Da una parte c’è lui, un giovane operatore della Croce Rossa che protesta la propria innocenza e si dice travolto da un’accusa “assurda”. Dall’altra ci sono cinque morti, tutte avvenute durante o subito dopo trasporti non d’urgenza in ambulanza, nell’area di Forlì, e un’inchiesta che ora allarga il perimetro: gli investigatori stanno passando al setaccio ogni caso simile, cercando anomalie, ricorrenze, incastri di turni e presenze. Nel mezzo, il sospetto che inquieta più di qualsiasi formula giudiziaria: l’ipotesi di un serial killer in divisa, almeno sul piano investigativo, con un’accusa pesantissima contestata dalla Procura: omicidio plurimo volontario aggravato dalla premeditazione.
Chi è Luca Spada?
L’indagato è Luca Spada, 27 anni, soprannominato “Spadino” Tredici anni trascorsi nella Croce Rossa, prima da volontario e poi da dipendente. Un padre di famiglia, un profilo che – raccontano i familiari delle vittime – nessuno avrebbe mai associato a una vicenda simile. Eppure, secondo quanto emerge dalle indagini, Spada sarebbe stato presente in tutti e cinque i trasferimenti finiti nel mirino. I decessi si sarebbero verificati tra febbraio e novembre dello scorso anno, con date che vengono considerate centrali dagli inquirenti: 24 febbraio, 8 luglio, 12 settembre, 13 ottobre e 25 novembre. Cinque episodi, tre uomini e due donne, tutti anziani.
I parenti di chi non c’è più parlano di uno shock che va oltre il dolore, perché scardina anche la narrazione con cui ci si è aggrappati al lutto. “È una cosa enorme da accettare, mai avremmo immaginato di trovarci in questa situazione”, dice Vittorio, figlio della donna di 85 anni morta lo scorso 25 novembre: lui, come altri, aveva pensato a una fine naturale, magari accelerata dall’età e dalle fragilità. Ora, invece, quel dubbio diventa una domanda che pesa come piombo: è successo davvero qualcosa, dentro quell’ambulanza?
Il lavoro dei carabinieri di Forlì
Per arrivare a formulare l’accusa, i carabinieri di Forlì avrebbero lavorato per mesi. Un’inchiesta che, secondo quanto riferito, si è mossa su più livelli: intercettazioni ambientali, telecamere piazzate a bordo delle ambulanze, e soprattutto l’analisi minuziosa delle schede di intervento, dove restano impressi dettagli apparentemente burocratici e invece cruciali per ricostruire una catena di eventi: chilometraggi, orari di partenza e di arrivo, manovre praticate dai membri dell’equipaggio sui pazienti. Dentro quelle righe si cercano incongruenze, ripetizioni, incastri sospetti. E, in questa fase, l’anomalia che emerge con maggiore forza è la ricorrenza della presenza di Spada in tutti e cinque i trasferimenti contestati.
La difesa, però, ribalta l’argomento
“Ma si tratta solo di 5 trasferimenti su 200 che il mio assistito ha fatto nel corso del 2025 e in uno di questi ha solo guidato”, sottolinea l’avvocata Gloria Parigi, che assiste Spada. È un punto su cui gli avvocati insistono: il numero degli interventi svolti in un anno sarebbe enorme e quei cinque casi, per quanto tragici, rappresenterebbero una porzione minima dell’attività. E poi c’è la condizione clinica dei pazienti, che diventa terreno di scontro tra chi parla di fragilità preesistenti e chi invece sottolinea proprio l’assenza di un’emergenza.
Secondo la difesa, infatti, si trattava di persone con varie patologie: uno sarebbe stato dispnoico, una avrebbe avuto due arresti cardiaci ed era allettata da tempo, un altro era malato terminale. Un quadro che, per i legali, spiegherebbe un rischio più alto di complicazioni. Ma dall’altra parte, il legale dei parenti dell’ultima donna deceduta, l’avvocato Max Starni, mette a fuoco un dettaglio che, in un’inchiesta del genere, diventa centrale: “Ma non si trovavano in una condizione tale da necessitare l’intervento di un medico o di un infermiere, dovevano essere semplicemente accompagnate da una struttura nosocomiale a un’altra per attività routinarie. Trasporti ordinari ed è proprio questo che sorprende: non erano pazienti gravi e sono morti”.
L’ipotesi investigativa più delicata
È in questo punto di frizione che si colloca l’ipotesi investigativa più delicata. Il pubblico ministero, secondo quanto riferito, valuta la possibilità che i decessi siano stati provocati con sostanze venefiche. E non si escluderebbero iniezioni d’aria che avrebbero procurato la morte per embolia gassosa. Spada nega in modo netto: “Non ho fatto alcuna iniezione, io le persone le voglio salvare, non uccidere”. Una frase che, nelle ore in cui l’indagine deflagra nello spazio pubblico, diventa la sua linea di difesa più immediata e anche la più comprensibile: respingere l’idea stessa di un gesto compatibile con il proprio ruolo.
Sul piano degli accertamenti medico-legali, al momento risulterebbe eseguita una sola autopsia: quella sulla donna di 85 anni. L’esito, però, è ancora coperto da stretto riserbo. E intanto circola la possibilità che la Procura possa valutare la riesumazione dei corpi delle altre persone decedute. Un’ipotesi che apre un’altra discussione, più tecnica e meno emotiva, ma non meno cruciale per il futuro dell’inchiesta: l’efficacia degli esami a distanza di mesi.
Il medico legale Franco Tagliaro
Il professor Franco Tagliaro, medico legale, osserva che “la potenzialità di un’autopsia dopo tanto tempo è bassa”. E aggiunge un punto specifico, legato proprio all’ipotesi dell’embolia gassosa: “Se poi l’ipotesi è quella dell’embolia gassosa, dall’esame di certo non emerge. Però l’autopsia potrebbe servire a escludere altre cause di morte”. Tagliaro richiama anche l’aspetto materiale di un’eventuale iniezione d’aria letale: “Per causare la morte bisogna iniettare tanta aria, una quantità tale da creare nel sistema circolatorio un tampone di gas che impedisca al cuore di pompare il sangue. Insomma, ci vuole un siringone per fare una cosa del genere”.
Intanto, mentre il lavoro degli investigatori si allarga e la Procura valuta i prossimi passi, resta la frattura che attraversa ogni caso di sospetta morte violenta in contesti “protetti”: la distanza tra ciò che un familiare credeva di sapere e ciò che ora teme di non aver mai saputo davvero. E la sensazione, per chi indaga, che cinque episodi possano essere solo l’inizio di una storia più grande, oppure l’illusione di un disegno dove c’è soltanto una tragica coincidenza. In mezzo, la frase dell’indagato torna come un refrain, sempre uguale e sempre più pesante: “Non c’entro nulla con quelle morti”.







