L’Ariston sa fare tutto. Sa essere passerella musicale, teatro popolare, confessionale collettivo e, quando serve, macchina del tempo. Ma soprattutto sa fare una cosa che alla Rai riesce sempre benissimo: prendere un pezzo di immaginario nazionale, lucidarlo, mettergli due riflettori addosso e farci capire che non era solo televisione. Era infanzia, era famiglia, era un Paese intero davanti allo stesso schermo a discutere se Sandokan fosse più bello del compagno di banco.
E così, nella prima serata della 76ª edizione del Festival, ecco servita la scena perfetta: Kabir Bedi e Can Yaman uno accanto all’altro. Il Sandokan mitico anni ’70 e il Sandokan 2.0 della nuova fiction. Il pirata in versione vinile e il pirata in versione streaming. Un ponte tra epoche? Sì. Un’operazione nostalgia con il contorno di marketing? Anche. Ma fatta bene, va detto. Perché quando Sanremo chiama la nostalgia, la nostalgia risponde subito, come il cane quando sente aprire il pacco dei croccantini.
La regia non sbaglia un colpo. Luci morbide, pausa calibrata, l’atmosfera che si gonfia di significato come un pallone aerostatico. Yaman si avvicina e fa la mossa più intelligente della serata: non prova a essere “il nuovo Kabir Bedi”. Sarebbe suicidio televisivo. Fa l’opposto: lo riconosce. Gli prende la mano, chiede con delicatezza «Mi permetti?», e la bacia portandola alla fronte. «Nella mia cultura si fa così», spiega. Tradizione turca, rispetto per l’anziano, omaggio al simbolo. E lì l’Ariston, che fiuta le scene da replay già mentre accadono, si ammutolisce.
Bedi sorride e si commuove con quella sobrietà da uomo che non deve conquistare niente, perché ha già conquistato tutto. Poi dice la frase che, senza cattiveria, mette in cornice l’intera faccenda: «Per il pubblico non è solo una questione di interpretazione, ma tutto quello che Sandokan rappresenta». E infatti. Sandokan non è un personaggio. È una parola-calamita che ti tira addosso ricordi, sigle, odori di salotto, coperte sul divano, genitori che dicono “ancora cinque minuti” e poi restano ipnotizzati anche loro.
Ecco perché il confronto è inevitabile, ma non è una sfida tra attori. È una sfida tra meccanismi. Da una parte il mito, che nasce in un tempo in cui la televisione era una religione domestica e i protagonisti diventavano santi laici. Dall’altra il divismo moderno, fatto di frammenti, clip, fanbase, commenti in tempo reale, algoritmi che ti dicono chi amare e per quanto. Kabir Bedi è un pezzo di storia: non si “segue”, si ricorda. Can Yaman, invece, si vive nel presente continuo: un giorno trend, il giorno dopo scandalo, il giorno dopo “perché non mi rispondi in DM?”.
Poi, com’è giusto che sia, Sanremo fa Sanremo e non resiste al bisogno di sgonfiare l’epica con una risata. Laura Pausini arriva come la zia che, al pranzo di Natale, interrompe il discorso serio per dire una cosa che ti fa sputare l’acqua: «Ci sarà una terza stagione ma mi dispiace dirvi che il protagonista non sarai né tu», dice a Yaman, «né tu», a Bedi. «Sarà lui». E sullo schermo compare Carlo Conti vestito da Sandokan. Parte la sigla remixata: «Carlokan, Carlokan». Ridiamo tutti, perché è l’unico modo per non ammettere che per un attimo ci siamo davvero emozionati per un pirata immaginario.
Eppure, sotto la battuta, resta il punto vero. Yaman è perfetto per il nostro tempo: fisico scolpito, sorriso telecomandato, presenza scenica, fandom militante che ti difende come se avessi insultato un parente stretto. È l’eroe globale: fotogenico, esportabile, pronto per il poster e per la GIF. Ma Kabir Bedi è un’altra categoria. Non perché sia “più bravo” in astratto, ma perché ha avuto il privilegio di diventare simbolo quando i simboli duravano. Oggi i simboli li fai e li disfi in una stagione, come le tendenze moda che sembrano rivoluzionarie finché non vedi la foto dell’anno prima.
Il gesto del «Mi permetti?» è stato, a modo suo, una dichiarazione di lucidità. Yaman ha capito che l’unico modo per entrare in quella stanza piena di memoria era togliersi le scarpe. Non competere, non sovrapporsi, non fare il gallo nel pollaio. Rendere omaggio e basta. Perché il pubblico italiano la nostalgia la perdona, la adora, la coccola. Ma la nostalgia offesa, quella no: ti sbrana in prima serata senza nemmeno sporcare il parquet.
Così, alla fine, non è stato un duello. È stato un passaggio di testimone con la consapevolezza che il testimone, in realtà, pesa come un’ancora. Il nuovo Sandokan potrà anche correre veloce. Ma prima deve imparare a portare quel peso senza farlo sembrare un costume di scena.
E per una sera l’Ariston ha ricordato a tutti una cosa molto semplice: il mito non si rifà. Si racconta. E se proprio lo vuoi riprendere in mano, devi avere almeno il coraggio di inchinarti. Come ha fatto Can Yaman. Con stile. E con una furbizia che, in mezzo al mare di addominali, non guasta mai.







