Presidenti. Reali. Mogli di presidenti. Mogli di reali. Ministri. Miliardari. Se uno voleva fotografare il potere mentre si specchia e si compiace, non doveva entrare in un palazzo istituzionale: bastava sedersi nella sala d’attesa di Jeffrey Epstein. L’ultima tranche degli “Epstein Files” non aggiunge un dettaglio: mette in scena un intero sistema. Tre milioni di pagine, duemila video, centottantamila immagini. Un archivio che pesa come un macigno, perché racconta la cosa più intollerabile di tutte: Epstein non fu mai trattato da mostro isolato. Fu omaggiato. Cercato. Corteggiato. E fino alla fine dei suoi giorni “omaggiato” non è un modo di dire: è la parola che rende l’idea di una corte. Oggi negano, oggi si sfilano, oggi ripetono il copione universale dell’innocenza a distanza. Ma i file, per loro natura, non hanno vergogna: registrano e basta. E registrano una rete di nomi eccellenti che, messi in fila, fanno male agli occhi.
Il cuore di tutto è una contraddizione che grida: se davvero Epstein era ciò che le accuse raccontavano, perché così tanti potenti gli stavano attorno con tanta disinvoltura? Perché gli scrivevano, gli chiedevano passaggi, gli chiedevano “tempo privato”, gli chiedevano informazioni su “ragazze”, gli chiedevano di essere accolti sull’isola come si chiede un tavolo in un ristorante esclusivo? La risposta più comoda è quella che oggi stanno adottando tutti: non ricordo, non sapevo, non c’entro. Ma le carte consegnano un’altra sensazione: non quella del “non sapevo”, bensì del “non si chiede”. Perché chi non sa davvero, non parla così.
Dentro questo materiale, Donald Trump è il nome che ritorna con una frequenza che non si può liquidare con una scrollata di spalle: almeno 4.500 riferimenti al presidente nei documenti appena pubblicati. Non un’ombra, non un’apparizione laterale. C’è un rapporto in cui l’FBI riassume tutte le accuse di presunte violenze sessuali mosse al presidente. C’è un documento in cui si afferma che Trump organizzava feste private ed esplicitamente erotiche a Mar-a-Lago, chiamate “Calendar Girls”, in riferimento al presunto coinvolgimento di minorenni fornite da Epstein. Secondo quel documento, Trump avrebbe persino “messo all’asta” le ragazze. E in un altro file compare la testimonianza di un medico: una minorenne sarebbe stata costretta a praticare sesso orale al presidente 35 anni fa in New Jersey. Trump nega, e nel materiale che mi hai fornito è scritto chiaramente che queste accuse, al momento, non risultano verificate. Ma la questione, qui, non è fingere di emettere sentenze: è guardare in faccia la mole, la ripetizione, la centralità. Quattromilacinquecento volte: è un’eco che non si produce per caso.
Accanto a lui, dentro questo pantano di confidenze e contatti, c’è Melania Trump. Nei documenti viene citata una causa in un tribunale di Manhattan tra la First Lady e il giornalista Michael Wolff, che ha scritto che Melania era “molto coinvolta” nella cerchia degli amici di Epstein, dove avrebbe incontrato il futuro marito, facendo sesso con lui per la prima volta sul jet del finanziere. È un’affermazione pesante, e resta nel perimetro di ciò che il tuo materiale riporta. Ma poi arriva la parte più rivelatrice, perché qui non è più solo “dice lui”: qui ci sono le email. In una mail del 23 ottobre 2002, Melania Knauss scrive a Ghislaine Maxwell: “Cara G, come stai? Bel pezzo su Je su Ny Mag. Sei splendida nella foto… Chiamami quando torni a New York. Buon divertimento! Con affetto, Melania”. Maxwell le risponde chiamandola “pisellino”. Non è un saluto di circostanza, non è un contatto freddo. È confidenza. È familiarità. È un linguaggio che appartiene a chi si frequenta, non a chi “non c’entra”.
Poi c’è Steve Tisch, che nei file compare almeno 440 volte. La corrispondenza è in gran parte del 2013. E lì il sipario si apre sul cinismo quotidiano, quello che toglie ogni residuo di alibi: una mail con oggetto “Ragazza ucraina”, in cui Tisch chiede informazioni su una ragazza appena incontrata, e l’assistente di Epstein risponde con un commento che trasforma una persona in un prodotto: “un culo da 10… È seria… dice raramente la verità, ma è divertente”. Non serve aggiungere altro. In quella frase c’è la cultura di una corte: giudizio, possesso, divertimento, disprezzo.
Il capitolo reale, nel senso più letterale del termine, ha un protagonista che da anni è incollato alla storia: Prince Andrew. I documenti confermano il rapporto. Uno scambio del settembre 2010 rivela che Epstein chiese al “Duca” del “tempo privato” durante una visita a Londra. La risposta, riportata nei file, è l’offerta di una cena a Buckingham Palace “per godere di molta privacy”. Poi, nel dicembre 2010, Epstein si offre di organizzare una cena con una donna russa di 26 anni descritta come “intelligente, bella e affidabile”, e il “Duca” risponde che sarebbe stato “lieto” di vederla. E tra le migliaia di immagini contenute nei file compare anche quella dell’ex principe “visibilmente alterato” mentre si piega su una donna. Anche qui, la scena non è solo “scandalo”: è la prova di un clima. Di un’abitudine. Di una prossimità che non dovrebbe esistere nemmeno per un minuto, figurarsi per anni.
E poi c’è Elon Musk. Ha sempre negato, ma nel materiale che mi hai dato le mail parlano di un interesse attivo a visitare l’isola caraibica tra 2012 e 2013, dunque anni dopo la condanna di Epstein per favoreggiamento della prostituzione minorile. Musk chiede quale notte sarà “la festa più sfrenata” sull’isola; poi scrive che sarà in zona tra Isole Vergini Britanniche e Saint Barthélemy e domanda se ci sia “un buon momento per una visita”. La risposta di Epstein è di una chiarezza disarmante: “C’è sempre spazio per te”. Non una risposta prudente, non un “vediamo”, non un rifiuto. “Sempre spazio”. È la formula di chi vuole tenere aperta una porta, e la porta non è quella di casa: è quella di un mondo.
Infine Steve Bannon, con centinaia di messaggi. Il 29 marzo 2019 chiede a Epstein se è possibile che il suo aereo venga a prenderlo a Roma. Epstein risponde che equipaggio e pilota “stanno facendo del loro meglio”, ma che se Bannon trovasse un volo charter sarebbe felice di pagarlo. Non è l’amicizia di una cena ogni tanto: è il tipo di disponibilità che si riserva a un alleato. E il 28 giugno 2019, poco prima del suicidio, Epstein gli invia un messaggio che sembra scritto apposta per far tremare chi legge: “Ora puoi capire perché Trump si sveglia sudato nel cuore della notte quando sente che io e te siamo amici”. Bannon risponde: “Pericoloso”. Una parola sola, che vale più di un comunicato stampa. Perché non è una battuta, non è stupore. È consapevolezza. È ammissione del fatto che quell’intreccio esiste e brucia.
Questo è il punto che rende tutto indecente: non siamo davanti a un album di figurine del gossip, ma a una cartografia del potere che si muove attorno a un uomo accusato di pedofilia e traffico di minori come se fosse un fornitore di servizi, un gestore di privilegi, un pass-partout. E quando il potere si comporta così, la parola “negano” diventa insufficiente. Perché qui non c’è solo chi nega: c’è chi ha beneficiato del silenzio, chi ha vissuto di ambiguità, chi ha trattato la prossimità con Epstein come un’opzione di lusso.
L’effetto finale degli “Epstein Files” che descrivi è uno solo: la corte si scopre, e poi si ricompone. Ognuno corre a salvare la propria faccia, a ripulire la propria biografia, a fingere che un predatore fosse invisibile. Ma un predatore non diventa re solo perché sa cacciare: diventa re perché qualcuno gli porta la corona, gli apparecchia la tavola, gli tiene il portone aperto. E oggi, davanti a tre milioni di pagine, il portone si vede benissimo. Non si può più far finta che non ci sia mai stato.







