Orbán in prigione? Per anni è sembrato intoccabile. Il leader capace di trasformare Fidesz in una macchina di potere totale, dominante nella politica, nei territori, nei media e nelle istituzioni ungheresi. Adesso però qualcosa è cambiato davvero. E la domanda che fino a pochi mesi fa sembrava impensabile oggi viene pronunciata apertamente anche fuori dai corridoi della politica: Orbán rischia davvero di finire sotto processo? E persino in prigione?
A far esplodere il dibattito è stato Péter Magyar, il nuovo premier ungherese in pectore che ha appena travolto il sistema costruito dal leader nazionalista. Nella sua prima intervista internazionale concessa a Repubblica durante il Riviera International Film Festival, Magyar ha affrontato il tema più delicato e più temuto dall’establishment di Budapest: il futuro giudiziario dell’uomo che ha governato l’Ungheria per oltre quindici anni.
“Non sarò io a mandarlo in carcere”
La domanda era inevitabile. Nel documentario dedicato alla sua scalata politica, Spring Wind – The Awakening, Magyar ripete più volte una frase diventata un manifesto contro il vecchio potere: «Li manderemo tutti in prigione».
Davanti alla domanda diretta su Viktor Orbán, però, il nuovo leader ungherese cambia tono e sceglie parole molto più fredde e pesate.
«Non è il mio compito. È il compito dei giudici», spiega. «Quello che possiamo fare è restituire indipendenza alla giustizia, creare nuove autorità anticorruzione e aderire all’Olaf».
Un messaggio che in Ungheria pesa come una bomba politica. Perché Magyar evita accuratamente il linguaggio della vendetta, ma allo stesso tempo lascia intendere che, con magistrati realmente indipendenti, molte vicende potrebbero essere riaperte.
«Io devo essere molto rigoroso su questo», aggiunge. «Non spetta a un politico decidere chi va in prigione».
Orbán in prigione? il “sistema-mafia” di Fidesz
Nell’intervista a Repubblica il nuovo leader ungherese non usa comunque toni concilianti verso il vecchio potere. Parla apertamente di “sistema-mafia”, accusa il regime di aver piegato le istituzioni e definisce “marionette” alcuni vertici nominati negli anni da Fidesz.
«L’obiettivo non è cambiare solo la testa delle istituzioni, ma cambiare il sistema», afferma.
Secondo Magyar, in molte aree rurali dell’Ungheria si era creato un clima di paura e controllo sociale soffocante. «Medici, infermieri e poliziotti avevano paura perfino di partecipare ai nostri incontri nei loro paesi», racconta. «Andavano nei villaggi vicini per non essere fotografati o riconosciuti».
Parole che spiegano anche il cuore della sua campagna elettorale: trasformare la paura in rabbia politica.
La lunga marcia contro Orbán
Magyar sostiene di aver sconfitto Orbán facendo esattamente ciò che la politica moderna fa sempre meno: incontrare le persone.
Niente strategia da salotto televisivo. Niente politica costruita soltanto sui social. «Ho visitato oltre 700 villaggi e città», racconta. «Ci sono stati giorni in cui facevo otto o nove comizi».
Una campagna quasi fisica, fatta di piazze, mani strette e chilometri macinati nelle campagne ungheresi dominate per anni dalla rete di potere di Fidesz.
Ed è qui che torna la frase che Magyar ripete continuamente durante la campagna elettorale: «Nella Bibbia c’è scritto 345 volte “non abbiate paura”».
Secondo lui è stata proprio quella la chiave della caduta del sistema Orbán: convincere la popolazione che il potere poteva essere battuto davvero.
“Sì, sono populista”
A differenza di molti leader europei, Magyar non fugge nemmeno dall’etichetta di populista. Anzi, la rivendica apertamente.
«Tanti politici e giornalisti dicono che sono un populista. Ebbene sì, in un certo senso lo sono».
Poi spiega cosa intende: «Per me la politica sono le persone, i loro desideri, le loro speranze. È la democrazia».
Una frase che sembra una frecciata non solo contro Orbán, ma anche contro una parte dell’élite europea accusata da anni di essersi allontanata dagli elettori reali.
Il film che ha trasformato Magyar in simbolo
Attorno alla figura del nuovo leader ungherese sta nascendo intanto una vera narrazione cinematografica. Al Riviera International Film Festival è stato presentato Spring Wind – The Awakening, il documentario che racconta la sua ascesa contro il potere di Orbán.
Secondo i dati diffusi dalla produzione, il film sarebbe già stato visto da oltre 3 milioni di ungheresi. Numeri enormi per un Paese che conta meno di dieci milioni di abitanti.
Ed è forse questo il dato più impressionante della vicenda Magyar: in pochissimi mesi è passato da uomo interno al sistema Fidesz a simbolo nazionale della ribellione contro Viktor Orbán. Con una promessa che ora agita davvero il vecchio establishment di Budapest: non sarà la politica a decidere il destino dell’ex premier. Ma una magistratura finalmente indipendente potrebbe farlo.







