“Software nei pc dei tribunali per spiare le toghe”. L’inchiesta di Report scuote la giustizia, Nordio replica: “Accuse surreali”

Carlo Nordio e Giusi Bartolozzi

Un software in grado di consentire l’accesso da remoto ai computer di procure e tribunali italiani. È questa la denuncia destinata a far discutere che Report porterà in onda nella prossima puntata. Secondo la ricostruzione della trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, sui circa 40mila computer dell’amministrazione giudiziaria sarebbe installato un programma informatico che permetterebbe il controllo a distanza delle postazioni di lavoro, comprese quelle di giudici e magistrati di ogni ordine e grado.

L’inchiesta sostiene che il software in questione sia Ecm/Sccm, acronimo di Endpoint Configuration Manager e System Center Configuration Manager, un prodotto Microsoft progettato per la gestione centralizzata di grandi reti di dispositivi. Uno strumento comunemente utilizzato in contesti aziendali o commerciali, per esempio per aggiornare automaticamente i sistemi di una catena di negozi o per monitorare totem e postazioni pubbliche. Secondo Report, però, non sarebbe uno strumento adeguato a computer che trattano fascicoli giudiziari, atti riservati, intercettazioni e indagini sensibili.

Il cuore della denuncia riguarda il periodo di installazione. Dal 2019, afferma la trasmissione, i tecnici del Dipartimento per la transizione digitale del ministero della Giustizia avrebbero installato il software su tutte le postazioni informatiche di procure, tribunali e uffici giudiziari, senza che l’allora ministro Alfonso Bonafede ne fosse informato. Una circostanza che, se confermata, solleverebbe interrogativi pesanti sulla catena di responsabilità amministrativa e politica.

Il nodo centrale, però, non è l’esistenza del software in sé, quanto le sue potenzialità. Secondo quanto ricostruito da Report, le funzioni di controllo remoto sarebbero disattivate nelle impostazioni standard previste dal ministero. Tuttavia, qualsiasi tecnico in possesso di credenziali di amministratore potrebbe attivarle in qualunque momento, senza richiedere il consenso del magistrato titolare della postazione e, soprattutto, senza lasciare tracce facilmente verificabili delle operazioni effettuate. Un’eventualità che, sempre secondo la trasmissione, renderebbe teoricamente possibile l’accesso a dati e documenti estremamente sensibili.

La vicenda, racconta Report, sarebbe emersa nel 2024 all’interno di una Procura italiana. Una scoperta che avrebbe fatto scattare allarmi interni, ma che sarebbe stata successivamente “messa a tacere” dai dirigenti del ministero. Una scelta che, secondo una fonte citata dalla trasmissione, sarebbe avvenuta anche su richiesta della Presidenza del Consiglio, elemento che contribuisce ad alzare ulteriormente il livello dello scontro politico e istituzionale.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha liquidato le accuse come “surreali”, respingendo l’idea che esista un sistema di sorveglianza occulta ai danni delle toghe. Una smentita netta, che però non ha chiuso la polemica. Sul fronte politico, il Partito democratico ha annunciato un’iniziativa in Commissione di Vigilanza Rai, chiedendo che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni riferisca in aula per chiarire se il governo fosse a conoscenza di quanto denunciato e quali verifiche siano state avviate.

Al di là delle smentite e delle richieste di chiarimento, la questione tocca un nervo scoperto del sistema istituzionale italiano. La digitalizzazione della giustizia, accelerata negli ultimi anni, ha portato enormi vantaggi in termini di efficienza, ma ha anche moltiplicato i rischi legati alla sicurezza informatica e alla protezione dei dati. Quando in gioco ci sono fascicoli giudiziari, indagini penali e atti coperti da segreto, anche solo il sospetto di un accesso non autorizzato assume un peso politico enorme.

Il racconto di Report, sebbene contestato dal ministero, riapre quindi una domanda di fondo: chi controlla davvero l’infrastruttura tecnologica della giustizia e con quali garanzie? La possibilità che esistano strumenti capaci di monitorare o accedere da remoto ai computer dei magistrati, anche solo a livello teorico, chiama in causa il principio dell’indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri. Non è solo una questione tecnica, ma istituzionale.

Ora la palla passa alla politica e, inevitabilmente, agli accertamenti. Le prossime puntate dell’inchiesta e le eventuali verifiche ufficiali diranno se ci si trova di fronte a una gestione opaca della tecnologia o a un allarme infondato. In ogni caso, la vicenda ha già prodotto un effetto chiaro: ha riportato al centro del dibattito pubblico il rapporto tra potere, controllo e giustizia, in un’epoca in cui il confine tra amministrazione e sorveglianza è sempre più sottile.