L’Europa riscopre l’atomica: tra ombrello franco-britannico e incertezze Nato, anche l’Italia torna al centro della deterrenza nucleare

La parola “atomica” è tornata nel lessico quotidiano dell’Europa. Non come ricordo della Guerra fredda, ma come possibilità concreta evocata nelle dichiarazioni politiche e nelle analisi strategiche. La guerra in Ucraina ha spinto il continente dentro una nuova stagione di incertezza, con una Russia che non ha mai smesso di ricordare la propria capacità nucleare e con un’Alleanza Atlantica attraversata da tensioni politiche. Le posizioni di Donald Trump, la sua visione più transazionale della Nato, l’idea che l’Europa debba fare di più – e da sola – hanno accelerato un dibattito che fino a pochi anni fa sembrava confinato ai think tank: può l’Europa dotarsi di una propria deterrenza atomica?

Parigi e Londra, uniche potenze nucleari europee, sono tornate al centro di questo discorso. Si parla di un possibile “ombrello” franco-britannico capace di estendersi anche agli altri Paesi del continente. Un’ipotesi che non significa necessariamente la creazione di nuove testate, ma la condivisione politica di una deterrenza già esistente. La Francia dispone di una propria force de frappe indipendente, il Regno Unito mantiene un arsenale basato sui sottomarini Trident. L’idea di metterli a sistema in chiave europea rappresenta un salto politico prima ancora che militare.

Ma mentre il dibattito si muove sul piano teorico, c’è una realtà concreta che riguarda anche l’Italia. Il nostro Paese non produce e non possiede armi nucleari, ma ospita ordigni statunitensi nell’ambito del meccanismo Nato di “nuclear sharing”. È una formula nata durante la Guerra fredda e mai abbandonata: gli Stati Uniti mantengono il controllo e la custodia delle bombe, mentre alcuni Paesi alleati forniscono le piattaforme aeree in grado di trasportarle.

Le basi italiane coinvolte sono due: Aviano, in provincia di Pordenone, e Ghedi, nel Bresciano. Secondo quanto riportato negli anni da diverse fonti e analisi specializzate, in queste installazioni sarebbero custodite bombe nucleari statunitensi della famiglia B61. Il controllo degli ordigni resta in capo a personale americano, in particolare agli armieri del 704esimo Munitions Support Squadron. I Paesi ospitanti, Italia compresa, non hanno la disponibilità autonoma delle armi: ogni eventuale utilizzo richiederebbe una decisione americana nell’ambito della catena di comando Nato.

A Ghedi si realizza il modello classico del nuclear sharing. Come ha spiegato Andrea Margelletti, presidente del Cesi (Centro studi internazionali), il Paese ospitante mette a disposizione il vettore – oggi i Tornado dell’Aeronautica Militare, in futuro gli F-35 – mentre gli Stati Uniti forniscono l’ordigno. I velivoli italiani sono a “duplice capacità”: possono trasportare armi convenzionali o, in caso di decisione Nato, bombe nucleari. Le stime sul numero degli ordigni variano: alcune parlano di una sessantina complessiva tra le due basi, altre arrivano a indicare circa un centinaio.

Ad Aviano, invece, la presenza è più marcatamente americana. La base è un’importante installazione dell’Usaf in Europa. Qui sarebbero schierate bombe B61 destinate a velivoli statunitensi come F-15E e F-16. Come ricorda Piero Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, le B61 sono bombe nucleari a potenza variabile, utilizzabili sia in chiave tattica sia strategica. Le varianti storicamente presenti in Europa – Mod.3 e Mod.4 – hanno una potenza regolabile fino a 45-60 kilotoni, ben superiore a quella delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

Negli ultimi anni, tuttavia, il dossier si è intrecciato con un programma di ammodernamento. Gli Stati Uniti stanno sostituendo le vecchie B61 con la versione B61-12, dotata di sistemi di guida più precisi e compatibile con i nuovi F-35A. Proprio l’arrivo in Italia, nei mesi scorsi, di un Boeing C-17A Globemaster III – l’unico velivolo autorizzato al trasporto di ordigni nucleari in trasferimento – ha alimentato l’ipotesi che l’operazione di sostituzione sia iniziata anche nelle basi italiane. Il cargo è atterrato a Ghedi e poco dopo è ripartito per Aviano, in un movimento che gli osservatori hanno letto come parte del processo di aggiornamento dell’arsenale.

Questo significa che l’Italia si trova, volente o nolente, dentro il nuovo equilibrio nucleare europeo. Le minacce di Vladimir Putin sull’uso di armi atomiche tattiche in caso di escalation hanno riportato l’attenzione su queste basi. Non perché vi sia un impiego imminente, ma perché in uno scenario di conflitto su larga scala esse diventerebbero obiettivi sensibili. La deterrenza funziona proprio su questo presupposto: la presenza dell’arma deve scoraggiare l’avversario dall’utilizzarla per primo.

Il tema divide l’opinione pubblica. C’è chi considera la presenza delle bombe una garanzia di sicurezza e chi la vede come un’eredità ingombrante della Guerra fredda. Il ministro della Difesa Crosetto ha ribadito la linea ufficiale: sostenere l’Ucraina, lavorare per una pace negoziata, mantenere salda l’appartenenza all’Alleanza. Ma intanto l’Europa riflette sulla propria autonomia strategica. Se Washington dovesse ridurre il proprio impegno o condizionarlo a scelte politiche interne, l’ombrello nucleare americano resterebbe solido?

È qui che torna l’ipotesi franco-britannica. Un’Europa che si dota di una deterrenza condivisa cambierebbe il volto della sicurezza continentale. Ma significherebbe anche ridefinire i rapporti con la Nato e con gli Stati Uniti. L’Italia, che oggi ospita ordigni sotto controllo americano, dovrebbe decidere se restare nel solco dell’attuale condivisione o aderire a una nuova architettura.

Nel frattempo, la realtà è questa: a Ghedi e Aviano sono custodite bombe nucleari statunitensi. L’Italia non può usarle autonomamente, ma fornisce i vettori che, in uno scenario estremo, potrebbero trasportarle. È una posizione di responsabilità e di esposizione insieme. In un’epoca in cui il lessico della deterrenza sembrava appartenere ai manuali di storia, la parola atomica è tornata a essere attuale. E l’Italia, geograficamente al centro del Mediterraneo e politicamente dentro l’Alleanza, ne è parte integrante.