Trump show, due ore di autocelebrazione e slogan: il discorso più lungo di sempre tra record, minacce e applausi a comando

Lo chiamano discorso sullo Stato dell’Unione, ma stavolta somigliava più a una maratona motivazionale dove il protagonista, il presentatore e il fan numero uno erano la stessa persona. Donald Trump entra al Congresso e fa quello che sa fare meglio: occupare la scena. Quasi due ore di parole – record assoluto – in cui il confine tra bilancio politico, spot elettorale e spettacolo personale si dissolve definitivamente.

Il copione è noto, ma l’intensità aumenta. “È la nostra età dell’oro”, ripete. “Il Paese è tornato”. Tutto merito suo, naturalmente. L’economia vola, Wall Street corre, l’inflazione cala, i mutui scendono, la benzina pure. Un elenco di successi declamato con il tono di chi non contempla sfumature: se qualcosa funziona, è grazie a lui; se qualcosa non funziona, la colpa è degli altri. In particolare dei democratici, bersaglio costante di una sequenza di provocazioni che trasformano l’aula in un derby permanente: repubblicani in piedi ad applaudire, opposizione immobile, qualcuno che esce, qualcun altro che protesta.

La scena più plastica arriva quando chiede ai parlamentari di alzarsi per sostenere la sicurezza dei confini. Da una parte standing ovation, dall’altra sedie ferme. “Dovreste vergognarvi”, attacca. È il linguaggio della campagna elettorale trapiantato dentro il rituale più istituzionale della politica americana. Non un ponte, ma una linea di trincea.

Nel frattempo, Trump non rinuncia al suo sport preferito: il braccio di ferro con la Corte Suprema. La bocciatura dei dazi viene definita “una decisione infelice”, quasi una fastidiosa parentesi burocratica dentro un piano che, a sentir lui, salverà l’America e addirittura la pace mondiale. I giudici sono lì davanti, impassibili. Lui stringe mani, sorride e poi li punzecchia dal podio. Teatro puro.

Il discorso scivola continuamente tra economia e geopolitica con la disinvoltura di chi cambia canale con un telecomando invisibile. Il Venezuela diventa improvvisamente “nuovo amico e partner”, l’Iran una minaccia assoluta da contenere, l’Ucraina un conflitto che – assicura – non sarebbe mai iniziato sotto la sua guida. Promette pace ovunque, ma con il tono di chi è pronto a premere il bottone in ogni momento. Un equilibrio narrativo che regge solo nella logica trumpiana: duro e conciliante insieme, falco e mediatore nello stesso minuto.

Poi arriva la parentesi quasi hollywoodiana. Melania definita “star del cinema”, con il riferimento al film prodotto su di lei e ai milioni di dollari versati da Amazon. In mezzo, medaglie, eroi di guerra, sorprese patriottiche e applausi bipartisan che sembrano studiati per alleggerire il clima. Ma il ritmo non cambia: tutto converge verso la stessa idea, quella di un leader che racconta l’America come se fosse la sua autobiografia.

Sul fronte interno, però, i numeri reali raccontano qualcosa di meno trionfale. Popolarità in calo, indipendenti sempre più freddi, repubblicani preoccupati per le elezioni di midterm. Ed è forse per questo che il discorso assume toni ancora più muscolari: più si avvicina la sfida elettorale, più la narrazione si fa assoluta.

Nel caos delle interruzioni spicca il momento del deputato Al Green, allontanato dopo aver esposto un cartello contro i riferimenti razziali. Un episodio che riassume la tensione continua della serata: ogni frase accende reazioni, ogni passaggio diventa scontro, ogni pausa è riempita da applausi o fischi invisibili.

Alla fine resta una sensazione precisa. Non è stato un discorso per convincere chi aveva dubbi. È stato un discorso per rafforzare chi già crede. Due ore di autocelebrazione senza filtro, un monologo che ricorda più un comizio all’aperto che la fotografia condivisa di una nazione.

E forse è proprio questa la nuova normalità americana: lo Stato dell’Unione trasformato in uno show dove l’unica vera certezza è che il protagonista non intende mai uscire di scena.