Il fascino della banalità è una categoria estetica che Sanremo conosce bene: luccica, non pesa, scivola via. Irina Shayk, in questo, è perfetta. Sarà anche bellissima, e nessuno si sogna di metterlo in dubbio visto che è una delle top model più pagate e quotate al mondo, ma se c’è una cosa che non le puoi chiedere è di non essere banale. Perché in conferenza stampa, davanti a domande che chiederebbero un minimo di spessore, lei tira fuori una sfilza di frasi fatte da manuale: “Sono felice di essere qui” (e ci mancherebbe, visto il cachet), “È un onore calcare questo palco”, “Dal profondo del mio cuore vi mando amore e pace”, “La musica italiana arriva dritta al cuore”, “Sanremo fa parte del dna dell’Italia”. Tutto vero, tutto innocuo, tutto già sentito. È la comfort zone dei personaggi globali: dire tutto senza dire niente, con l’aria di chi sta regalando rivelazioni.

Il problema non è la banalità in sé, che anzi nel mondo dello spettacolo è spesso una forma di autoprotezione. Il problema è quando la banalità diventa una strategia: un paravento elegante dietro cui nascondere l’imbarazzo. E l’imbarazzo, per Irina Shayk, ha un nome preciso: Russia. Ucraina. Guerra. Un tema che a Sanremo, quest’anno, passa anche dalla retorica “dedicata alla pace” e dalla voglia di mettere il cuore al posto giusto. Eppure, quando la domanda arriva, lei chiude: “Vorrei evitare commenti di carattere politico”. Fine. Sipario. Avanti la prossima.
Solo che quel “vorrei evitare” non nasce nel vuoto. In passato la modella, ex compagna di Bradley Cooper, si era trovata al centro di un piccolo caso social: su Instagram aveva pubblicato la foto di un piatto tipico russo, un’insalata, accompagnandola con la scritta “russianzz on Wednesday”. Il dettaglio che aveva incendiato la rete era una lettera: la “Z”. Proprio quella “Z” diventata simbolo dell’invasione russa dell’Ucraina, dipinta su carri armati e mezzi militari. Interpretazione immediata: sostegno a Vladimir Putin. Reazione immediata: indignazione. Ma poi nuova virata filo Putin con una bella foto del libro di memorie del dittatore sul letto da leggere prima di andare a dormire. Da lì, la prudenza è diventata una seconda pelle. E oggi, all’Ariston, quella pelle è cucita addosso con punti strettissimi.
Il risultato è una conferenza stampa che sembra uno slalom. Anzi: uno slalom perfetto, da far invidia a Federica Brignone. Domande scomode? Deviazione. Temi divisivi? Curva stretta. Possibili fraintendimenti? Frenata. Irina passa tra i paletti con la grazia di chi sa che basta una parola sbagliata per trasformare un’apparizione glamour in un caso diplomatico. Solo che, a forza di evitare, resta in piedi soltanto l’impalcatura delle frasi standard.
Prendiamo il capitolo femminismo, tanto per capirci. “Io sono una femminista a modo mio. Questo non significa che vorrei tutti gli uomini sparissero dalla faccia della Terra perché li amo e li rispetto”. E ancora: “Le donne hanno un potere forte… talvolta mi piacerebbe che gli uomini cambiassero nelle relazioni interpersonali ma gli voglio bene”. È un ragionamento che sembra uscito da una chat di gruppo del 2012, quando il femminismo doveva sempre chiedere scusa di esistere e rassicurare il pubblico che no, tranquilli, non è un progetto di estinzione maschile. Non è una gaffe, per carità: è quella confusione gentile di chi cerca di dire una cosa “giusta” senza rischiare nulla. Il problema è che nel frattempo la parola perde significato e resta solo la posa.
Poi c’è la musica, terreno più sicuro. “La musica rappresenta gran parte della mia vita, mia madre è stata insegnante di musica per 25 anni, io suonavo il pianoforte e cantavo nel coro, ma non chiedetemi di cantare”. Qui almeno c’è una frase con una punta di autoironia, una cosa umana. Subito dopo, però, si torna al protocollo: Celentano, Mina, Anna Oxa, Laura Pausini, “potrei continuare all’infinito”, “la musica italiana è molto emozionante”, “arriva dritta al cuore”. È il catalogo delle citazioni obbligatorie, come se in conferenza stampa ci fosse un autocue invisibile che suggerisce i nomi giusti per risultare simpatici al Paese ospitante.
E quando le fanno notare che non tutti sono entusiasti della sua presenza a Sanremo, proprio per quella fama di “filo-Putin” che le è rimasta appiccicata addosso, Irina si irrigidisce. “Dal profondo del mio cuore vi mando soltanto amore e pace e a coloro che non sono stati così lieti del mio invito posso dire che non possiamo farci niente: alcuni ti amano altri no, sono un personaggio pubblico e questo va accettato”. Traduzione: non è affar mio, non si discute, si passa oltre. Poi l’ultima sigillatura: “Siamo tutti esseri umani con delle opinioni ed è giusto poterle esprimere. Reitero la mia felicità di essere qui con voi grazie al festival”.
E qui viene la parte che non si può lasciar scorrere liscia: cara Irina, dipende quali opinioni. Perché la linea “pace e amore” è comoda quando non costa nulla. Ma se arrivi in una serata dedicata alla pace e non trovi il modo di dire una sola frase che non sia scontata, allora la pace diventa un accessorio, un filtro Instagram, un hashtag buono per qualsiasi contesto. E soprattutto diventa una parola svuotata, priva di responsabilità.
Sanremo ama i simboli, e Irina Shayk è un simbolo perfetto: bellezza globale, sorriso controllato, risposte inoffensive. Il problema è che questa bellezza, stasera, non è chiamata a sfilare su una passerella. È chiamata a stare su un palco che, volente o nolente, è anche un luogo politico nel senso più semplice del termine: parla al Paese. E un personaggio pubblico, proprio perché pubblico, non può cavarsela sempre con il “non commento” camuffato da “amore e pace”.
Sarà anche vero che “alcuni ti amano e altri no”. Ma qui il punto non è essere amati. È essere credibili. E la credibilità non si costruisce con le frasi da biscotto della fortuna. Si costruisce quando, almeno una volta, scegli di non essere banale.







