Salvini accelera verso il Viminale e prepara un anno “a perdifiato”: una tappa al mese, assemblea federale e resa dei conti interna con l’ombra Vannacci

Matteo Salvini

A perdifiato, appunto. Perché l’anno prima delle elezioni, per un partito che sente il fiato degli alleati sul collo e quello dell’opinione pubblica sul tema sicurezza, non consente pause né esitazioni. La Lega sembra avere deciso che la campagna, in realtà, comincia adesso. E Matteo Salvini, più che guidarla, vuole incarnarla: l’obiettivo politico, ripetuto e riconoscibile, è il ritorno al Viminale. Non come suggestione da retroscena, ma come traguardo che tiene insieme l’identità del partito, la sua piattaforma storica e la necessità di riemergere in una coalizione dove la competizione è interna prima ancora che esterna.

Il contesto, peraltro, è cambiato. Se davvero la legge elettorale andrà verso un proporzionale più puro, il tempo dei “collegi sicuri” rischia di diventare un ricordo buono per le foto d’archivio. E questo modifica la psicologia del partito: significa che ogni dirigente, ogni corrente, ogni rete territoriale dovrà dimostrare peso e capacità di raccogliere consenso. Non basterà più “esserci”, bisognerà contarsi. In una Lega che negli ultimi anni ha vissuto oscillazioni e malumori, la prospettiva di una competizione più secca può trasformarsi in disciplina oppure in frattura. Salvini, evidentemente, punta sulla disciplina.

Da qui l’agenda serrata. Un appuntamento pubblico al mese, un ritmo pensato per tenere accesa l’attenzione e dare la sensazione di una marcia continua, senza tempi morti. In mezzo, l’assemblea federale prevista a giugno, che non è un dettaglio tecnico ma una tappa politica: serrare le file, rimettere un timbro sull’identità del partito, chiarire “che cosa vuole la Lega oggi”. Letta così, l’assemblea non parla solo alla base: parla ai quadri, parla ai parlamentari, parla soprattutto ai partner di governo. È il modo per dire: non ci sciogliamo nell’amministrazione dell’esistente, non ci limitiamo a votare la Manovra e a difenderla con fatica; vogliamo un profilo riconoscibile e una bandiera da piantare.

La sicurezza è quella bandiera. Non è un caso che, proprio in questi giorni, la Lega abbia rivendicato la paternità politica di passaggi del nuovo decreto Sicurezza, sottolineando che dentro ci sarebbero “proposte fortemente volute” dal partito, alcune già presentate in precedenza. È una frase che pesa più del provvedimento stesso: è la dimostrazione di una guerra di posizionamento con Fratelli d’Italia, perché su quel terreno nessuno vuole essere “secondo”. Il messaggio è semplice: se qualcuno suona la grancassa, noi pretendiamo di essere i compositori della musica. E, nella logica salviniana, la continuità tra decreto Sicurezza e Viminale è la linea che deve restare visibile agli elettori.

Nel frattempo, Salvini lavora anche sul piano simbolico delle relazioni internazionali: il viaggio a New York, raccontato come occasione per tessere contatti, non è soltanto una trasferta. È parte della costruzione di un’immagine: il leader che non è confinato nel cortile italiano, che parla e si muove, che si accredita in un circuito più ampio. In una stagione in cui la politica vive di posture, il leader leghista sembra voler sommare due fotografie: quella del “ministro dell’ordine” e quella dell’uomo che frequenta scenari globali. È una miscela che, per i suoi sostenitori, può diventare credibile; per i critici, può apparire come marketing. Ma la politica, oggi, spesso è anche questo: presidio del racconto prima ancora che delle decisioni.

Il problema vero, però, è interno. E ha un nome che continua a circolare come un vento teso dentro il partito: Roberto Vannacci. Tra i leghisti soffia la voce di una possibile “secessione interna”, che partirebbe dai gruppi parlamentari. Lui, da parte sua, alimenterebbe l’attesa con una frase ripetuta: “grandi novità sono in arrivo”. Nel partito c’è chi minimizza e chi ironizza, sostenendo che avrebbe “esaurito la spinta propulsiva”. Ma anche l’ironia, in questi casi, è una forma di difesa: perché se davvero si aprisse una faglia, non sarebbe una scaramuccia di corridoio. Sarebbe un test sulla tenuta della leadership e sulla capacità di Salvini di non farsi trascinare in una guerra laterale mentre prova a correre dritto verso il suo obiettivo.

Ed è qui che l’assemblea federale torna centrale: non solo per “proclamare” una linea, ma per misurare fedeltà e rapporti di forza. Con un proporzionale che premia la contabilità interna, i partiti diventano macchine di selezione più spietate. Ogni ambizione personale ha bisogno di spazio, e ogni spazio, in politica, si paga. Salvini dovrà decidere se integrare, contenere o marginalizzare. Qualunque scelta avrà un costo.
Sul piano operativo, l’avvio del calendario è già segnato. Il 21 gennaio, anche se tecnicamente non è un evento di partito, il ministero dei Trasporti prepara una grande iniziativa sul lavoro per le infrastrutture legate alle Olimpiadi: un’altra occasione per saldare la figura del ministro con quella del leader in campagna permanente. E sul Ponte sullo Stretto, con iniziative di associazioni territoriali favorevoli all’opera, si muove un ulteriore pezzo di narrazione: non solo sicurezza, dunque, ma anche cantieri, opere, promessa di modernizzazione. In altre parole: la Lega prova a tenere insieme i suoi due registri storici, identità e “fare”.

Resta, però, la domanda che attraversa tutto: questa corsa a perdifiato sarà una rincorsa o un ritorno? Perché la Lega, nel prossimo anno, non correrà soltanto contro gli avversari. Correrà contro l’usura del governo, contro la concorrenza degli alleati e contro le sue stesse crepe. Salvini ha scelto la strategia dell’accelerazione: riempire l’agenda, occupare lo spazio, rivendicare le bandiere. Ma in politica l’accelerazione funziona solo se il motore regge. E se, mentre si corre, nessuno decide di tirare il freno dall’interno.