Un mondo al contrario, almeno per come siamo abituati a leggerlo oggi. L’Italia che non si piega agli Stati Uniti, il presidente del Consiglio che tiene il punto fino al limite dello scontro armato, i carabinieri schierati davanti alle forze speciali americane con il dito sul grilletto. È la notte di Sigonella, ottobre 1985, uno dei passaggi più tesi e meno compresi della storia repubblicana.
Tutto nasce da una crisi internazionale che in pochi giorni mette insieme terrorismo, diplomazia e guerra fredda. Il 7 ottobre 1985 un commando palestinese sequestra la nave da crociera Achille Lauro con oltre quattrocento ostaggi a bordo. L’azione, pianificata per colpire Israele durante una tappa ad Ashdod, salta e si trasforma in un dirottamento improvvisato ma violentissimo.
Il sequestro dell’Achille Lauro e l’omicidio che cambia tutto
I terroristi, armati di kalashnikov, granate ed esplosivo, prendono il controllo della nave dopo essere stati scoperti da un marinaio. La situazione precipita rapidamente: minacce, ostaggi in preda al panico, richieste di liberazione di prigionieri palestinesi detenuti in Israele.
Il governo italiano, guidato da Bettino Craxi, prepara anche un possibile intervento militare, mentre sul piano diplomatico Giulio Andreotti si muove per evitare che la crisi degeneri. La nave viene circondata da unità militari, gli elicotteri sorvolano senza sosta, la tensione cresce di ora in ora.
Il punto di rottura arriva con l’uccisione di Leon Klinghoffer, cittadino americano di origine ebraica, freddato e gettato in mare. Un omicidio che cambia completamente il quadro e trasforma una crisi già gravissima in un caso internazionale destinato a esplodere.
La trattativa e la promessa italiana
Nonostante tutto, la mediazione va avanti. I dirottatori accettano un accordo: liberare gli ostaggi in cambio della consegna all’Olp, che si impegna a processarli a Tunisi. L’Italia si fa garante della loro incolumità. È un passaggio decisivo, perché impegna direttamente il governo italiano sul piano politico e morale.
Gli ostaggi vengono liberati dopo 52 ore. A Roma si prepara l’annuncio del successo, ma pochi minuti prima Craxi scopre dell’omicidio. La situazione cambia ancora, ma la parola data resta. Ed è proprio questa scelta che porterà allo scontro con gli Stati Uniti.
Sigonella, la notte dello scontro
Il 10 ottobre, un aereo egiziano con a bordo i terroristi e Abu Abbas decolla verso Tunisi. Ma i caccia americani lo intercettano e lo costringono ad atterrare a Sigonella, base divisa tra Italia e Us Navy. È qui che la crisi diventa confronto diretto tra due alleati.
Craxi ordina di impedire agli americani di portare via i palestinesi. L’aereo viene fatto atterrare nella zona italiana della base. Carabinieri e avieri circondano il velivolo. Poco dopo arrivano i militari della Delta Force. Si trovano faccia a faccia, armi puntate, in una delle immagini più forti della storia recente: italiani contro americani, entrambi pronti a non cedere.
Lo stallo dura oltre mezz’ora. Intanto Reagan chiama Craxi. Il presidente americano vuole la consegna immediata dei terroristi. Il premier italiano rifiuta: rivendica la giurisdizione italiana e ribadisce che sarà la magistratura a decidere.
La scelta su Abu Abbas e la rottura con Washington
Alla fine i quattro dirottatori vengono presi in consegna dall’Italia. Ma resta il nodo Abu Abbas. Per gli italiani è il mediatore della trattativa, per gli americani il mandante. Non ci sono prove processuali immediate contro di lui, solo un’intercettazione. E così viene lasciato andare.
È il punto più delicato della crisi. Washington chiede l’estradizione, ma Roma non cede. Abbas lascia l’Italia con una manovra studiata per depistare gli americani. Una fuga che segna una ferita profonda nei rapporti tra i due Paesi.
Una crisi che ridefinisce i rapporti tra alleati
La notte di Sigonella non è solo un episodio militare. È un passaggio politico. L’Italia rivendica la propria sovranità anche di fronte al principale alleato occidentale. Craxi sceglie di rispettare la parola data e di difendere il ruolo della magistratura, anche a costo di uno scontro diretto con Reagan.
Le conseguenze sono immediate: tensioni diplomatiche, accuse reciproche, rapporti incrinati. Ma anche una ridefinizione del ruolo italiano nello scenario internazionale, almeno per quella fase storica.
A distanza di quarant’anni, Sigonella resta una delle rare occasioni in cui Roma ha imposto una linea autonoma nei confronti di Washington. Una notte in cui la politica, la diplomazia e le armi si sono trovate nello stesso punto. E nessuno ha fatto un passo indietro.







