Vannacci e l’effetto domino: il generale che fa tremare la Lega e riscrive la riforma elettorale

Roberto Vannacci

C’è una variabile che nessuno aveva messo davvero in conto, e che ora rischia di far saltare più di un equilibrio: Roberto Vannacci. Non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe fare. L’ipotesi che l’ex generale stia lavorando alla creazione di un proprio partito non è più una suggestione marginale. È diventata un fattore politico, con effetti dirompenti dentro la Lega e riflessi immediati sulla riforma elettorale.

Matteo Salvini prova a minimizzare. Dice che vedrà il suo vicesegretario quando lo riterrà opportuno, che i giornalisti saranno gli ultimi a saperlo, che non esiste alcun rischio di scissione. Ma la sensazione che filtra è opposta: il leader del Carroccio appare più all’oscuro che regista, mentre Vannacci sembra proteso verso una mossa autonoma, capace di intercettare un consenso personale già dimostrato alle Europee.

Ed è qui che il dossier smette di essere interno alla Lega. Perché l’eventuale nascita di un “partitino” guidato da Vannacci non inciderebbe solo sugli equilibri del centrodestra, ma sulla struttura stessa del sistema. Come osserva Massimo Franco, l’ipotesi iniziale di Palazzo Chigi era quella di fissare lo sbarramento al 3 per cento. Una soglia pensata anche per favorire l’ingresso in Parlamento di Azione, il partito di Carlo Calenda, sempre più vicino alla maggioranza attraverso il dialogo con Forza Italia.

Ma la variabile Vannacci cambia tutto. Il timore che un suo soggetto politico possa raggiungere e superare proprio quel 3 per cento suggerisce di alzare l’asticella al 4. Una mossa che, però, rischia di far saltare l’intesa con Calenda. Non solo per ragioni aritmetiche, ma politiche. Gli attacchi frontali del leader di Azione a Salvini, bollato come “putiniano”, promettono di irrigidire ulteriormente la Lega e di innescare un veto reciproco.

Il quadro si complica ulteriormente se si guarda alle mosse preventive degli altri attori. Da Fratelli d’Italia arriva un fuoco di sbarramento per lo più anonimo contro l’ex generale, segnale evidente che il timore di una competizione sull’estrema destra non è confinato alla Lega, ma attraversa l’intera maggioranza. Vannacci non è ancora sceso in campo, ma già costringe tutti a riposizionarsi.

Nel frattempo, in vista delle Politiche del 2027, i presidenti di Regione a guida leghista valutano la discesa in campo come candidati. Un modo per ribadire che il peso del Carroccio al Nord non si esaurisce nel mezzo milione di voti personali raccolti da Vannacci alle Europee. È una risposta politica, ma anche un segnale di nervosismo.

Sul fondo, resta il tema più delicato: il sospetto che queste dinamiche possano intrecciarsi con pressioni esterne e manovre straniere, legate al sostegno italiano all’Ucraina. Un’ombra che attraversa il dibattito, alimentata dal posizionamento ambiguo dell’ex generale e dalle accuse incrociate che stanno avvelenando il clima.

In questo scenario, Forza Italia manda segnali di apertura oltre il perimetro tradizionale del centrodestra, con Letizia Moratti a fare da portavoce di una strategia che guarda più lontano. Come se tutti avessero già capito che il problema non è solo se Vannacci farà o meno un partito. Il problema è che, anche senza farlo, sta già cambiando le regole del gioco.