Sanremo 2026, atto primo: la caccia al colpevole. Non del delitto, ma del “tracollo” degli ascolti, parola grossa che fa sempre scena e fa ancora più scena se ripetuta con aria grave tra corridoi, commenti social e telefoni che squillano in sala stampa. I numeri, intanto, sono lì: 9.600.000 spettatori con uno share del 58%, e un picco d’ascolto che arriva sull’ultracentenaria antifascista Gianna Pratesi. Ma basta questo a chiudere la questione? A Sanremo, mai. Perché quando la macchina è così grande, la discussione non riguarda solo quanta gente guarda, ma perché guarda e, soprattutto, cosa si aspetta di vedere.
Carlo Conti prova a togliere il veleno dal tavolo con una frase che sa di realismo e difesa preventiva: “Mi aspettavo anche un po’ meno per lo scenario, il periodo in cui stiamo andando in onda, la controprogrammazione diversa. Difficile paragonare un anno con l’altro”. Traduzione non detta ma chiarissima: non è un duello a colpi di share tra edizioni, è un Festival che cammina in un contesto diverso, con una concorrenza diversa e con un pubblico che, negli ultimi anni, ha cambiato abitudini a velocità imbarazzante. Eppure il dibattito esplode lo stesso, perché la domanda è troppo ghiotta per lasciarla lì: le 30 canzoni sono troppe o il Festival paga l’assenza di guizzi, gag e spettacolo?
È qui che spunta il titolo perfetto per una settimana di chiacchiere: “Effetto Josè”. Conti, per il secondo anno, ha provato a scimmiottare alcune scelte di Amadeus. In veste di direttore artistico ha portato sul palco una pattuglia di giovani proposte, ma il risultato, almeno a giudicare da chi aspetta il “colpo” e non lo sente arrivare, non sembra incendiare davvero il pubblico più giovane. E allora parte la teoria più velenosa e più divertente: e se “Ama” avesse avuto un asso in manica che Conti non può copiare? Il famoso occhio, anzi l’orecchio, del figlio adolescente Josè, quello capace di intercettare i gusti dei più giovani prima che diventino moda da playlist. Una specie di radar domestico, silenzioso e infallibile, che trasformava le intuizioni in scelte vincenti. Sarà vero? Non importa: a Sanremo basta che la suggestione funzioni, e questa funziona benissimo.
Atto secondo: “Rivelli e sfracelli”, perché quando Naike Rivelli decide di aprire bocca, non lo fa per parlare del meteo. La polemica è con Fedez, e il contesto è un evento di Casa Sanremo. Secondo Rivelli, le guardie del corpo del rapper le avrebbero impedito di uscire per prendere una boccata d’aria. Lei la mette sul personale e alza subito il livello, tirando in ballo il suo mondo e il suo passato: “Con mia madre Ornella Muti ho conosciuto personalità in tutto il mondo ma non ho mai visto nessuno comportarsi così”. È una stoccata che pesa perché non è una critica generica: è un giudizio di stile, di comportamento, di misura. E quando a Sanremo si parla di stile, si finisce sempre per parlare anche di costume, e quindi di palco.
Non a caso Rivelli rilancia pure la polemica sulle piume di animali presenti sul palco, tema che basta da solo a scatenare una guerra di commenti. Carlo Conti, al termine dell’esibizione di Elettra Lamborghini, fa il pompiere con la frase più semplice e più utile possibile: “Sono piume finte”. Due parole e via, almeno nelle intenzioni. Perché poi il Festival è una bestia emotiva: quando parte la polemica, spesso non si ferma con un’etichetta.
Atto terzo: “Stai serena”, ma solo nel titolo, perché pare che tra Arisa e Serena Brancale non corra buon sangue. Il motivo, raccontano, è una questione di trasformazione estetica e di identità artistica: la Brancale nella sua nuova versione sofisticata avrebbe “un po’ copiato” Arisa, che non avrebbe gradito. Ieri sera il dettaglio che ha acceso il chiacchiericcio è stato visivo, chiarissimo anche per chi guarda distratto: abito e acconciatura sin troppo simili. A Sanremo l’imitazione non è solo la più sincera forma di adulazione: a volte è un’accusa travestita da complimento, e un complimento che brucia.
Atto quarto: “Dancing in the dark”, la scena che poteva diventare il momento da raccontare per settimane, se solo la regia avesse fatto il suo mestiere fino in fondo. Alba Parietti ha riconquistato la poltrona all’Ariston, e avrebbe avuto anche l’invito al ballo dal principe, non azzurro ma rosso relativo, Tiziano Ferro durante il suo mini-show. Peccato che la regia non se ne sia accorta. E qui sta il paradosso sanremese: puoi vivere una piccola favola, puoi avere la tua inquadratura da romanzo pop, ma se le telecamere la perdono, resta un racconto orale. E i racconti orali, a Sanremo, spesso diventano più grandi della realtà.
Atto quinto: “Olio, Malgioglio e peperoncino”. Una delle canzoni più belle del Festival è quella di Raf, e a darle un colpo di smalto arriva anche l’endorsement di Barbara D’Urso. Sui social, però, la cosa che fa davvero rumore è un’altra: in molti sostengono che il brano sembri scritto da Cristiano Malgioglio, che gradisce i commenti e si prende perfino la nostalgia collettiva (“Ridateci la Malgy”). In mezzo ci finisce anche l’eco della sua performance dello scorso anno, rimasta nel cuore degli webeti. Non è solo un gioco di somiglianze: è il solito Sanremo che riscrive la memoria, mescola presente e passato e la chiude con un tormentone.
Finale, con titolo già pronto: “Memorabili quei Gianni”. Mentre Tredici Pietro, figlio di Gianni Morandi, è costretto a interrompere la sua esibizione sul palco dell’Ariston per un problema tecnico, Morandi viene tirato in ballo da Paolo Bonolis, ospite della puntata romana di “Viva el Futbol”. Bonolis racconta una rissa con il cantante in una partita di beneficenza di anni fa e lo fa con il gusto di chi sa esattamente dove mettere le parole per far vedere la scena: “Lui entra a piedi pari. Io gli rispondo: Maestro, ma se entra così, mi spacca una gamba”.
Poi il gesto che sembra chiudere tutto in commedia: Morandi che gli dà un buffetto sulla guancia. E invece no, perché Bonolis aggiunge il colpo secco: lui risponde con un dritto al mento e parte “una rissa di una bellezza..”. A Sanremo basta questo: un aneddoto, una frase, un’immagine. Ed eccoti servito un Festival parallelo, quello che vive fuori scaletta e che, alla fine, è quello di cui si parla di più.







