Chi sta vincendo davvero la guerra in Iran? Israele e gli USA attaccano, Teheran resiste: il conflitto si decide sui nervi prima che sui missili

Se si guarda soltanto alla mappa dei bersagli centrati, al numero dei comandanti eliminati, alle infrastrutture distrutte e alla capacità di dominare i cieli, la risposta sembra semplice: in questo momento sta vincendo Israele. Se invece si guarda alla natura profonda della guerra, al fatto che la Repubblica islamica non è crollata, non ha visto esplodere rivolte interne e continua a restare in piedi sotto una pressione micidiale, allora il quadro si complica parecchio. Perché una guerra non è un’esercitazione da manuale. E soprattutto non è una partita a scacchi in cui basta mangiare più pezzi per poter dire di aver chiuso il conto.

Dopo nove giorni di bombardamenti israelo-americani sull’Iran, il punto militare porta a una conclusione abbastanza netta sul piano tattico e molto più sfumata su quello strategico. Israele sta ottenendo i risultati più evidenti, l’Iran sta subendo i danni più gravi, gli Stati Uniti restano dentro il conflitto con obiettivi che cambiano quasi di giorno in giorno e proprio per questo risultano meno leggibili. Donald Trump, infatti, ha spiegato l’intervento in modi diversi a seconda del momento: fermare il nucleare iraniano, impedire attacchi contro Israele, promuovere un cambio di regime, bloccare la costruzione di missili capaci di colpire l’America. Troppe giustificazioni per non dare l’impressione che l’obiettivo finale resti, ancora oggi, mobile.

Per Benjamin Netanyahu invece la questione è molto più lineare. Il premier israeliano combatte da oltre trent’anni la sua guerra ideologica contro Teheran. Dal 1992 in poi ha trasformato l’Iran nella minaccia assoluta, il centro dell’asse del male, la maledizione della regione, il pericolo nucleare permanente. In questo senso, ogni generale sciita eliminato, ogni deposito distrutto, ogni infrastruttura militare o energetica messa fuori uso è già di per sé una vittoria. Netanyahu non combatte soltanto per ridurre la potenza dell’Iran. Combatte anche per dimostrare che la sua ossessione storica era fondata. E fin qui, dal suo punto di vista, i risultati gli stanno dando ragione.

La teocrazia iraniana, al contrario, sta prendendo colpi durissimi. Se fosse un incontro di pugilato, sarebbe sotto ai punti in modo netto. Ha perso uomini chiave, tra cui la Guida suprema Ali Khamenei, e ha visto cadere almeno duecento tra generali, politici e chierici. Ha subito danni pesanti a strutture militari, capacità difensive e nodi economici. Le perdite materiali e simboliche sono enormi e rischiano di riportare il Paese indietro di anni. Ma non basta a dire che l’Iran ha perso. In una guerra come questa, alla Repubblica islamica può bastare restare in piedi. Non crollare dall’interno. Non vedere esplodere una secessione delle minoranze. Non perdere il controllo del Paese. Per il regime, la sopravvivenza del comando conta più del benessere dei cittadini, più delle città devastate, più del costo sociale della guerra.

Ed è questo il paradosso che rende il conflitto così difficile da leggere. Israele vince sul piano tattico, ma l’Iran potrebbe considerarsi salvo, e quindi vincente sul piano politico, semplicemente resistendo. Se la nomenclatura del potere resta al suo posto, se i pasdaran continuano a controllare il territorio, se la società non esplode, allora Teheran potrà raccontare al proprio interno di aver resistito alla più grande offensiva degli ultimi decenni. In altre parole: il vincitore militare e il sopravvissuto politico potrebbero non essere la stessa cosa.

Anche la tattica sul terreno, in questi nove giorni, è cambiata. Nella prima fase dell’offensiva israelo-americana la priorità è stata data agli omicidi mirati, alla distruzione delle difese aeree e dei lanciamissili. Prima decapitare, poi accecare, poi immobilizzare. Era la fase necessaria per conquistare il dominio dei cieli, condizione indispensabile per trasformare la guerra da offensiva rischiosa a campagna sistematica di superiorità assoluta. Una volta ottenuto questo vantaggio, il conflitto è entrato in una seconda fase. In questo fine settimana, infatti, la pressione si è spostata sempre più sulle infrastrutture economiche. Non bombardamenti a tappeto, come spesso si dice con formula pigra e imprecisa, ma colpi mirati, selettivi, cinici, pensati per massimizzare il danno senza sprecare munizioni.

Questo non significa che non ci siano state stragi di civili. Ci sono state, eccome. E il caso delle 165 bambine uccise a scuola lo dimostra in modo atroce. Ma proprio il carattere dell’offensiva suggerisce che, dal punto di vista degli attaccanti, non ci sia convenienza a colpire indiscriminatamente quella stessa popolazione da cui si spera, almeno in teoria, di far nascere una futura insurrezione contro il regime. Il danno civile c’è, è enorme, ma dentro una logica che punta soprattutto a demolire la capacità di comando, resistenza e sostentamento della macchina iraniana.

Cominciano intanto ad affiorare indizi di una fase ancora più raffinata e rischiosa del conflitto: incursioni di forze speciali in territorio iraniano e missioni per il recupero di piloti abbattuti. Sarebbe un salto importante, perché significherebbe che la guerra non vive più solo di cielo, missili e droni, ma anche di operazioni coperte sul terreno. Trump, da sempre affascinato dalle forze speciali, in un contesto del genere vede incarnata la propria idea di guerra moderna: pochi uomini, alta precisione, massima spettacolarità e apparente controllo del rischio politico.

L’Iran, dal canto suo, non è rimasto immobile. Ha reagito in quattro direzioni. La prima, prevedibile, contro Israele. La seconda contro le basi americane nella regione. La terza contro il flusso energetico globale, tentando di spaventare mercati e navigazione. La quarta attraverso la mobilitazione della milizia alleata del Libano. È una risposta a raggiera, coerente con la postura iraniana degli ultimi anni: se non posso vincere frontalmente, allargo la crisi, moltiplico i fronti, aumento il costo geopolitico per gli avversari. Il nodo resta lo Stretto di Hormuz, che ieri sembrava avviarsi verso una riapertura ma che continua a essere il pulsante più sensibile di tutta la guerra. Basta che si richiuda davvero e il conto globale esplode.

Il fronte libanese merita un discorso a parte. Qui Israele combatte senza il sostegno diretto degli Stati Uniti e ha il pieno controllo del cielo. Trecento incursioni al giorno raccontano una superiorità schiacciante nella quarta dimensione della guerra contemporanea. I droni israeliani continuano a eseguire omicidi mirati anche dentro gli hotel di Beirut pieni di profughi, mentre Hezbollah reagisce con lanci limitati, quasi sempre intercettati. Eppure, nonostante questa debolezza apparente, il movimento sciita continua a rendere difficilissima un’invasione di terra. Qualche incursione di paracadutisti o di tank è stata fermata. È il segno che anche un avversario schiacciato dall’alto può ancora rendere il terreno tossico per chi vuole chiudere il conflitto con una penetrazione terrestre.

I numeri, poi, sono spietati, anche se inevitabilmente viziati dalla propaganda e dalla censura. Sul fronte sotto attacco le perdite sono enormemente più alte. I governi parlano di circa 1.400 morti in Iran, di cui 400 bambini, e di 400 in Libano, tra cui 150 bambini e, secondo Israele, 200 miliziani. Dall’altra parte si contano 11 civili israeliani uccisi, tra cui 3 bambini, 2 soldati israeliani in Libano, 7 militari americani nel Golfo, 21 nei Paesi petroliferi, 4 in Siria e uno in Giordania. Cifre che, prese da sole, non spiegano tutto ma rendono evidente l’asimmetria della guerra. Chi subisce l’offensiva principale paga il prezzo umano più alto. Chi la conduce, almeno per ora, resta molto più protetto.

Anche sugli sfollati i dati sono eloquenti. Teheran conta già 300mila persone in fuga, mentre le aree libanesi sotto attacco ne hanno prodotte 800mila. La guerra dunque non consuma solo eserciti. Consuma città, famiglie, infrastrutture, tempo e fiducia. E in questi conflitti il logoramento sociale è spesso importante almeno quanto quello militare.

Dal punto di vista operativo, la media dei raid israelo-americani è salita a quasi 800 al giorno. Quella iraniana, invece, è scesa dai sette sciami iniziali di droni e missili verso Israele ad appena tre. Tendenza opposta nel Golfo, dove le ondate di ordigni sono passate da quattro a dieci ogni ventiquattr’ore. Secondo le Guardie della Rivoluzione, il 40 per cento dei lanci va contro Israele e il resto contro le basi americane. Ma i dati arabi suggeriscono una scelta politica più raffinata: gli Emirati hanno subìto quasi 1.300 attacchi, più del doppio di quelli destinati a Israele e al Kuwait. Le altre monarchie molto meno. Segno che Teheran sta calibrando il fuoco per spaventare, dividere, ricattare e forse punire chi considera più esposto o più sensibile.

Sta cambiando anche il tipo di armamento usato. L’Iran impiega sempre più droni, fino a duemila al giorno. Israele e Stati Uniti aumentano l’uso combinato di bombe e droni. Tutti, invece, sparano meno missili. È un dettaglio che racconta bene la trasformazione della guerra moderna: il drone non è più l’arma accessoria, ma l’ossatura operativa del conflitto. Costa meno, satura le difese, colpisce con continuità, stressa l’avversario e diluisce il senso stesso del fronte.

Resta poi il tema dell’allargamento. I media israeliani hanno più volte annunciato l’ingresso formale nel conflitto dei Paesi che ospitano le basi americane colpite dall’Iran. Finora, però, non è successo. Per ora è più un desiderio che una realtà. Le goffe scuse rivolte dal presidente iraniano ai vicini arabi dimostrano anzi che Teheran percepisce tutta la sensibilità del tema e cerca ancora di evitare un’escalation irreversibile con le monarchie del Golfo. Sul tavolo ci sono anche i tentativi dei servizi israelo-americani di convincere le milizie curde a intervenire. Dopo Hezbollah, l’Iran vorrebbe trascinare dentro anche gli Houthi yemeniti, ma lì davanti ha la flotta americana, e non è poco.

L’Europa, come spesso accade, si muove in ordine sparso. Francia, Italia e Spagna mandano navi per difendere Cipro. La Turchia spera di ritagliarsi un ruolo da mediatrice. Il Pakistan nucleare osserva senza scoprirsi. La Russia ha ammesso di sostenere l’Iran, ma non è chiaro in che modo. L’ipotesi più plausibile è che fornisca informazioni satellitari, cioè ossigeno tattico senza esporsi direttamente. Anche questo contribuisce a definire il quadro: nessuno vuole davvero entrare a pieno titolo in una guerra che tutti sanno potenzialmente ingestibile.

Dunque, chi sta vincendo? Se la domanda è militare, la risposta è Israele. Ha il dominio del cielo, colpisce meglio, decide tempi e bersagli, fa più male e subisce meno. Se la domanda è politica, la risposta è molto meno netta. L’Iran sta perdendo uomini, territori funzionali, infrastrutture e capacità, ma finché non crolla, finché il regime non si spacca, finché non arriva un’insurrezione o una vera disarticolazione del comando, non può dirsi sconfitto del tutto. In un conflitto simile, resistere è già una forma di vittoria.

Ecco perché questa guerra non si decide ancora soltanto sulle bombe. Si decide sui nervi, sulla tenuta dei regimi, sulla capacità di sopportare perdite, sul controllo della narrativa e sulla resistenza interna delle società coinvolte. Netanyahu, oggi, incassa risultati concreti e può rivendicare successi. Gli ayatollah arretrano, soffrono, sanguinano. Ma se restano al comando, potranno ancora raccontare di non essere stati piegati.

In fondo è questo il punto più crudele del conflitto. Israele sta vincendo la guerra che voleva combattere. L’Iran sta cercando di non perdere quella che non può permettersi di perdere davvero.