La vittoria del No al referendum avrebbe dovuto rappresentare un punto di partenza. Un’occasione per rilanciare il progetto del campo largo, per costruire una piattaforma comune e, soprattutto, per iniziare a parlare di leadership in modo meno caotico. Invece, il giorno dopo, il clima è già quello delle divisioni.
A riaccendere la miccia è Silvia Salis, sindaca di Genova e figura sempre più centrale nel dibattito interno al centrosinistra. Il tema è quello più delicato: le primarie. E la sua posizione è netta, senza margini di ambiguità. “Non ho cambiato idea, sono sbagliate”. Non una sfumatura, ma una linea chiara, che arriva proprio mentre Elly Schlein e Giuseppe Conte avevano riaperto alla possibilità di utilizzarle per scegliere la guida del campo progressista.
Salis contro le primarie: “Messaggio divisivo”
Il ragionamento della sindaca parte da un punto tecnico ma diventa subito politico. Le primarie, secondo Salis, obbligano partiti alleati a mettersi uno contro l’altro in una fase delicatissima. “Ti obbligano a fare campagna elettorale contro persone che poi dovrebbero sostenere il tuo governo”. È qui il cuore della critica: non è solo una questione di metodo, ma di coerenza politica.
Per Silvia Salis, il rischio è evidente. Si crea una competizione interna che, invece di rafforzare il campo progressista, finisce per indebolirlo. “È un messaggio di divisione che non sostengo”. E il passaggio più netto arriva quando chiarisce che nemmeno l’avvicinarsi delle elezioni potrà cambiare questa posizione. La linea è tracciata: niente primarie, serve piuttosto una discussione interna capace di individuare un leader condiviso.
Il nodo leadership divide Schlein e Conte
Il problema, però, è proprio questo. Il campo largo, al momento, non ha un leader naturale riconosciuto da tutti. Schlein e Conte hanno provato a riaprire il dossier primarie proprio per evitare uno scontro diretto sulla scelta del candidato. Una via apparentemente democratica, ma che ora rischia di trasformarsi in un ulteriore terreno di scontro.
L’intervento di Silvia Salis complica ulteriormente il quadro. Perché arriva da una figura amministrativa che gode di consenso e che, proprio per questo, viene guardata con attenzione anche a livello nazionale. Ma la stessa sindaca chiude subito ogni ipotesi personale: “Sono la sindaca di Genova e non voglio partecipare”. Un modo per sottrarsi al gioco delle ambizioni, ma anche per rafforzare la sua posizione politica senza esporsi direttamente.
Il risultato è un cortocircuito. Da una parte c’è la necessità di individuare una guida, dall’altra l’assenza di un metodo condiviso per farlo. E nel mezzo ci sono le tensioni tra le diverse anime del centrosinistra, che continuano a riemergere ogni volta che si passa dalla teoria alla pratica.
Il rischio boomerang: “La destra userà le divisioni”
C’è poi un altro elemento che pesa nelle parole di Silvia Salis. Le primarie, sostiene, non solo dividono internamente, ma offrono anche un’arma politica agli avversari. “Qualunque cosa si dica durante la campagna elettorale delle primarie è qualcosa di divisivo che la destra userà contro il campo progressista”.
È una lettura che fotografa bene il timore più diffuso: quello di arrivare alle elezioni nazionali già logorati da uno scontro interno. In questo senso, la posizione della sindaca non è isolata, ma intercetta una preoccupazione reale dentro l’area riformista. Il paradosso è evidente. Il referendum aveva offerto un’occasione per compattare il fronte. Ma nel giro di poche ore il dibattito è tornato a concentrarsi sulle differenze, sui metodi, sulle leadership. E il campo largo, più che allargarsi, sembra di nuovo alle prese con i suoi confini.
Non è la prima volta che accade. E probabilmente non sarà l’ultima. Ma il tempismo, questa volta, rende tutto più evidente: il problema non è vincere una battaglia, è riuscire a restare uniti il giorno dopo.







