Il “Piano B” di Khamenei verso Mosca: l’ipotesi di una fuga con famiglia e fedelissimi se le proteste in Iran dovessero far vacillare il regime

Ali Khamenei

L’ipotesi è di quelle che, da sole, raccontano un clima: Ali Khamenei starebbe pianificando una fuga a Mosca nel caso in cui il regime iraniano dovesse crollare sotto la pressione delle manifestazioni. La ricostruzione attribuita a un rapporto d’intelligence, riportata dal Times e ripresa da media israeliani, descrive un “Piano B” predisposto per un’emergenza estrema, con un obiettivo semplice e brutale: non farsi trovare a Teheran nel momento in cui l’ordine interno dovesse spezzarsi.

Il punto, in questa versione, non è tanto la protesta in sé, quanto ciò che potrebbe innescare dentro lo Stato. Khamenei temerebbe uno scenario in cui le forze di sicurezza non riescano più a reprimere le manifestazioni o, addirittura, disertino e si uniscano alla protesta. È la crepa più pericolosa per qualunque sistema che si regge sul controllo: quando non è più la piazza a essere prevedibile, ma gli apparati. Perché un conto è affrontare un’ondata di dissenso, un altro è scoprire che la catena di comando, nel momento decisivo, può non rispondere. Ed è proprio lì che la politica diventa fisica: non più comunicati, ma fedeltà, reparti, turni, ordini eseguiti o lasciati a metà.

In quest’ottica, la fuga non avrebbe i contorni di un’evacuazione improvvisata. Il rapporto citato parlerebbe di un trasferimento organizzato, con un seguito limitato ma significativo: circa venti persone tra familiari, collaboratori e fedelissimi. Non solo. Il “Piano B” includerebbe anche Mojtaba, il figlio indicato come possibile successore, elemento che dà alla strategia un significato politico ulteriore: non la sola salvezza personale del leader, ma anche la tutela della continuità e del centro di gravità del potere. Portare con sé il potenziale erede significherebbe evitare che, in caso di vuoto, qualcun altro possa occupare lo spazio della successione, trasformando l’eventuale crisi in una resa dei conti interna.

La destinazione, in questa narrazione, non sarebbe casuale. Mosca viene descritta come l’unico approdo realmente praticabile. L’interpretazione che accompagna l’indiscrezione è tagliente: non tanto una scelta, quanto una necessità, perché “non c’è nessun altro posto che lo accetterebbe”. A rafforzare la logica del rifugio russo, viene citata anche una lettura di affinità: Khamenei “ammira” Vladimir Putin e la cultura iraniana verrebbe considerata, per alcuni tratti, “simile” a quella russa. È un argomento che può apparire persino sbrigativo, ma che serve a sostenere un punto più concreto: la Russia come garante politico quando le cose precipitano. Un garante che non si limita a “ospitare”, ma che potrebbe offrire protezione, discrezione e – se necessario – una piattaforma da cui continuare a esercitare influenza, o almeno negoziare una sopravvivenza.

Il precedente evocato a sostegno del piano iraniano è quello della Siria. La ricostruzione sottolinea come la via d’uscita sarebbe modellata sulla fuga dell’ex presidente siriano Bashar al-Assad, riparato a Mosca dopo la caduta del regime nel dicembre 2024. Il ragionamento, implicito, è che l’ombrello russo non sia un’ipotesi teorica ma un’opzione già testata: un alleato che perde il potere e una capitale che apre la porta. Questo tipo di precedente, anche solo evocato, ha un valore doppio: esterno, perché segnala al mondo un possibile percorso; interno, perché comunica agli apparati che esiste un “piano di continuità” anche nella sconfitta.

Nella parte più operativa, la fonte d’intelligence citata dal quotidiano britannico descrive preparativi che andrebbero oltre l’organizzazione logistica del trasferimento. Si parlerebbe di una “via di fuga” pianificata, della raccolta di beni in Iran e all’estero e della disponibilità di denaro per garantire un passaggio sicuro. È un dettaglio che sposta l’attenzione dal gesto simbolico alla capacità reale di attuarlo: preparare un’uscita ordinata significa, prima ancora che avere un aereo, poter comprare tempo, protezioni, discrezione. E significa anche ridurre al minimo la dipendenza da intermediari che, in una fase convulsa, potrebbero cambiare lato.

Su questo fronte viene richiamato anche un dato già noto e discusso: Khamenei è descritto come proprietario di una vasta rete di immobili e asset, per un valore stimato in 95 miliardi di dollari secondo un’indagine del 2013. Il numero, citato nel racconto, serve a indicare la scala delle risorse potenzialmente disponibili: non un leader in fuga con una valigia, ma un sistema che potrebbe, all’occorrenza, trasformare potere economico in scudo operativo. In una crisi, la differenza tra un’uscita possibile e una fuga impossibile spesso sta proprio nella capacità di mobilitare liquidità, contatti, canali di protezione.

C’è poi un altro aspetto che questa indiscrezione, se presa sul serio, metterebbe sul tavolo: il costo reputazionale del “Piano B”. Un regime costruito sull’idea di controllo totale e resistenza rischierebbe di apparire improvvisamente vulnerabile se la semplice ipotesi della fuga dovesse circolare come credibile. Per questo, l’eventuale esistenza di un piano simile non sarebbe solo una misura di sicurezza, ma anche una fragilità politica: perché la fuga, anche quando resta un’opzione, è già una crepa nella narrazione dell’invincibilità.

Letta nel suo insieme, questa indiscrezione non dice soltanto che il vertice iraniano teme le proteste. Dice che teme l’imprevisto che le proteste possono generare dentro le strutture armate e di sicurezza. E suggerisce che, nel calcolo dei rischi, esista un punto oltre il quale la risposta non sarebbe più la repressione, ma la ritirata. È una fotografia cupa, perché sposta la questione dalla forza alla tenuta: quando un potere contempla l’uscita, significa che immagina la possibilità di non riuscire più a governare il proprio stesso perimetro.

Resta il nodo politico più sensibile: il “Piano B” che include Mojtaba. Perché, se davvero esiste, non è solo un’ipotesi di sopravvivenza individuale. È un segnale interno alle élite: la continuità va protetta anche fuori dai confini, nel caso in cui dentro i confini il terreno diventi troppo instabile. E in quel caso Mosca non sarebbe solo un rifugio, ma un luogo da cui ricostruire, negoziare, attendere. Oppure semplicemente sparire.