A Davos, tra i padiglioni che vendono futuro a colpi di slogan e tra i corridoi dove la geopolitica si presenta spesso in abito da gala, Gaza diventa un “prodotto” da masterplan. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che di immobiliare dice di avere «nell’anima», guarda la Striscia e la descrive come «un bel pezzo di proprietà». È una frase che pesa, perché sposta subito l’asse: dal lessico della politica a quello del real estate, dai confini e dalle macerie ai metri quadri, dalle vittime a un “prima e dopo” da brochure.
Sul palco arriva Jared Kushner, il genero senza incarichi ufficiali ma con un potere sostanziale nei dossier più delicati. E presenta il piano per la “Nuova Gaza”: una collezione di slide, mappe e rendering che promette ordine dove oggi c’è un cratere. Torri con vista Mediterraneo, reti elettriche ottimizzate con l’intelligenza artificiale, treni ad alta velocità, cliniche private, centri commerciali, data center. Il lessico è quello dell’efficienza: se lo fanno a Dubai, perché non a Khan Yunis?
Kushner spinge sull’idea che il tempo della ricostruzione non debba essere una processione senza fine, ma un’accelerazione. «In Medio Oriente, costruiscono città come questa, per due o tre milioni di persone, in tre anni. È fattibile», assicura. Il costo viene indicato in 25 miliardi di dollari, con una promessa da grafico a torta: in dieci anni il reddito medio familiare toccherà 13mila dollari, ci sarà piena occupazione e «opportunità per tutti». Gaza come “zona economica” da rilanciare, trasformata in un luogo di turismo costiero e industria digitale, con palazzine per i lavoratori, fabbriche sul retro e resort di lusso davanti, dove il lungomare è segnato da una linea lilla destinata alle strutture d’alta gamma.
Il progetto, nelle intenzioni, partirebbe da Rafah, la città del sud devastata e rasa al suolo dall’offensiva israeliana. Da lì, il piano immagina un nuovo scalo mercantile, non più nel porto antico di Gaza City cancellato dall’Idf, ma in un’area vicino a Rafah, a ridosso della zona controllata dagli israeliani. Anche questo dettaglio racconta il disegno di fondo: una ricostruzione che non si limita a rimettere in piedi ciò che c’era, ma ridisegna la geografia della Striscia con un criterio prima di tutto securitario e logistico.
Nel perimetro di quella che viene presentata come una “nuova” governance, la piramide del potere è chiara: sopra, un board legato alla visione trumpiana; sotto, comitati esecutivi e tecnici; solo al terzo livello compare un organismo in cui risultano anche palestinesi. È il livello chiamato a fare i conti con la realtà, perché la Striscia non è un terreno vuoto: è un campo di tensioni, alleanze, milizie, ferite aperte e identità politiche radicalizzate. Qui entra in scena la condizione che regge tutto il castello: la smilitarizzazione di Hamas.
È lo stesso Kushner a dire che il piano non può camminare senza quel passaggio, ed è un passaggio che, al momento, non risulta avvenuto né appare vicino. La formula viene sintetizzata dal capo del comitato, Ali Shaath, con uno slogan che sembra già progettato per i titoli: «Ristabilire l’ordine, ricostruire le istituzioni e creare un futuro di opportunità e dignità, secondo il principio di un’unica autorità, una sola legge e un’unica arma». In altre parole, disarmo senza violenza, accentramento del controllo, fine del pluralismo armato. È la promessa più ambiziosa e, allo stesso tempo, la più fragile.
Perché l’idea che Hamas consegni le armi mentre la Striscia viene ripensata come un distretto turistico-industriale è il punto in cui il rendering si sfalda. Se non dovesse funzionare, nella narrazione di Davos c’è già una risposta muscolare, firmata dal presidente: «Se Hamas non disarma sarà la fine per loro». Solo dopo, viene spiegato, l’esercito israeliano si ritirerebbe, ma non da tutta Gaza e non dai confini. Anche qui, la “nuova” Gaza nasce con un perimetro vecchio: controllo e buffer zone, sicurezza prima della sovranità piena.
Dentro questa architettura, colpisce anche la composizione del mondo che la immagina. Il comitato esecutivo che sovrintende la macchina tecnica non è popolato da urbanisti neutri o da esperti di ricostruzione post-bellica, ma da figure che portano con sé la grammatica del capitale e della consulenza internazionale: Kushner stesso, l’inviato Steve Witkoff, grandi investitori, miliardari e consulenti con lunga esperienza nelle monarchie del Golfo, come Tony Blair. L’idea, ripetuta, è semplice: il problema non è “se”, ma “come convincere gli investitori”. Se mettono soldi a Dubai, li metteranno anche a Rafah.
Eppure, mentre sul palco scorrono linee colorate e promesse di “ottimizzazione”, la Striscia resta “congelata dall’inverno”, e la distanza tra Davos e Gaza diventa quasi un elemento narrativo. Da un lato, la città nuova che si costruisce in tre anni; dall’altro, la città reale che oggi è un ammasso di rovine, con infrastrutture spezzate e una popolazione stremata. Da un lato, l’alta velocità; dall’altro, la domanda elementare su chi controllerà davvero le strade, chi garantirà la sicurezza quotidiana, chi gestirà l’energia. Anche perché, nel piano, l’elettricità continuerebbe ad arrivare solo da Israele: un dettaglio tecnico che, in Medio Oriente, è sempre anche un dettaglio politico.
Il masterplan della “Nuova Gaza” è, in sostanza, un progetto che parla il linguaggio della modernità globale e pretende di imporlo a un luogo che da mesi vive l’opposto: frammentazione, sospetto, trauma. È il tentativo di trasformare una ferita geopolitica in una piattaforma economica, con la promessa che sviluppo e benessere possano funzionare da anestetico storico. Ma l’ago che tiene insieme tutto resta uno solo, e non è un grattacielo: è la consegna delle armi, il passaggio da “molte forze” a “un’unica autorità”. Finché quel nodo resta irrisolto, la linea lilla sul lungomare, più che un resort, sembra un segno grafico appoggiato su una terra che non è ancora pronta a farsi disegnare.







