Se c’è un evento che ogni anno riesce a trasformare la retorica in coreografia, quello è Sanremo. Il Festival della canzone non è solo musica, lustrini e share televisivo: è un laboratorio sociologico in prima serata. E, puntuale come la pubblicità del materasso, arrivano anche le sue “tasse morali”.
Festival e disabilità: inclusione o passerella emotiva?
A Sanremo si paga una prima tassa: quella dell’inclusione messa in vetrina. Si invitano ragazzi “speciali”, possibilmente sorridenti, meglio ancora se con la maglietta “Io sono come te”, così il pubblico si commuove, l’applauso parte automatico e l’algoritmo della bontà collettiva risulta ampiamente soddisfatto. Peccato che l’inclusione vera sia un’altra cosa. Non certo il momento strappalacrime piazzato tra un monologo e una standing ovation. Non è la clip edificante utile a ripulire la coscienza nazionale per tre minuti di share. Ma Sanremo funziona così: impacchetta tutto, anche la disabilità, in formato prime time. Parole chiave: inclusione, disabilità, spettacolarizzazione. E hashtag pronti.
Donne a Sanremo: dal “passo indietro” al passo sul posto
L’altra tassa, quella eterna, è il capitolo donne. Tutto esplose quando Amadeus inciampò nel celebre “passo indietro” riferito a Francesca Sofia Novello: «Apprezzo la capacità di stare accanto a un grande uomo, stando un passo indietro…». Sipario. Social in fiamme. Editoriali indignati. Meme come se piovesse.
Da quel momento, via le vallette esplicite, dentro quelle mascherate senza maschera: la nuova specie protetta della “co-conduttrice parlante”, autonoma ma non troppo, emancipata ma con moderazione, brillante ma sempre entro i confini del copione.
Quote rosa a Sanremo: numeri che parlano (poco)
Anche quest’anno la musica è donna, ma non troppo. Solo 10 artiste su 30 in gara. Una percentuale che fa discutere, indignare, riflettere — e poi ricominciare da capo l’anno dopo. Nel frattempo, tra le “Tagliatelle di nonna Pina” e un fiore del FantaSanremo che nessuno ha ancora capito davvero come funzioni, parte il monologo pedagogico: “Se una donna dice no è no”. Buttato lì, come il prezzemolo. Importante? Certo. Approfondito? Meno.
Ci riempiamo sempre la bocca con termini come “incisività”, “parità” e “rispetto” ma, a conti fatti, il percorso verso un mondo più equo è lunghissima, forse interminabile.







