La pista di bob di Cortina doveva essere il monumento di ghiaccio del riscatto italiano, la prova plastica che il Paese, quando vuole, sa ancora costruire, consegnare, inaugurare e perfino vincere. Doveva essere la risposta sovranista a chi temeva ritardi, sprechi, figuracce e opere senza futuro. Invece, a meno di un mese dalla notte più felice dello slittino azzurro, quella dell’11 febbraio, il grande simbolo delle Olimpiadi invernali del 2026 è già finito dentro il suo copione più italiano: polemiche, scaricabarile, gestione opaca, proprietà che si rincorrono e un ghiaccio che, nel frattempo, si scioglie davvero.
La scena che si presenta a Ronco, tra gli alberi sopra Cortina, ha qualcosa di malinconico e perfino un po’ grottesco. Chi passa da quelle parti, raccontano, entra e esce senza grandi ostacoli. E davanti agli occhi non trova l’orgoglio olimpico sbandierato dalla politica ma un impianto che già mostra i segni di una vecchiaia prematura. Il ghiaccio che si ritira, una pozzanghera ampia nel punto più a valle, la scritta “Milano Cortina” mangiata dal nero dell’incuria su una curva parabolica. Più che un’infrastruttura appena rilanciata per i Giochi, sembra il set di un’opera già lasciata indietro. E questo, per un’opera costata 124 milioni di euro, non è un dettaglio estetico. È un fatto politico.
Il punto, infatti, non è solo se la pista sia davvero “fuori uso”, come sostengono alcuni, oppure no, come replica con forza Simico. Il punto è più radicale e imbarazzante: in questo momento non è nemmeno chiarissimo chi debba occuparsene davvero. E quando un’infrastruttura da 124 milioni, costruita per uno degli eventi più osservati del pianeta, entra nella terra di nessuno amministrativa, allora il problema non è più tecnico. Diventa il ritratto di un sistema.
La filiera delle responsabilità è già, di per sé, un piccolo romanzo burocratico. Simico, la Società infrastrutture Milano Cortina guidata dal commissario governativo Fabio Massimo Saldini, con Pizzarotti ha riqualificato l’impianto. Poi, a ridosso dell’inizio dei Giochi, lo ha ceduto all’amministrazione comunale. Il Comune, a sua volta, lo ha dato in gestione alla Fondazione Milano Cortina. La Fondazione dovrebbe occuparsene fino al 30 aprile. Poi, a maggio, l’impianto tornerà di nuovo al Comune, che lo riconsegnerà a Simico. A quel punto Simico dovrà completare le lavorazioni finali per la consegna definitiva all’amministrazione. Sembra la pista di bob, ma letta così pare più una staffetta di carte bollate con il ghiaccio sullo sfondo.
Il risultato è che un’opera nata per dare l’idea di potenza organizzativa adesso trasmette soprattutto una sensazione di smarrimento. Chi la gestisce oggi? Chi ne risponde se domani qualcosa non funziona? Chi interviene se il deterioramento accelera? Chi controlla? Chi apre, chi chiude, chi conserva, chi manutiene? Quando il confine delle responsabilità si frammenta in questo modo, le opere pubbliche italiane diventano subito orfane, e spesso lo diventano ancora prima di entrare davvero in servizio.
Nel frattempo, la politica fa il suo mestiere, che in questi casi significa soprattutto difendere la narrazione. Matteo Salvini, sponsor entusiasta della pista e di tutta la simbologia che le è stata appiccicata addosso, è stato a Cortina sabato e ha rivendicato il risultato con la consueta sicurezza: «Sono sempre più contento delle infrastrutture che abbiamo messo a disposizione. Tutto quello che abbiamo costruito funziona». Una frase che, messa accanto alle immagini del ghiaccio che si scioglie e alla confusione sui passaggi di consegna, suona quantomeno ottimistica. Per non dire temeraria.
Perché questa è la vera trappola della pista di Cortina: più la si è caricata di significato politico, più adesso ogni crepa, ogni ritardo, ogni polemica si trasforma in una smentita simbolica. Non è più soltanto una pista. È diventata un manifesto. E i manifesti, si sa, sono splendidi finché restano slogan. Il problema arriva quando devono funzionare.
Simico, dal canto suo, ha reagito con una nota secca. «È priva di fondamento l’affermazione secondo cui il nuovo impianto sarebbe fuori uso». La società respinge dunque l’idea che lo Sliding Centre “Eugenio Monti” abbia subìto danni tali da renderlo inutilizzabile o da giustificare letture catastrofiche. È una smentita importante, e va presa sul serio. Ma anche questa replica, da sola, non risolve il nodo più grande. Perché un conto è dire che la pista non è fuori uso. Un altro è spiegare in che condizioni si trovi, quale sia il suo reale stato operativo, quali interventi servano, chi li stia seguendo e soprattutto con quale cronoprogramma.
Il rischio, in questi casi, è sempre lo stesso: ridurre tutto a una guerra di comunicati. Da una parte chi denuncia il disastro, dall’altra chi smentisce il disastro. In mezzo resta la realtà, che raramente è netta come i comunicati. La realtà, qui, sembra raccontare un’opera che non è probabilmente “morta”, ma che già vive in una zona grigia fatta di manutenzione delicata, di passaggi amministrativi pasticciati e di una fragilità mediatica enorme. Basta una pozzanghera, basta una scritta che sbiadisce, basta un accesso poco controllato, e subito la pista che doveva incarnare l’efficienza diventa l’ennesimo emblema nazionale di precarietà organizzata.
A pesare, naturalmente, è anche la cifra. Centoventiquattro milioni di euro non sono una spesa che si possa assorbire con una scrollata di spalle. È una somma talmente ingombrante da imporre non solo trasparenza, ma anche una qualità percepita altissima. Quando i cittadini leggono quella cifra e poi vedono fotografie di scioglimento, incuria, dubbi gestionali e rimpalli di consegna, la distanza tra il racconto ufficiale e l’impressione pubblica si allarga in modo devastante. E non c’è comunicato che possa chiuderla davvero.
In fondo è questo il vero problema delle grandi opere italiane: non solo devono essere utili, sicure e pronte. Devono anche vincere una battaglia psicologica contro la memoria collettiva di tutto quello che, in passato, è stato speso male, inaugurato in fretta o lasciato a metà. La pista di Cortina, per come è stata raccontata, doveva smentire quella memoria. Doveva dire: stavolta no, stavolta facciamo sul serio. E invece è bastato meno di un mese perché riaffiorassero tutti i fantasmi di sempre.
Il fatto che si parli già di campionati italiani rinviati, di indiscrezioni su danneggiamenti e di smentite ufficiali mostra bene il cortocircuito. Se tutto fosse davvero così lineare, nessuno sentirebbe il bisogno di intervenire con questa urgenza. Quando un’infrastruttura funziona, di solito il suo miglior comunicato è il silenzio operativo. Qui invece il silenzio non c’è, perché attorno all’impianto si è già aperta una battaglia di interpretazioni. E questo, da solo, basta a raccontare che qualcosa si è inceppato.
C’è poi un altro aspetto, meno appariscente ma non meno serio. Una pista di bob, slittino e skeleton non è una palestra di quartiere che si chiude e si riapre senza troppe conseguenze. È un’infrastruttura tecnica, costosa, delicatissima, che vive di equilibrio termico, controllo, manutenzione continua, gestione rigorosa degli accessi e programmazione meticolosa. Se attorno a un impianto simile si crea anche solo per qualche settimana una zona d’ombra amministrativa, il danno reputazionale arriva prima ancora di quello materiale.
Per questo la vicenda di Cortina è molto più di una polemica locale. È il termometro di come l’Italia sta entrando nell’ultimo miglio olimpico. Da qui al 2026 ogni impianto, ogni collegamento, ogni opera di contorno verrà guardata con un livello di attenzione crescente. E ogni inciampo verrà letto come una prova generale di quello che potrà accadere durante i Giochi. Se il simbolo più spettacolare e discusso si presenta già con queste incertezze, il messaggio che parte non è rassicurante.
Il punto, oltretutto, non riguarda soltanto Cortina o il bob. Riguarda il modello generale con cui in Italia si progettano, si finanziano, si realizzano e poi si gestiscono le grandi opere legate agli eventi. La costruzione e l’inaugurazione sono sempre la parte più visibile, più fotogenica, più politica. La manutenzione e la titolarità, invece, sono la parte più noiosa, e proprio per questo spesso la meno curata. Ma un’opera vive o muore lì, non nel giorno del taglio del nastro.
La pista “sovranista”, come è stata ribattezzata dai suoi critici, si ritrova così ad avere sulle spalle un doppio peso. Quello fisico del ghiaccio e quello politico della propaganda. Se funziona, sarà il trofeo di chi l’ha voluta contro tutto e tutti. Se anche solo traballa, diventerà la prova regina di una gestione ideologica delle infrastrutture. In questo senso, il destino della pista non è più soltanto sportivo. È già diventato narrativo.
E allora il problema non è stabilire se oggi sia davvero “fuori uso” in senso tecnico, come nega Simico. Il problema è che, anche se non fosse fuori uso, appare già dentro un racconto di incertezza che la danneggia quasi quanto un guasto reale. L’immagine di un impianto appena consegnato che si presenta vulnerabile, opaco nella gestione e conteso nelle responsabilità è già, di per sé, una sconfitta. Perché le Olimpiadi vivono di immaginario almeno quanto di cronometro.
Salvini può continuare a dire che tutto funziona. Simico può respingere le accuse e rivendicare che l’impianto non è affatto inutilizzabile. Ed è giusto che lo faccia se le indiscrezioni sono infondate. Ma adesso serve qualcosa di più di una frase politica e di una smentita tecnica. Serve una fotografia limpida, documentata, verificabile dello stato dell’opera. Serve chiarezza piena sulla catena delle responsabilità. Serve sapere chi la custodisce oggi, chi la custodirà domani, quali lavori restano, quali controlli sono in corso e quale sarà il suo regime reale nei prossimi mesi.
Perché a forza di rimpalli, di proprietà a elastico e di rassicurazioni generiche, il rischio è uno solo: che la pista di Cortina, prima ancora di ospitare il grande spettacolo olimpico, sia già diventata il monumento perfetto a un vizio italiano mai davvero corretto. Spendere moltissimo per costruire qualcosa di cui poi, appena passata la cerimonia, nessuno sa dire con chiarezza chi abbia davvero in mano le chiavi.







