Garlasco, corruzione al pm. Brescia chiude le indagini su Venditti e la pista dei soldi diventa esplosiva: “Pagato dai Sempio per archiviare”

Garlasco corruzione al pm

A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco apre un nuovo fronte giudiziario pesantissimo. Non più soltanto Pavia, dove Andrea Sempio è tornato al centro dell’inchiesta per l’omicidio della ventiseienne uccisa il 13 agosto 2007, ma anche Brescia, dove la Procura si prepara a chiudere uno dei fascicoli più delicati dell’intera vicenda: quello sul presunto pagamento di denaro che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe stato destinato all’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti per favorire l’archiviazione di Sempio nel 2017. Se l’accusa contro Andrea Sempio ha rimesso in discussione la storia processuale del delitto, la pista dei soldi rischia ora di raccontare che quella prima archiviazione non fu soltanto una scelta investigativa, ma il possibile approdo di un sistema di pressioni, contanti e rapporti opachi.

Il “pizzino” trovato in casa Sempio

Il cuore dell’inchiesta bresciana resta un appunto trovato in un quaderno-rubrica nell’abitazione della famiglia Sempio. Poche righe, ma sufficienti a far tremare l’intero impianto della vecchia indagine. Sul foglio compare il riferimento a Venditti, al gip, all’archiviazione e a una somma indicata tra 20 e 30mila euro. Sul retro, una frase ancora più inquietante: “Se archivia indaggine”, scritto proprio con due g, “non può essere indagato per lo stesso motivo il Dna”. Per gli inquirenti, quel foglio può rappresentare un indizio chiave della presunta corruzione: il denaro, secondo questa ipotesi, sarebbe servito a orientare l’esito della prima indagine su Andrea Sempio, allora coinvolto negli accertamenti per il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi.

Giuseppe Sempio e l’ipotesi del pagamento

Secondo l’impostazione accusatoria, a versare quella somma sarebbe stato Giuseppe Sempio, padre di Andrea, oggi indagato come presunto corruttore. Il punto è decisivo: se Andrea Sempio fosse davvero l’assassino di Chiara Poggi, allora anche il presunto pagamento acquisterebbe un movente evidente. Non più un episodio oscuro ma laterale, bensì il possibile tentativo di salvare il figlio dall’indagine più grave. La corruzione, in questa lettura, diventerebbe il retrobottega della prima archiviazione. E proprio per questo la chiusura delle indagini a Brescia può avere un impatto enorme anche sul fascicolo principale di Pavia.

Brescia prepara l’avviso di conclusione indagini

I pubblici ministeri Donato Greco e Alessio Bernardi attendono per la prossima settimana l’informativa finale della Polizia giudiziaria. Subito dopo dovrebbe arrivare l’avviso di conclusione delle indagini. La notizia segna un passaggio cruciale, perché porta verso una possibile contestazione formale uno dei sospetti più devastanti emersi nella nuova stagione investigativa su Garlasco: l’idea che qualcuno abbia pagato per impedire che Andrea Sempio restasse dentro l’inchiesta. Una pista che, fino a poco tempo fa, sembrava quasi impossibile da sostenere e che invece oggi torna al centro della scena proprio mentre Pavia chiude il cerchio sull’accusa di omicidio.

Le intercettazioni e il peso del filone bresciano

Molte intercettazioni raccolte nel filone bresciano sono già state depositate a Pavia a sostegno dell’accusa di omicidio contro Sempio. Per gli investigatori, il tentativo di “aggiustare” la prima indagine non è un dettaglio separato, ma un tassello del quadro complessivo. Se una famiglia si sarebbe mossa per condizionare l’archiviazione, la domanda diventa inevitabile: che cosa temeva davvero? Perché tanta urgenza? Perché quei soldi? Perché quel riferimento all’archiviazione e al Dna? Domande che ora Brescia dovrà trasformare, o meno, in una contestazione sostenibile davanti a un giudice.

I prelievi in contanti e il mistero di “quelli là”

Anche al netto della posizione di Venditti, resta il mistero dei prelievi di denaro contante effettuati dalla famiglia Sempio tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, nei mesi cruciali della prima indagine a carico di Andrea. Giuseppe Sempio, nelle intercettazioni, si sarebbe sfogato più volte parlando dell’avidità e delle pressioni di “quelli là”, soggetti mai identificati con certezza che avrebbero preteso denaro. La famiglia ha sempre sostenuto che quei soldi servissero a pagare in nero i tre difensori dell’epoca, ma le versioni fornite non avrebbero eliminato tutti i dubbi. E oggi, davanti alla nuova accusa di omicidio, quei contanti assumono un peso ancora maggiore.

Il possibile movente della corruzione

Il ragionamento degli inquirenti è semplice e feroce: se Andrea Sempio era davvero coinvolto nell’uccisione di Chiara Poggi, allora la sua famiglia avrebbe avuto un interesse enorme a far chiudere l’indagine del 2017. In questa prospettiva, i soldi non sarebbero più una stranezza contabile o una vicenda familiare mal spiegata, ma il possibile carburante di un tentativo di insabbiamento. Tutto, però, richiede una premessa pesantissima: i genitori di Sempio dovevano sapere, o almeno temere concretamente, che Andrea fosse coinvolto nel delitto. Solo così avrebbero senso l’affanno, le versioni sull’alibi, il viaggio a Vigevano, gli orari di uscita e rientro, lo scontrino del parcheggio e quei 15mila euro finiti chissà dove.

Venditti e il secondo filone sul “sistema Pavia”

Il nome di Mario Venditti compare anche in un secondo fascicolo bresciano, quello ribattezzato “sistema Pavia”. In questo filone risultano coinvolti anche i pm Pietro Paolo Mazza e Cristiano D’Arena. Le contestazioni, a vario titolo, sono corruzione e peculato e riguardano l’affidamento dei noleggi degli apparati per le intercettazioni e delle auto usate dalla Procura pavese. Secondo l’accusa, alcuni mezzi sarebbero stati richiesti in misura non proporzionata alle esigenze investigative e destinati anche a usi privati. È un fascicolo diverso da quello su Garlasco, ma contribuisce a disegnare lo sfondo dentro cui si muove l’inchiesta su Venditti.

Il Riesame ridimensiona una parte dell’accusa

Su questo punto, però, il tribunale del Riesame di Brescia ha già ridimensionato il quadro. I giudici hanno osservato che non emergono elementi investigativi tali da dimostrare che le auto noleggiate non servissero alle indagini ma a esigenze personali dei magistrati. È un passaggio importante, perché mostra quanto il fascicolo sia complesso e tutt’altro che lineare. L’indagine sul “sistema Pavia” resta aperta, ma una parte dell’impianto accusatorio ha già incontrato ostacoli. Lo stesso vale per la posizione di Venditti nel filone Garlasco, dove l’accusa ha dovuto fare i conti con più decisioni sfavorevoli su sequestri e dispositivi.

Il laptop della Procura e gli accertamenti informatici

Nelle mani degli investigatori resta però il computer portatile della Procura di Pavia che Venditti aveva trattenuto dopo il pensionamento. Su quel laptop la Guardia di finanza ha continuato a scavare alla ricerca di riscontri. È uno degli elementi ancora potenzialmente decisivi, perché dagli accertamenti informatici può dipendere una parte dell’esito dell’indagine. Se quel computer restituisse tracce utili, il fascicolo potrebbe rafforzarsi. Se invece non emergessero elementi solidi, la posizione dell’ex procuratore potrebbe alleggerirsi. In ogni caso, la prossima chiusura delle indagini segnerà un passaggio obbligato: da quel momento gli indagati conosceranno il perimetro definitivo delle contestazioni e potranno preparare la difesa.

L’incidente probatorio del 18 maggio

Il 18 maggio, giorno in cui scadono i termini dell’indagine sul “sistema Pavia”, è fissato a Brescia anche l’incidente probatorio chiesto dalla difesa. Verranno ascoltati cinque sostituti procuratori allora in servizio a Pavia: Valeria Biscottini, Valentina De Stefano, Alberto Palermo, Roberto Valli e Andrea Zanoncelli. Anche questo passaggio può incidere sul racconto complessivo dei rapporti interni alla Procura pavese e sul modo in cui venivano gestiti affidamenti, strumenti investigativi e decisioni operative. Non riguarda direttamente l’omicidio di Chiara Poggi, ma lambisce lo stesso ambiente giudiziario che nel 2017 archiviò la posizione di Andrea Sempio.

Due fascicoli diversi, un’unica ombra su Garlasco

Formalmente, i fascicoli sono diversi. Da una parte c’è la presunta corruzione legata all’archiviazione di Andrea Sempio. Dall’altra c’è il “sistema Pavia”, con contestazioni più ampie su noleggi, intercettazioni, auto e presunti usi impropri. Ma politicamente e mediaticamente i due percorsi si toccano, perché entrambi riportano al centro della scena il ruolo di Mario Venditti e l’ombra lunga del caso Garlasco. Il punto non è soltanto stabilire se qualcuno abbia pagato o ricevuto denaro. Il punto è capire se la prima indagine su Sempio sia finita troppo presto per debolezza degli elementi o perché qualcuno avrebbe avuto interesse a chiuderla.

La domanda che resta sul caso Chiara Poggi

La chiusura delle indagini a Brescia non darà da sola una risposta definitiva. Ma metterà nero su bianco un sospetto che da mesi accompagna la nuova inchiesta: se Sempio è davvero l’assassino di Chiara Poggi, perché nel 2017 la sua posizione venne archiviata così rapidamente? E se i soldi di cui parlano appunti, intercettazioni e prelievi non erano destinati a condizionare quell’archiviazione, allora dove finirono davvero? È questa la domanda che pesa sulla famiglia Sempio, su Venditti e sull’intera storia giudiziaria di Garlasco. Una domanda che oggi non appartiene più soltanto ai retroscena. Sta per entrare negli atti conclusivi di un’inchiesta.

Resta fermo il principio di non colpevolezza per tutti gli indagati. Andrea Sempio respinge l’accusa di avere ucciso Chiara Poggi. Mario Venditti e Giuseppe Sempio potranno difendersi dalle contestazioni della Procura di Brescia se l’avviso di conclusione delle indagini confermerà l’impianto accusatorio. Ma una cosa è già evidente: la pista dei soldi non è più un’ombra laterale. Dopo la chiusura delle indagini per omicidio a Pavia e l’imminente svolta bresciana, diventa uno dei capitoli centrali del nuovo caso Garlasco.