Leva militare e guerra: chi può essere richiamato in Italia, quali età sono coinvolte e cosa significano davvero le liste nei Comuni

Con l’escalation delle tensioni internazionali, dalla guerra in Ucraina al confronto in Medio Oriente, torna una domanda che sembrava relegata ai libri di storia: l’Italia può richiamare i cittadini alle armi? E, se sì, chi verrebbe coinvolto davvero?

La leva obbligatoria è sospesa dal 1° gennaio 2005 per tutti i nati dopo il 1986. Non è stata cancellata dall’ordinamento, ma sospesa. Il riferimento normativo è il Codice dell’ordinamento militare, che mantiene in vita la struttura giuridica della leva nel caso di emergenze straordinarie. La Costituzione italiana, all’articolo 52, definisce la difesa della Patria un “dovere sacro del cittadino”. L’articolo 78 stabilisce che è il Parlamento a deliberare lo stato di guerra, conferendo al Governo i poteri necessari.

Questo significa che non esiste alcuna chiamata automatica. Senza una deliberazione parlamentare formale, non può esserci mobilitazione generale. In caso di conflitto dichiarato, la sequenza sarebbe graduale e strutturata.

I primi a essere impiegati sarebbero i militari già in servizio nelle Forze Armate: Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza. Subito dopo verrebbero richiamati gli ex militari che hanno lasciato il servizio da meno di cinque anni, cioè personale già addestrato e potenzialmente reintegrabile in tempi rapidi.

Solo in uno scenario di necessità estrema si passerebbe ai civili. Le fasce d’età previste dal quadro normativo vanno indicativamente dai 18 ai 45 anni. La disciplina attuale non distingue più tra uomini e donne: entrambi sono formalmente soggetti al dovere di difesa. Tuttavia, ogni eventuale chiamata sarebbe subordinata a una visita medica per accertare l’idoneità fisica e psichica.

Sono esclusi coloro che risultano permanentemente inabili al servizio militare per motivi di salute. Esistono inoltre condizioni particolari previste dalla legge che possono comportare esoneri o rinvii, legate a situazioni familiari o professionali specifiche, ma si tratta di valutazioni caso per caso.

Un altro tema che genera confusione è quello delle liste di leva nei Comuni. Ogni anno, i Sindaci, in qualità di ufficiali di Governo, pubblicano all’Albo Pretorio l’elenco dei cittadini che compiono 17 anni nell’anno di riferimento. È un adempimento amministrativo previsto dalla normativa, non una convocazione. Serve a mantenere aggiornati gli archivi nel caso, remoto ma giuridicamente possibile, di riattivazione dell’obbligo di leva.

Nel 2025, ad esempio, sono stati iscritti nelle liste i nati nel 2008. Questo non implica alcuna chiamata imminente, ma è parte della procedura ordinaria che non è mai stata abrogata. Chi ritiene di essere stato inserito erroneamente può presentare ricorso al Comune.

Negli ultimi mesi si è parlato anche di una possibile riserva militare ausiliaria, con il richiamo di ex volontari per creare un bacino di personale addestrato pronto all’impiego in caso di crisi internazionale. Si tratta di un progetto in fase di valutazione tecnica, non di una misura già operativa. Allo stesso modo, alcune proposte politiche per reintrodurre una forma di leva breve, anche civile, restano allo stato di iniziativa parlamentare.

La realtà attuale è che l’Italia è un esercito professionale. Il modello si basa su volontari in servizio permanente o a tempo determinato. La leva obbligatoria è sospesa da oltre vent’anni e non esistono segnali di una sua riattivazione imminente.

Tuttavia, il quadro normativo consente allo Stato, in presenza di una dichiarazione formale di guerra, di ripristinare l’obbligo di servizio. È una clausola di sicurezza prevista dall’ordinamento, attivabile solo attraverso procedure precise e con decisioni politiche di altissimo livello.

In un contesto internazionale instabile, la leva militare torna a essere un tema di discussione. Ma tra dibattito pubblico e realtà giuridica c’è una differenza sostanziale: oggi non esiste alcuna chiamata alle armi, né alcun provvedimento che obblighi i giovani italiani a indossare una divisa contro la propria volontà.