Piantedosi e Dagospia, Nordio e Mediaset, la Meloni fa la guerra al gossip e se la prende con Corona e il sottoscritto. E l’Italia intanto affonda…

Piantedosi e Dagospia, Nordio e Mediaset a, la Meloni fa la guerra al gossip. Non so se si siano mossi di concerto. Ma sicuramente si muovono in armonia. Con Giorgia Meloni, con Giovanbattista Fazzolari, con un’idea del potere che non sopporta il rumore, non tollera l’ironia, non perdona il dissenso e soprattutto non accetta che qualcuno fuori dal coro possa permettersi di scrivere ciò che nei palazzi tutti sussurrano e nessuno vuole vedere stampato. Non lo fanno per lavare l’offesa, perché i tempi lunghissimi della giustizia rendono qualunque riparazione tardiva, fredda, quasi inutile. Lo fanno perché la guerra giudiziaria, per citare von Clausewitz a modo nostro, è la continuazione della politica con altri mezzi.

Qui non siamo più davanti a singole querele. Siamo davanti a un metodo. Colpirne uno per educarne cento. Carlo Nordio, ministro della Giustizia, querela Mediaset e Bianca Berlinguer dopo le parole sulla Minetti e trasforma una trasmissione televisiva in un caso politico. Non è un dettaglio. Perché Mediaset significa Marina Berlusconi. Significa un pezzo di potere che Giorgia Meloni non controlla fino in fondo e che guarda con crescente insofferenza, soprattutto quando Forza Italia sembra voler respirare aria propria invece di limitarsi a fare da ruota di scorta del melonismo.

Piantedosi e Dagospia, Nordio e Carta Bianca, l’assalto ai cani sciolti

Poi c’è Matteo Piantedosi. Il ministro dell’Interno innamorato non querela tutti i giornalisti che hanno scritto della sua relazione con Claudia Conte, degli effetti collaterali istituzionali o delle chiacchiere che inevitabilmente accompagnano chi occupa certi ruoli. No. Querela Dagospia. Querela Roberto D’Agostino. Querela il cane sciolto. Perché Dagospia è libera. Perché non chiede permesso. Perché non si deve permettere. E il potere, quando trova qualcuno senza protezioni politiche, senza grandi gruppi editoriali dietro e senza corporazioni pronte a fare quadrato, azzanna.

E io ne so qualcosa

Ne so qualcosa io. Io che per un articolo ridicolo, scritto in punta di penna per Dillinger, sono da due anni faccia a faccia con Giorgia Meloni, pardon, il presidente del Consiglio, i suoi avvocatoni, i giudici, la polizia, le udienze, le notifiche, quella macchina lenta e costosissima che dovrebbe servire a fare giustizia e che invece troppo spesso serve a stancare chi ha osato scrivere.

Ne so qualcosa io, che una mattina alle sette sono stato prelevato da cinque uomini della Mobile. Io, giornalista iscritto all’Ordine. Io, direttore di una testata registrata in tribunale. Portato via a sirene spiegate, condotto in questura e tenuto per otto ore in una stanza senza neppure poter andare in bagno. Otto ore. Per un articolo di gossip. Per una cosa che in un Paese normale un capo del governo avrebbe liquidato con una risata, una smentita, magari una battuta. Invece no. Si muove la polizia. Si muovono i tribunali. Si mette in scena tutta la sproporzione del potere contro chi non conta abbastanza da potersi difendere davvero.

Il peccato originale: aver scritto per Corona

Ne so qualcosa io che ho chiesto al mio sindacato di difendermi e sono diventato improvvisamente radioattivo nel momento stesso in cui hanno saputo che Dillinger era il giornale dove scriveva Fabrizio Corona. Poco importava che Corona non fosse l’editore. Poco importava che io da quella testata me ne fossi andato dopo quindici giorni sbattendo la porta. Poco importava che fossi un giornalista, un direttore, un professionista. Colpevole di gossip, dunque. Colpevole per contaminazione. Colpevole perché non appartenevo al salotto buono del giornalismo che piace ai custodi dell’ordine e ai professionisti dell’indignazione selettiva.

Ebbene sì. O forse no. Lo deciderà un giudice che, in questi due anni di udienze, sono certo avrà trovato il tempo di leggere quell’articolo e di accorgersi che di diffamatorio non c’è nulla. Ma intanto il processo va avanti. Intanto si spendono soldi, energie, salute, tempo. Intanto il messaggio arriva forte e chiaro: se tocchi il potere, il potere può decidere di occuparti la vita.

Mentre l’Italia annaspa, il governo fa la guerra al gossip

E tutto questo mentre l’Italia annaspa davvero. La guerra in Iran. I disastri economici. La benzina a due euro al litro. Le famiglie strangolate da mutui e bollette. Le imprese che arrancano. I pasticci di Nordio. Le tensioni internazionali. Trump. Hormuz. E Giorgia Meloni che fa la guerra al gossip. La guerra a Fabrizio Corona. La guerra a Dagospia. La guerra a Bianca Berlinguer e a Carta Bianca. La guerra ai cani sciolti.

A fine maggio una sezione intera del tribunale di Milano, con giudici, avvocati, impiegati, tirocinanti, scrivani e portaborse, si trasferirà addirittura a Palazzo Chigi per ascoltare la testimonianza della presidente del Consiglio sulle voci di una sua presunta relazione con l’onorevole Manlio Messina. Una questione evidentemente decisiva per il destino della Repubblica. Una faccenda che in qualunque democrazia adulta sarebbe stata liquidata con una scrollata di spalle e che invece diventa materia di Stato.

Solidarietà ai giornalisti sotto attacco

La mia solidarietà va a Roberto D’Agostino e a Dagospia. Va a Bianca Berlinguer e a È sempre Cartabianca. Va a Sigfrido Ranucci. Va a tutti quei giornalisti che continuano a lavorare senza il conforto di editori potenti, lobby, correnti o sindacati pronti a mobilitarsi. Perché oggi il problema non è essere di destra o di sinistra. Il problema è capire se chi governa considera ancora il giornalismo libero una componente della democrazia o soltanto un fastidio da silenziare.

Il silenzio dei sindacati

E il silenzio attorno è forse la cosa peggiore. Perché le associazioni, i sindacati arrivano sempre tardi, parlano piano, distinguono, valutano, pesano. Con i grandi giornali si indignano. Con i cani sciolti fanno finta di non vedere. Giornalisti di serie A e giornalisti di serie B. Giornalisti buoni e giornalisti cattivi, quelli con il bollino come le banane Ciquita e quelli senza. Boni i sindacati…

Io non chiedo indulgenza. Non chiedo protezione speciale. Chiedo soltanto che si abbia il coraggio di dire la verità: in Italia si usa sempre più spesso la giustizia come strumento di intimidazione contro il giornalismo scomodo. E chi applaude oggi perché il bersaglio gli sta antipatico, domani rischia di svegliarsi in un Paese dove scrivere sarà diventato un mestiere riservato agli obbedienti. E dove magari alle 7 del mattino suoneranno a casa sua per portarlo con le sirene schierate in Questura. Solo contro il Potere. Alla faccia delle proporzioni.