Dopo il referendum, davvero, nulla è più come prima. Perché i numeri hanno un difetto insopportabile per chi governa: quando iniziano a girare male, diventano difficili da addomesticare. E la prima vera Supermedia successiva al voto costituzionale racconta esattamente questo. Giorgia Meloni perde colpi, Fratelli d’Italia scende, il Partito democratico sale, il Movimento 5 Stelle cresce ancora e il cosiddetto campo largo, almeno sul piano aritmetico, sorpassa il centrodestra.
Il dato che brucia di più a Palazzo Chigi è quello del partito della presidente del Consiglio. Fratelli d’Italia scende al 27,9% e lascia sul terreno quasi un punto. Non è un crollo, certo, ma è un segnale politico chiarissimo. Perché arriva in un momento in cui il governo è stato colpito da settimane pesanti, tra il contraccolpo del referendum, le dimissioni eccellenti, le fibrillazioni interne alla maggioranza e un clima generale che si sta facendo più tossico. La propaganda può anche continuare a raccontare una leader granitica e un esecutivo blindato, ma i sondaggi stanno iniziando a dire altro.
Fratelli d’Italia cala e il referendum presenta il conto
La verità è che il referendum ha lasciato una cicatrice politica più profonda di quanto il centrodestra voglia ammettere. La vittoria del No non si è tradotta in un rafforzamento automatico della premier, anzi. La Supermedia mostra che qualcosa si è mosso proprio nel cuore dell’elettorato. FdI resta il primo partito, ma perde quota nel momento in cui avrebbe avuto bisogno di mostrare compattezza e slancio. Invece arrivano segnali di stanchezza, di logoramento, di consenso meno solido del previsto.
E non è un caso che questo accada mentre la maggioranza ha dovuto ingoiare giornate complicate, con le uscite di scena di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè. Ogni singolo episodio può essere gestito mediaticamente, ma quando iniziano ad accumularsi producono un effetto preciso: erodono la sensazione di forza. E la politica, spesso, vive proprio di quella.
Pd e M5S crescono, il campo largo passa avanti
Dall’altra parte, intanto, il centrosinistra e i Cinque Stelle raccolgono. Il Pd sale al 22% e guadagna lo 0,4. Il M5S si porta al 12,9 e cresce di mezzo punto abbondante. Non stiamo parlando di una valanga, ma di un movimento coerente, sufficiente a spostare l’equilibrio complessivo. Perché sommando le forze del campo largo si arriva al 45,2% contro il 44,8% del centrodestra.
È un sorpasso minimo, quasi da fotofinish, ma politicamente enorme. Perché fotografa una possibilità che fino a poche settimane fa sembrava più teorica che reale. E invece adesso c’è, sta lì, nei numeri. Il blocco progressista, con tutte le sue contraddizioni, i suoi litigi, i suoi ego e i suoi eterni problemi di convivenza, riesce a stare davanti. Di poco, ma davanti. E questo per Meloni è già una cattiva notizia.
Il centrodestra non crolla, ma non corre più
Attenzione: il centrodestra non è evaporato. Forza Italia cresce al 9%, la Lega risale al 6,9, e questo in parte compensa l’arretramento di Fratelli d’Italia. Ma è proprio qui che si nasconde il tarlo più insidioso per la premier. La coalizione regge solo perché gli alleati tengono su la baracca mentre il partito guida perde smalto. Ed è una dinamica pericolosa, perché cambia i rapporti interni e rende molto più difficile continuare a imporre la propria linea senza contraccolpi.
Meloni ha costruito il suo dominio sul fatto di essere nettamente più forte degli altri. Se quel margine si assottiglia, cambia tutto. Cambiano i toni dentro la maggioranza, cambiano i ricatti possibili, cambiano le trattative, cambia perfino il linguaggio pubblico. Perché i partner di coalizione, quando sentono odore di sangue, smettono di fare i gregari e ricominciano a contarsi.
Il caso Conte-Piantedosi ancora non ha scaricato tutto il veleno
Il dettaglio più interessante, forse, è un altro. Questa rilevazione arriva mentre il caso Conte-Piantedosi non ha ancora prodotto fino in fondo il suo effetto. E parliamo di una vicenda che, a seconda di come evolverà, potrebbe aprire nuove crepe dentro un governo già nervoso, già esposto, già costretto a rincorrere l’emergenza quotidiana.
Per questo i numeri della Supermedia vanno letti non come una fotografia definitiva, ma come il primo fotogramma di una fase diversa. Una fase in cui la maggioranza non può più limitarsi a contare sulla rendita di posizione. Una fase in cui ogni incidente pesa doppio. Una fase in cui anche il racconto della “presidente imbattibile” comincia a mostrare crepe visibili.
Il vero problema di Meloni è che l’aria è cambiata
In politica c’è un momento in cui non conta soltanto quanto perdi, ma il fatto stesso che si inizi a percepire che puoi perdere. È quel momento lì che fa saltare i nervi, che agita i gruppi dirigenti, che rende improvvisamente tutti più feroci, più guardinghi, più egoisti. La Supermedia dice proprio questo: l’aria è cambiata.
Il campo largo non è ancora una macchina da guerra. Anzi, resta un cantiere aperto, disordinato, litigioso. Ma intanto passa davanti. Il centrodestra non è ancora battuto. Ma intanto arretra. Fratelli d’Italia non è ancora in caduta libera. Ma intanto scende. E in politica gli “intanto” sono spesso il modo più elegante per annunciare che qualcosa si è rotto.
Meloni può ancora girarla come vuole, può continuare a recitare la parte della leader inattaccabile, può contare sul fatto che l’opposizione resti fragilissima sul piano politico. Ma i sondaggi, stavolta, hanno il sapore sgradevole delle prime crepe serie. E quando le crepe arrivano dopo un referendum, dopo una sequenza di scosse interne e prima ancora che altri casi scarichino tutto il loro potenziale distruttivo, il problema smette di essere statistico. Diventa politico. E pure molto.







