A Torino, quando si parla di Juventus, la parola “rumor” è quasi un genere letterario. Eppure alcune voci, quando iniziano a ripresentarsi con insistenza negli stessi salotti, diventano più di un sussurro. Nelle ultime ore l’aria che gira è questa: John Elkann potrebbe prendere in considerazione l’idea di vendere la Juventus, ma solo a una valutazione che si avvicina ai 2 miliardi di euro. Una soglia altissima, soprattutto se confrontata con la cifra che – sempre secondo le ricostruzioni che circolano – sarebbe stata messa sul tavolo da Tether, il colosso delle stablecoin: 1 miliardo, giudicato però insufficiente.
Il punto, dicono gli addetti ai lavori, è che la Juventus non è un titolo azionario e non è nemmeno “solo” una squadra di calcio. È un ecosistema economico con asset che pesano più della narrazione emotiva e più della capitalizzazione di Borsa di una singola fase. Il primo elemento che fa lievitare le valutazioni è la struttura immobiliare: lo Stadium di proprietà – rarità assoluta in Italia – genera ricavi diretti e costanti, e attorno all’impianto ruota un piccolo distretto bianconero fatto di Training Center, J|Hotel e J|Medical, infrastrutture che aumentano l’autonomia del club e la sua attrattività per sponsor e partner.
Poi c’è il brand. La Juventus resta uno dei marchi sportivi italiani più riconoscibili al mondo, con una fanbase internazionale e una capacità di generare ricavi commerciali che non dipende solo dal risultato della domenica: merchandising, sponsorizzazioni, diritti televisivi internazionali. È questa zavorra “positiva” che rende l’operazione più complessa di quanto appaia a prima vista e che spiega, nel racconto che si fa negli ambienti finanziari, perché un miliardo possa sembrare tanto per chi guarda la superficie e poco per chi guarda il perimetro completo.
Dentro questa cornice si inserisce l’ipotesi Tether. L’eventuale interesse di Paolo Ardoino e Giancarlo Devasini – i due uomini al vertice dell’universo stablecoin – avrebbe già prodotto un tentativo concreto, respinto proprio per distanza tra offerta e valutazione. Se davvero la Juventus venisse messa sul mercato a quota 2 miliardi, cambierebbe anche la natura dei possibili acquirenti: non basterebbe un’operazione “di immagine”, servirebbero spalle larghe, struttura, una strategia industriale e non solo finanziaria.
Ed è qui che entra in gioco l’altra voce, quella più politicamente sensibile per il mondo bianconero: nel caso in cui l’affare andasse in porto e Tether riuscisse a prendersi la società, Andrea Agnelli potrebbe rientrare nel capitale con una piccola quota e dare una mano nella gestione. Non un ritorno da padrone, ma un ruolo di collegamento, una specie di “link” con la famiglia Agnelli capace di rassicurare piazza e ambiente, e di garantire continuità simbolica nel momento più delicato: il passaggio di mano.
Resta l’aspetto strategico, quello che rende ogni scenario meno lineare di quanto piaccia ai tifosi e ai talk show. Per Exor la Juventus non è soltanto un asset da bilancio: è una bandiera, un pezzo di identità industriale e internazionale, un marchio che fa prestigio anche quando lo sport attraversa cicli alterni. Vendere oggi significherebbe rinunciare a un patrimonio che, proprio perché unico nel calcio italiano per struttura e infrastrutture, conserva un potenziale di crescita nel medio-lungo periodo.
Per questo, se davvero il tema è sul tavolo, la sensazione è che la partita – ammesso che esista – si giochi tutta su una sola variabile: la cifra. Un miliardo non basta, due miliardi cambiano la conversazione. E a quel punto, più che chiedersi “se” la Juve possa essere venduta, la domanda diventa chi si presenterebbe davvero con argomenti e denaro all’altezza di un club che non vale solo per i trofei, ma per tutto ciò che gli sta attorno.







