Sanremo 2026 ha il suo paradosso più interessante: un Festival che ama la perfezione televisiva, la messa in piega dell’inquadratura e la lucidatura del suono, si ritrova in gara l’unica band formata da sole donne che rivendica l’esatto contrario. Le Bambole di Pezza arrivano all’Ariston come “quota outsider” ma con l’aria di chi non ha nessuna intenzione di chiedere il permesso: vengono da vent’anni di palchi, da un percorso nato nei centri sociali milanesi e cresciuto a colpi di concerti, prove, furgoni, sudore. Ora la prova del nove: i Big di Sanremo 76 con un brano che già dal titolo suona come una presa diretta allo stomaco, “Resta con me”, definita da loro stesse una power ballad rock dal significato più profondo e attuale.
Il punto è che, dentro la settimana più patinata della musica italiana, loro portano una cosa che di solito resta ai margini: la band come corpo vivo, la musica suonata davvero, l’energia di gruppo. E lo dicono senza giri di parole: “L’unica band in gara è formata da sole donne: ‘Siamo musica fatta a mano contro la perfezione di plastica’”. È una frase che funziona da manifesto, ma anche da avvertimento. Perché, se Sanremo è spesso la gara del controllo, le Bambole di Pezza si presentano come la variabile che non si può rendere completamente docile.
In conferenza stampa si raccontano con una naturalezza che non ha nulla di costruito e con una precisione che toglie spazio alle letture superficiali. A partire dalla scelta del pezzo: “Ogni grande rock band ha una ballad nel repertorio, e noi non facciamo eccezione – spiegano durante la conferenza stampa Morgana Blue (Chitarra solista), Cleo (Voce), Dani Molly (Chitarra ritmica), Xina (Batteria), Kaj (Basso) -. Quando inizieremo a suonare, arriveranno le chitarre vere e le batterie che pestano. Essere molteplici, avere tante anime, fa parte dell’essere donna e ci piace mostrarci in ogni nostra sfaccettatura”.
Quel passaggio sulle “tante anime” non è uno slogan da cartolina. È un modo per dire che non si faranno incasellare in un solo colore, né nel cliché della band “dura” né in quello dell’ospitata “simpatica”. È anche una risposta indiretta a un’idea ancora diffusissima: se una donna sta sul palco con strumenti rock, deve “dimostrare” qualcosa; se lo fa in cinque, deve persino giustificare l’esistenza del gruppo. Loro la spostano su un terreno più serio: la pluralità come carattere, non come concessione.
Poi c’è il rapporto con la parola “punk”, che in tv spesso viene ridotta a posa. Loro la riportano al suo significato quotidiano, alla disciplina, alla coerenza, perfino alla cura per gli strumenti: “Il punk, per noi, non è un gesto di stizza o distruzione: non spaccheremmo mai i nostri strumenti, costano troppo e nutriamo per loro un rispetto profondo, sono i compagni di una vita. Il nostro punk è un’attitudine che ci accompagna da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire. Puoi avere una cover del telefono rosa Barbie, ma avere il fuoco dentro e uno spirito selvaggio e ribelle”.
In questa immagine del telefono rosa con il “fuoco dentro” c’è tutto il loro modo di stare nel presente: l’estetica non basta, l’atteggiamento sì. È un rovesciamento della caricatura: non devi per forza vestirti di nero per essere credibile, né diventare “spigolosa” per essere ascoltata. Devi suonare e reggere la tua storia.
E qui entra il nome, che non è un vezzo ma un progetto: “Il nome ‘Bambole di Pezza’ nasce in contrasto con la perfezione di plastica della Barbie. Noi siamo vere, autentiche, diverse l’una dall’altra. Cuciniamo le nostre canzoni insieme, pezzo dopo pezzo. Oggi essere donne significa portare avanti sogni e obiettivi con un progetto comune. Vogliamo capire cosa non va negli altri, fermarci a parlare, cercare la comprensione giorno dopo giorno. La nostra missione? Speriamo che dopo questo Sanremo ci sia un’impennata nelle vendite di strumenti musicali: vogliamo vedere sempre più bambine avvicinarsi al rock”.
È un’altra frase che, detta dentro Sanremo, cambia sapore. Perché il Festival è spesso l’evento dove si parla di giovani, di futuro, di nuove generazioni, e poi però l’immaginario resta sorprendentemente tradizionale. Loro chiedono una cosa concreta: strumenti in mano alle bambine. Non un applauso, non un hashtag. Una chitarra comprata, una batteria montata, una sala prove riempita.
Il nodo più esplosivo, inevitabilmente, è quello del femminismo. Che loro non trattano come un’etichetta da indossare per stare al passo coi tempi, ma come una parola che serve, proprio perché la parità non è una cosa già acquisita. E quando arriva la domanda classica — “ha ancora senso parlarne?” — loro rispondono senza mediazioni: “La parola ‘femminista’ ci piace e la rivendichiamo con coraggio. È un termine necessario perché in questa società la parità non esiste ancora, e finché non ci sarà, noi lavoreremo per ottenerla. Non vogliamo il potere solo in casa, lo vogliamo ovunque. Vogliamo poter uscire senza la paura costante di essere uccise o stuprate. È un problema sistemico, radicato nella storia esattamente come il razzismo o l’omofobia. Anche gli uomini possono subire violenze, certo, ma la differenza sta nella sistematicità del fenomeno contro le donne. Portiamo sul palco una band femminile che suona: è un messaggio potente. Troppe volte i festival sono sbilanciati nei generi; noi vogliamo dimostrare alle ragazze che stare insieme tra donne è possibile e che la convivenza non è più difficile di quella tra uomini.”
Sono parole che non stanno comode, e infatti a Sanremo la comodità non è mai garantita: basta una frase per dividere, basta un tema per trasformare un gruppo in bersaglio. Ma è proprio qui che la loro presenza prende significato: non perché “devono” rappresentare qualcuno, ma perché lo fanno comunque, di fatto. Una band femminile che suona, in gara, senza fare la comparsa e senza chiedere protezione, è già un messaggio.
E come ogni messaggio a Sanremo, vive anche di simboli pop. Per la serata delle cover, le Bambole di Pezza scelgono un idolo che è quasi un passaporto generazionale: Cristina D’Avena. E la raccontano con entusiasmo e ironia, cioè con la cifra che serve per non farsi schiacciare dalla solennità: “Per la serata delle cover abbiamo scelto un idolo: Cristina D’Avena – raccontano divertite -. La trasformeremo da icona pop a icona rock e la nostra Occhi di Gatto avrà una sorpresa incredibile. Vogliamo fare rete, dimostrare che le donne non sono rivali ma alleate. Per quanto riguarda la nostra musica, in un’epoca di brani prodotti al PC, noi vogliamo fare musica ‘alla vecchia’. Scriviamo e suoniamo tutto noi, mettendo ognuna il proprio pezzo di stoffa in questo grande abito sonoro. Dopo il Festival ci aspettano un disco e un tour, perché è sul palco che diamo il meglio.”
Qui la parola “rete” pesa quanto “rock”. Perché il sottotesto è chiaro: la competizione non deve diventare un recinto dove le donne si azzannano tra loro, come spesso la narrazione prova a suggerire. Loro rivendicano alleanza, mestiere, palco. E rivendicano anche una cosa che, nel 2026, suona quasi controcorrente: suonare davvero, scrivere davvero, mettere le mani sulla musica. “Musica alla vecchia”, la chiamano, ma è un modo elegante per dire che non vogliono sembrare perfette: vogliono essere vere.
C’è anche la parte più emotiva, legata a quel Sanremo che vive nei ricordi familiari, nei nastri registrati, nelle case con la tv accesa e i commenti in soggiorno. Non lo dicono per romanticismo, lo dicono perché per loro è una radice: “Il Festival è legato ai ricordi d’infanzia, alle famiglie riunite e ai nastri registrati per riascoltare le canzoni. Una di noi deve la sua passione proprio a Sanremo: ‘La prima volta che vidi una donna suonare fu su quel palco; lì capii che era possibile’. C’è anche una storia di riscatto familiare dietro la nostra partecipazione: a mia nonna fu detto che doveva solo fare la casalinga e i figli. È mancata prima di vedermi qui, ma sono felice di poter riscattare la sua storia e quella della mia famiglia su quel palco.”
In mezzo, spuntano anche desideri e fantasie di collaborazioni, che a Sanremo diventano subito materiale da “e se…”. E loro non se le fanno mancare, con un tono che resta leggero senza essere vuoto: “Se potessimo scegliere artisti punk con cui collaborare? Serena Brancale, che ha un animo punk pazzesco, o Ermal Meta, che faremmo diventare ‘Ermal Metal’. Ci piacerebbero anche Levante, Maria Antonietta, Colombre o una collaborazione folle con Sal Da Vinci”.
È così che le Bambole di Pezza si presentano al Festival: con un pezzo in gara, certo, ma soprattutto con un’identità che non è un’operazione di marketing. Portano un suono, un’attitudine, una storia lunga e un discorso che a Sanremo, per definizione, farà rumore. Poi ci sarà il palco, il colpo d’occhio, l’orchestra, l’applauso vero e quello trattenuto, la pagella e il meme.
Ma prima ancora della classifica, una cosa è già chiara: questa non è la band “carina” del Festival. È una band che vuole essere ascoltata. E che, quando dice “Non vogliamo il potere in casa, lo vogliamo ovunque”, sta dicendo che non è arrivata fin qui per restare in un angolo.







