Centrali sotterranee e uranio al 60%: e se l’Iran avesse già la bomba atomica? Natanz, Fordow e i siti segreti che inquietano l’Occidente

On 24 August 1968, France conducted the ‘Canopus’ nuclear test, the country’s first multi-stage thermonuclear test, at Fangataufa atoll in the South Pacific Ocean. It was the fifth nation after the United States, the Soviet Union, the United Kingdom and China to cross the thermonuclear threshold.

Centrali sotterranee, uranio arricchito e siti non dichiarati. L’ombra della bomba atomica iraniana non è una suggestione da romanzo geopolitico: è una questione tecnica, politica e strategica che da anni agita diplomazie e servizi di intelligence. E oggi, con 408 chilogrammi di uranio arricchito al 60% accumulati – 134 in più rispetto a febbraio 2025 – la domanda torna a imporsi: e se l’Iran fosse già più avanti di quanto si ammetta ufficialmente?

Il programma nucleare di Teheran nasce negli anni Sessanta, sotto lo scià Reza Pahlavi, quando gli Stati Uniti costruirono il primo reattore di ricerca a Teheran. Era il tempo della cooperazione occidentale. Nel 1975, con la creazione della Atomic Energy Organization of Iran (Aeoi), prese forma la prima centrale ad uso civile, Bushehr, con l’aiuto della Germania Ovest. Poi arrivarono la rivoluzione islamica, la guerra con l’Iraq e una brusca frenata. Ma solo temporanea.

Negli anni Novanta il programma riprese vigore, con il sostegno di Russia e Cina. Il reattore russo Vver da 1.000 MW di Bushehr fu collegato alla rete elettrica nel 2011, ufficialmente per scopi civili. Intanto, però, secondo le ricostruzioni occidentali, l’Iran sviluppava in parallelo un programma militare, beneficiando di competenze provenienti da Pakistan e Corea del Nord. Un doppio binario che ha alimentato diffidenza e sanzioni.

Il 2015 segnò la firma del Jcpoa, l’accordo sul nucleare con le potenze occidentali. L’Iran si impegnava a non superare il 3,67% di arricchimento dell’uranio-235 e a smantellare parte delle centrifughe. Ma nel 2018, con l’uscita degli Stati Uniti dall’intesa e il ritorno delle sanzioni, Teheran ha progressivamente rialzato l’asticella. Oggi il 60% di arricchimento è un dato certificato dagli ispettori dell’Aiea. Per costruire un ordigno nucleare serve il 90%. Tecnicamente, il salto è ancora significativo. Politicamente, il messaggio è chiaro.

Il cuore del programma sono i siti sotterranei di Natanz e Fordow, protetti da strati di cemento e roccia. È lì che le centrifughe lavorano per aumentare la concentrazione di uranio-235. Fordow, in particolare, scavato sotto una montagna, è pensato per resistere a eventuali attacchi aerei. A Natanz si sono concentrati sabotaggi e operazioni clandestine attribuite a Israele, segno di quanto quel sito sia considerato sensibile.

Attorno a questi due poli ruota un sistema più ampio: tre miniere di uranio che alimentano la filiera, il centro di ricerca di Isfahan – principale fornitore di esafluoruro di uranio, materia prima per le centrifughe – quattro reattori di ricerca a Teheran, Bonab, Ramsar e Isfahan, e il reattore ad acqua pesante di Arak. Quest’ultimo, se svincolato dal monitoraggio internazionale, potrebbe produrre plutonio-239, altra via per l’arma atomica.

Non basta. L’Aiea ha individuato tracce di uranio in quattro siti non ufficialmente dichiarati: Turquzabad, Varamin, Marivan e Lavisan-Shian. Luoghi che, secondo gli ispettori, sono stati utilizzati in attività legate al programma nucleare. Ogni nuova scoperta ha alimentato la convinzione che Teheran abbia coltivato una politica di proliferazione militare, se non altro come opzione strategica.

La soglia del 60% non equivale a una bomba pronta. Ma riduce il tempo necessario per arrivare al 90%, il cosiddetto “breakout time”, cioè il periodo che separa un programma civile avanzato dalla capacità di costruire un ordigno. È qui che si gioca la partita. Gli esperti concordano sul fatto che l’Iran non abbia ancora dimostrato pubblicamente di possedere un’arma nucleare funzionante. Ma la combinazione di infrastrutture sotterranee, stock di materiale fissile e competenze tecniche rende lo scenario più opaco.

Teheran continua a sostenere che il suo programma ha finalità esclusivamente civili. E in effetti Bushehr produce energia e isotopi medici. Ma l’accumulo di uranio arricchito ben oltre i limiti originari dell’accordo del 2015, la moltiplicazione dei siti e la resistenza alle ispezioni complete alimentano sospetti difficili da dissipare.

La domanda resta sospesa tra tecnica e geopolitica: l’Iran ha già la bomba? Le evidenze pubbliche indicano che non ha ancora raggiunto il livello di arricchimento necessario per un ordigno operativo. Ma la traiettoria è evidente. E in un Medio Oriente già attraversato da conflitti, la differenza tra “non ancora” e “non più” può diventare sottile come un grammo di uranio arricchito.