbia, ma scivola nella disillusione: quella zona grigia in cui la politica viene percepita come incapace di incidere sui problemi strutturali e quindi, anche quando cambia tono, non cambia destino. Un Paese che teme di andare male, e che allo stesso tempo non vede chi possa davvero farlo andare meglio. Questo, più di ogni percentuale, è il dato che resta addosso.







