Iran ai Mondiali 2026, Teheran vuole giocare in Messico e non negli Usa: ora Infantino deve scegliere tra Trump e la FIFA

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Iran ai Mondiali 2026. La frase, presa da sola, non avrebbe nulla di strano. Il problema è il resto della frase: non vuole giocarli negli Stati Uniti. E onestamente è difficile trovare la cosa sorprendente. Perché qui non stiamo parlando di una polemica diplomatica qualsiasi, né del classico teatrino da federazioni che litigano su hotel, campi di allenamento e sicurezza negli stadi. Qui stiamo parlando di una nazionale qualificata che dovrebbe disputare le sue partite nel territorio di uno dei Paesi organizzatori mentre quello stesso Paese, nel frattempo, bombarda il suo Stato e il suo presidente dichiara candidamente di non poter garantire la sicurezza della squadra.

Il capolavoro dell’assurdo è tutto qui. Da una parte la FIFA World Cup 2026, il torneo che ama raccontarsi come festa globale, grande celebrazione del calcio, bandierine, sponsor, inni, spot pieni di bambini sorridenti e discorsi sul potere unificante dello sport. Dall’altra la realtà, che come sempre ha il pessimo gusto di rovinare la scenografia. L’Iran ha chiesto ufficialmente di spostare in Messico le partite del girone previste negli Usa. Il presidente della federazione iraniana, Mehdi Taj, ha spiegato che Donald Trump ha affermato in modo chiaro di non poter garantire la sicurezza della nazionale iraniana e che quindi la squadra non metterà piede negli Stati Uniti. Più lineare di così è difficile.

Il dato politico è pesante. Teheran non si ritira, non fa la vittima, non si sfila dal torneo. Fa una cosa molto più scomoda per la FIFA: resta dentro e costringe gli organizzatori a decidere. In pratica dice: noi ai Mondiali ci andiamo, ma adesso vogliamo vedere se avete davvero il coraggio di trattarci come una squadra qualificata oppure se il vostro universalismo da congresso evaporava alla prima telefonata della Casa Bianca.

Iran ai Mondiali, il cortocircuito tra geopolitica e calcio globale

La vicenda è devastante soprattutto per un motivo: smonta in pochi minuti una delle favole preferite del calcio internazionale, quella della neutralità. Ogni volta che conviene, il pallone viene venduto come linguaggio universale, ponte tra popoli, terreno disarmato dove la politica dovrebbe restare fuori. Poi però arriva il caso concreto e si scopre che la neutralità dura più o meno quanto una conferenza stampa di Infantino.

L’Iran è inserito nel Gruppo G e, secondo il calendario attuale, dovrebbe affrontare Belgio, Nuova Zelanda ed Egitto tutte sul suolo americano. Quindi il problema non è marginale. Non si tratta di spostare un’amichevole o di cambiare un volo charter. Si tratta di riscrivere logistica, sicurezza, biglietteria, organizzazione, diritti televisivi, flussi di tifosi, protocolli diplomatici. In poche parole: un casino. E infatti la FIFA, per il momento, tace. Il che nel suo linguaggio vuol dire quasi sempre la stessa cosa: aspettiamo, prendiamo tempo, speriamo che qualcuno decida al posto nostro.

Ma è proprio questo il punto che rende la faccenda imbarazzante. Perché stavolta non basta il solito comunicato felpato. Stavolta non puoi cavartela con le formule sul dialogo, sui valori dello sport e sull’inclusione. Devi dire una cosa semplice: se gli Stati Uniti non garantiscono la sicurezza di una nazionale qualificata, che cosa intende fare l’organizzazione del Mondiale? Spostare le partite? Lasciare il calendario dov’è? Fare finta di niente? Aspettare che Trump si svegli di buon umore? Ogni opzione è pessima, ma non decidere è ancora peggio.

Trump dice tutto e il contrario di tutto, e infatti il problema resta lì

Il comportamento di Trump, del resto, è perfettamente coerente con il personaggio. Prima lascia intendere che l’Iran può partecipare. Poi però precisa che non ritiene opportuno che la squadra giochi negli Stati Uniti, per la sua stessa vita e sicurezza. In sostanza: siete i benvenuti, ma magari non venite. È il solito metodo trumpiano, quello in cui il messaggio resta volutamente doppio così ognuno può leggervi quello che preferisce. I falchi ci vedono la linea dura, i prudenti ci vedono un’apertura condizionata, i diplomatici si mettono le mani nei capelli e la FIFA fa quello che sa fare meglio in questi casi: fissa il vuoto.

Il problema, però, è che stavolta la confusione non si consuma in un talk show o in una campagna social. Stavolta riguarda una competizione planetaria che pretende di presentarsi come il massimo evento sportivo del pianeta. E se uno dei tre Paesi ospitanti dichiara che non può garantire la sicurezza di una squadra qualificata, non stiamo più parlando di comunicazione, ma di fallimento politico-organizzativo.

In mezzo, naturalmente, c’è Gianni Infantino. L’uomo che negli anni è riuscito a trasformare la presidenza FIFA in una specie di consolato permanente del potere, sempre pronto a sorridere al leader di turno, sempre disponibile a celebrare la grandezza dell’evento, sempre attentissimo a non inimicarsi chi conta davvero. In altre parole: il profilo ideale per trovarsi nel posto sbagliato nel momento peggiore. Perché qui deve scegliere se restare fedele alla liturgia del calcio universale o se piegarsi ancora una volta alla politica muscolare di Washington. E il bello è che qualunque scelta faccia, scontenterà qualcuno.

La richiesta del Messico è una mossa politica intelligente, non un capriccio

Va detto con chiarezza: la richiesta iraniana di disputare le partite in Messico non è una stravaganza. È una mossa politica lucidissima. Teheran sa benissimo che ritirarsi dal torneo significherebbe lasciare la FIFA libera di raccontare la vicenda come una rinuncia iraniana. Invece così costringe l’organizzazione a esporsi. Se la FIFA accetta, ammette che negli Usa c’è un problema reale di sicurezza e che Trump ha ragione a sollevarlo, con tutto l’imbarazzo che ne consegue. Se rifiuta, manda il messaggio opposto: o l’Iran gioca negli Stati Uniti a proprio rischio e pericolo, oppure se ne assume lui il costo politico dell’esclusione di fatto.

Nel frattempo il Messico, che pure è co-organizzatore del torneo, si ritrova nel ruolo di piano B geopolitico del calcio mondiale. Non esattamente quello che sognava nelle brochure promozionali. Ma almeno la richiesta di Teheran ha una sua logica limpida: se il Mondiale è davvero di tre Paesi, allora uno dei tre può ospitare una nazionale che nel primo non si sente al sicuro. Semplice. Talmente semplice da diventare terribilmente complicato non appena entra in scena la politica americana.

Infantino adesso deve scegliere: torneo globale o corte del potere?

Qui si arriva al punto vero. Il caso Iran non riguarda solo la nazionale iraniana. Riguarda la credibilità di tutto il Mondiale 2026. Perché se una squadra qualificata può giocare solo nei Paesi graditi a Trump, allora il torneo non è più una competizione globale ma una specie di estensione soft della geopolitica statunitense, con Infantino nel ruolo poco glorioso di cerimoniere obbediente.

E sarebbe anche una discreta ironia della storia, visto che proprio la FIFA negli anni ha venduto a caro prezzo l’idea di uno sport capace di unire quello che la politica divide. Bellissimo slogan, finché non arriva una guerra vera. Poi il calcio scopre all’improvviso di essere molto meno universale e molto più servile di quanto si racconti.

Il punto comico, se non fosse tragico, è che tutto questo arriva mentre il presidente americano si atteggia a custode della sicurezza iraniana. Gli Stati Uniti possono colpire l’Iran, ma poi, bontà loro, si preoccupano che i calciatori iraniani non stiano abbastanza tranquilli sul suolo americano. È il classico rovesciamento della logica imperiale: prima partecipi al disastro, poi ti presenti come arbitro responsabile del caos che hai contribuito a creare. E nel mezzo ci finisce la FIFA, che dovrebbe spiegare al mondo come intenda tenere in piedi il torneo senza sembrare una dependance diplomatica della Casa Bianca.

Per questo la questione non si chiuderà con una nota ufficiosa o con qualche frase vaga sul dialogo. Da qui a poco Infantino dovrà decidere se il Mondiale 2026 è ancora una competizione da governare secondo regole sportive oppure una vetrina piegata all’interesse politico del padrone di casa più ingombrante. E, conoscendo il personaggio, la tentazione di scivolare elegantemente verso la seconda opzione sarà fortissima.

Nel frattempo, però, l’Iran ha già fatto la sua mossa migliore: ha evitato di fare la parte del Paese che si sfila e ha costretto la FIFA a guardarsi allo specchio. Il riflesso, per ora, non è granché. Da una parte c’è una nazionale che chiede solo di giocare senza finire nel teatro di una guerra. Dall’altra c’è un’organizzazione che ama le parole solenni e detesta le decisioni scomode. In mezzo, come sempre, c’è Infantino. E stavolta sorridere accanto a Trump potrebbe non bastare.