Torino, Andes: “La violenza non si ferma solo con le sanzioni. Serve capire il fenomeno per isolarlo davvero”

“I fatti avvenuti a Torino riportano al centro dell’attenzione un tema che ANDES segnala da tempo: l’aumento della violenza fisica è la conseguenza diretta di un clima di crescente violenza verbale e sociale, ormai evidente sia a livello nazionale che internazionale”. Questo il pensiero di Andes, l’associazione nazionale delegati alla sicurezza, in merito alle recenti aggressioni verificatesi a Torino ai danni di esponenti delle forze dell’ordine.

“Il contesto informativo e comunicativo in cui viviamo è sempre più acceso, polarizzato, aggressivo. A questo si aggiunge un mutamento profondo dell’assetto sociale: il venir meno del movimento collettivo organizzato ha lasciato spazio a forme di antagonismo individuale, spesso imprevedibili, difficili da intercettare e da contrastare con strumenti tradizionali, soprattutto nel breve periodo. In questo scenario, l’inasprimento delle pene e delle sanzioni – applicato tanto ai fatti di Torino quanto ad altri episodi avvenuti in ambito sportivo o politico – risponde certamente a un diffuso bisogno di giustizia e di riscatto da parte dei cittadini. Tuttavia, l’esperienza dimostra che questo approccio, da solo, non incide in modo strutturale sulla riduzione dei fenomeni violenti. In alcuni casi, anzi, il rischio emulazione finisce per amplificarli”.

“I dati e l’osservazione diretta parlano chiaro: in media è una minoranza estremamente ridotta – spesso uno su mille – a compiere atti violenti, ma il comportamento di pochi finisce per condizionare la vita, la libertà e i diritti della stragrande maggioranza. Le politiche attuali, soprattutto in ambito sportivo, tendono invece a colpire gruppi interi, alimentando frustrazione e senso di ingiustizia. È proprio in questo terreno che attecchiscono le forme più visibili di estremismo, giustificate da chi si autoattribuisce il diritto di difendere libertà collettive attraverso atti di danneggiamento e offesa verso lo Stato o le istituzioni”.

“Andes ribadisce una posizione netta: accanto alla necessaria repressione dei comportamenti illeciti, è indispensabile investire seriamente nella ricerca sociologica e nell’analisi dei fenomeni. Da questa consapevolezza deve nascere un percorso formativo strutturato, che parta fin dalla scuola primaria e accompagni la crescita dei cittadini, sviluppando una coscienza critica. Non in una logica punitiva, ma come piena comprensione delle conseguenze concrete che certi comportamenti producono nella vita quotidiana e nel tessuto sociale. Ai tavoli decisionali e normativi devono sedere anche studiosi, educatori, professionisti della sicurezza e della formazione. Solo così è possibile costruire linee di intervento capaci di indirizzare correttamente la maggioranza delle persone, isolando e punendo con precisione chi sbaglia davvero. È un approccio che non garantisce consenso immediato né risultati spendibili nel breve periodo. Ma è l’unico che può produrre effetti duraturi”.