Steve Bannon, l’insulto come ideologia: quando il “fuck you” diventa il linguaggio della destra che disprezza l’Italia

Steve Bannon

Se c’è una cosa che Steve Bannon non ha mai imparato è la misura. Non quella politica – che non gli è mai interessata – ma quella umana, linguistica, istituzionale. L’ultima uscita contro l’Italia, con quel «citami letteralmente: fuck you» sputato come un marchio identitario, non è una provocazione: è una dichiarazione di disprezzo. E come tale va trattata.

Le sue parole arrivano da un’intervista concessa a Paolo Mastrolilli per la Repubblica, e valgono più per ciò che rivelano che per ciò che dicono. Bannon non parla come un ex consigliere politico. Parla come l’ideologo rancoroso di un’America che ha scelto di farsi forte urlando, e di sentirsi potente insultando. L’Italia, in questo schema, non è un alleato: è un bersaglio.

La miccia è la polemica sulla possibile presenza degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement alle Olimpiadi invernali. Una questione complessa, che riguarda sovranità, competenze, sicurezza e simboli. Ma Bannon non discute: aggredisce. Se non volete l’Ice, dice, allora niente protezione. Anzi, ritiriamo pure la squadra americana. È il linguaggio del ricatto, non quello della cooperazione internazionale. È la logica del padrone offeso, non dell’alleato rispettato.

Qui però cade la maschera. Perché Bannon non rappresenta un’America intera, né tantomeno una tradizione democratica. Rappresenta un sottobosco ideologico che negli anni ha flirtato con ogni deriva possibile: suprematismo bianco, nazionalismo tossico, paranoia cospirazionista. Non è un caso se nel suo pantheon politico trovano spazio i Proud Boys, il Ku Klux Klan e l’intero armamentario dell’estrema destra americana. Bannon non si limita a tollerarli: li legittima. Li racconta come risposta. Li usa come carburante.

È l’“anima nera” del movimento Maga, quella che Donald Trump non ha mai davvero rinnegato, anzi: l’ha graziato, l’ha rimesso in circolo, l’ha lasciato parlare. E quando parla, Bannon rivela una visione del mondo che non contempla alleanze ma solo vassalli. Chi non si allinea, viene insultato. Chi non obbedisce, viene minacciato.

Dentro questo schema entra anche Giorgia Meloni, liquidata con una battuta che dice molto più di quanto vorrebbe: “mi piaceva, ora è diventata una globalista”. Traduzione: finché era utile alla narrativa sovranista, andava bene. Nel momento in cui esercita un ruolo istituzionale, dialoga con l’Europa, difende una linea autonoma, diventa irrilevante. È la stessa logica binaria che Bannon applica ovunque: o sei un megafono, o sei un nemico.

Il passaggio più inquietante dell’intervista, però, non riguarda l’Italia. Riguarda l’America stessa. Quando Bannon invoca l’arresto di sindaci e governatori, quando parla di usare i paracadutisti della 101ª o della 82ª divisione contro una città americana, quando definisce “insurrezione” il dissenso politico, non sta facendo analisi: sta teorizzando un modello autoritario. Sta dicendo che il conflitto politico si risolve con le manette, che la Guardia Nazionale va sottratta ai governatori, che l’esercito deve “ripulire” le città. È un lessico da stato di polizia, non da democrazia occidentale.

E mentre predica legge e ordine, assolve senza esitazioni l’uccisione di un cittadino, etichettandolo come “insorto violento” sulla base di video e narrazioni unilaterali. Anche qui, nessuna cautela, nessun dubbio, nessuna complessità. Solo la necessità di schiacciare, punire, eliminare. È la politica ridotta a repressione, l’ideologia trasformata in manganello.

In questo contesto, l’insulto all’Italia non è un incidente. È coerente. L’Italia, colpevole di discutere, di porre limiti, di non inginocchiarsi, diventa “scroccona”, ingrata, debole. Una caricatura funzionale alla propaganda. Ma la realtà è un’altra. L’Italia non ha bisogno di essere insultata per difendere la propria dignità, né di agenti stranieri per sapere cosa significhi sicurezza. Le Olimpiadi sono un evento internazionale, non un pretesto per esibire muscoli geopolitici.

E c’è un dato politico che Bannon finge di non vedere: gli italiani non vogliono l’Ice alle Olimpiadi. Non per antiamericanismo, ma per una questione di principio e di simboli. Perché la sicurezza non è una passerella ideologica. Perché la cooperazione non passa dagli ultimatum. Perché l’alleanza non si misura in insulti.

Quanto alla minaccia di ritirare la squadra americana, il messaggio è chiaro: se volete andarvene, andate. Ce ne faremo una ragione. Le Olimpiadi non sono proprietà di nessuno, e lo sport non è una leva di ricatto politico. Se l’America di Bannon pensa di riaffermare la propria centralità con il “fuck you”, sta solo certificando la propria fragilità.

Il “fuck you”, alla fine, torna al mittente. Non come insulto, ma come constatazione politica. Bannon può urlare, minacciare, riscrivere la realtà a colpi di slogan. L’Italia resta. Con i suoi limiti, le sue contraddizioni, ma anche con una storia, una dignità e una sovranità che non accettano lezioni da chi considera la democrazia un ostacolo e l’arroganza una virtù.