Se il palco dell’Ariston è il cuore del Festival, la vera metropoli che lo circonda è fatta di microfoni, telecamere, laptop e badge al collo. Sanremo 76 non è solo una gara musicale, ma una città parallela dell’informazione che si popola ogni anno con la stessa puntualità di una migrazione stagionale: 1492 persone accreditate tra la Sala Stampa dell’Ariston Roof e la Sala “Lucio Dalla” al Palafiori. Un numero che racconta più di qualsiasi slogan quanto il Festival sia, prima ancora che uno spettacolo, un evento mediatico globale.
All’Ariston Roof si concentra la parte più visibile e simbolica di questa macchina. Sono 160 le testate accreditate, per un totale di 398 giornalisti tra agenzie di stampa, quotidiani, periodici e inviati di web, radio e telegiornali. Ci sono le grandi firme, le redazioni storiche, ma anche i volti e le voci delle rubriche televisive di Mediaset, Discovery e Sky, insieme alla stampa estera. È qui che si costruiscono i titoli del giorno dopo, che si pesano le parole degli artisti, che una risposta improvvisa può diventare apertura di homepage nel giro di pochi minuti.
Nella stessa sala lavorano anche i colleghi delle testate tv, radio e digital della Rai, i fotografi che trasformano un’espressione in copertina, e gli addetti stampa delle case discografiche degli artisti in gara e degli ospiti. È un ecosistema densissimo, dove ogni passo è un incrocio, ogni corridoio una trattativa silenziosa tra notizia e immagine. L’Ariston Roof non è solo una sala stampa: è una centrale di smistamento narrativa, un laboratorio dove il Festival viene scomposto, analizzato, rilanciato.
A pochi minuti di distanza, al Palafiori, la Sala Stampa “Lucio Dalla” ospita l’altra metà di questa città. Qui lavorano 800 accreditati di radio, tv e web, in collegamento costante audio e video con quanto accade all’Ariston Roof. È una sala meno glamour ma non meno strategica: qui la notizia diventa voce, diretta, commento in tempo reale. È il luogo dove la musica viene raccontata mentre accade, senza il filtro della notte. Ogni giorno si tengono gli incontri con gli artisti in gara e con i protagonisti del Festival, in una sequenza serrata di interviste che alimenta un flusso continuo di contenuti.
La forza del Festival, però, non si misura solo nei numeri nazionali. Anche quest’anno si conferma robusta la presenza della stampa internazionale. Sono 50 le testate accreditate tra Ariston Roof e Palafiori, di cui 30 radio e 3 televisioni. In totale 65 giornalisti tra radio, tv, carta stampata e web. Il Festival viene raccontato in tante lingue diverse e attraversa continenti: dall’Europa al Sud America, con media provenienti da Paesi come Cile e Argentina, fino all’Australia e alla Georgia. Una mappa che disegna una geografia sorprendente per un evento che, formalmente, resta la “Settimana della canzone italiana”.
Non è solo una questione di curiosità esotica. Sanremo è diventato, negli anni, un ponte culturale per le comunità italiane all’estero. Le testate radio, tv e online che si rivolgono a un pubblico di lingua italiana ma residente fuori dai confini nazionali sono una componente stabile di questa platea: Gran Bretagna, Belgio, Spagna, Austria, Irlanda, Germania, Stati Uniti, Canada. Per molti italiani che vivono lontano, il Festival è un rito identitario, un filo diretto con la lingua e con un immaginario condiviso. La canzone che qui nasce, lì diventa nostalgia, commento, discussione familiare a migliaia di chilometri di distanza.
In questo senso, la “città dell’informazione” è anche un centro di traduzione culturale. Non si tratta solo di raccontare chi ha cantato meglio, ma di spiegare contesti, riferimenti, polemiche, simboli. Un artista che parla di politica, un ospite che evoca la memoria storica, un look che divide: ogni elemento deve essere decodificato per pubblici diversi, con sensibilità diverse. È un lavoro sottile, spesso invisibile, che si gioca tra fedeltà e interpretazione.
A coordinare questo sistema complesso c’è l’Ufficio Stampa della Rai, che tiene insieme esigenze editoriali, regolamenti, richieste dei media e flusso di informazioni. In un’epoca in cui la notizia si diffonde prima ancora di essere verificata, il ruolo di regia comunicativa diventa cruciale. Un comunicato, un orario di conferenza, una precisazione possono orientare il racconto della giornata. Perché a Sanremo, come in ogni grande evento, la gestione dell’informazione è parte integrante dello spettacolo.
Il dato finale — 1492 accreditati — non è solo una statistica. È la fotografia di una macchina che, per una settimana, trasforma una città di provincia in un hub globale. Hotel pieni, sale cablate, connessioni che non possono saltare, agende scandite al minuto. Mentre sul palco si canta, dietro le quinte si scrive, si monta, si rilancia. La canzone dura tre minuti; il racconto, ventiquattr’ore.
Sanremo, alla fine, è questo doppio movimento. Da una parte la scena, dall’altra la cronaca. Da una parte la voce che sale dal palco, dall’altra quella che la traduce e la moltiplica. E se il Festival è il cuore della musica italiana, la sua città dell’informazione è il sistema nervoso che la porta ovunque, fino all’Argentina, al Cile, all’Australia. Perché la canzone può nascere all’Ariston, ma è nei microfoni e nelle tastiere che diventa mondo.







