Netanyahu nel mirino dei Pasdaran, Teheran rilancia fake e minacce di morte: «Lo braccheremo e poi lo ammazzeremo»

netanyahu minacciato dai pasdaran

La guerra vera corre nei cieli del Medio Oriente, ma quella parallela viaggia sui telefoni, sui social, nei canali Telegram e nelle dichiarazioni incendiarie. È lì che nelle ultime ore i Pasdaran hanno provato a colpire Benjamin Netanyahu prima ancora che sul piano militare: facendolo sparire, almeno nella propaganda. La macchina mediatica vicina a Teheran aveva infatti messo in circolazione la voce che il premier israeliano fosse morto oppure in fuga con la sua famiglia. Una notizia clamorosa, ma falsa. E infatti è stato lo stesso Netanyahu a liquidarla con un video dal tono beffardo girato in una caffetteria alla periferia di Gerusalemme: «Morto io? Tutt’al più posso morire per un buon caffè».

La battuta non è casuale. Serve a smontare la teoria rilanciata dall’agenzia Tasnim, considerata uno dei megafoni dell’universo iraniano più duro. Ma dietro il sorriso resta il veleno. Perché la smentita del premier israeliano arriva dopo un comunicato attribuito al dipartimento di pubbliche relazioni delle Guardie Rivoluzionarie in cui si parlava di «incertezza sul destino» di Netanyahu, evocando apertamente le ipotesi di «morte» o «fuga». E soprattutto aggiungendo una frase che sposta tutto dal terreno della propaganda a quello della minaccia diretta: se anche fosse ancora vivo, «continueremo a dargli la caccia con tutte le nostre forze per ucciderlo».

La propaganda iraniana trasforma la guerra in una caccia al premier israeliano

Il passaggio più impressionante non è neppure la bufala in sé, ma il salto di qualità del linguaggio. I Pasdaran non si limitano più a presentare Israele come un nemico da colpire. Personalizzano il bersaglio, costruiscono il racconto di una caccia all’uomo, trasformano il premier israeliano in un obiettivo da inseguire e da eliminare. La propaganda di Teheran, in questo senso, mescola citazioni religiose, logica militare e strumenti digitali sempre più aggressivi. Corano e intelligenza artificiale, simboli e video manipolati, minacce e fake news.

Il risultato è una narrazione tossica ma molto efficace sul piano emotivo. Per alcune ore la voce sulla presunta scomparsa di Netanyahu ha viaggiato sui canali social e sui circuiti arabi. In parallelo sono stati diffusi contenuti manipolati, compresi video alterati in modo grossolano, per suggerire che il capo del governo israeliano fosse scomparso dalla scena pubblica. La risposta di Bibi, proprio perché ironica e semplice, punta a rompere il meccanismo della suggestione. Ma non cancella il dato politico: il regime iraniano considera ormai centrale anche la guerra psicologica.

Missili, smentite e il sospetto sulle condizioni di Mojtaba Khamenei

Nello stesso clima da guerra opaca si inseriscono altre due partite. La prima riguarda le indiscrezioni secondo cui Israele sarebbe a corto di missili intercettori per la contraerea. Una voce pesante, perché metterebbe in discussione la tenuta difensiva dello Stato ebraico dopo settimane di bombardamenti e contrattacchi. A smentirla è stato il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar, che ha risposto con un secco no anche all’altra indiscrezione circolata in queste ore, quella su possibili colloqui diretti con il Libano. Nessuna scarsità di intercettori, nessun negoziato aperto con Beirut: questa, almeno ufficialmente, è la linea di Gerusalemme.

La seconda partita riguarda invece il lato iraniano e un nome che pesa come un macigno: Mojtaba Khamenei, la nuova Guida Suprema. Sulle sue condizioni di salute resta un mistero fitto, alimentato da voci, provocazioni e smentite. Donald Trump ha soffiato sul fuoco dicendo che gli sarebbe arrivata voce che Mojtaba non sia vivo e che, qualora lo fosse, dovrebbe arrendersi. Da Teheran ha replicato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sostenendo che Khamenei gode di buona salute e governa pienamente il Paese. È uno schema ormai costante: dichiarazione estrema, rilancio mediatico, smentita ufficiale, nuova nube di sospetto.

Dal confine libanese a Tel Aviv, il fronte resta acceso

Mentre propaganda e contropropaganda intossicano il racconto pubblico, la guerra sul terreno continua. Sul confine tra Israele e Libano il fronte resta rovente. Hezbollah ha lanciato razzi verso Haifa e le aree circostanti. Le forze Unifil hanno denunciato di essere state raggiunte dal fuoco in più occasioni durante pattugliamenti vicino alle loro basi. Israele ha risposto con raid nel sud del Libano e sulla stessa Beirut. Più a sud, Tel Aviv ed Eilat sono finite nel mirino dei missili iraniani, a cui Tsahal ha replicato con nuove ondate di attacchi aerei su vasta scala nell’Iran occidentale.

Il quadro che emerge è quello di una guerra che non conosce più confini netti. Non si combatte soltanto con i lanciatori, con i droni o con le batterie missilistiche. Si combatte con la reputazione, con la menzogna organizzata, con la costruzione artificiale della paura. Far credere che Netanyahu sia morto o in fuga serve a suggerire il crollo del vertice israeliano. Diffondere la voce che Israele sia quasi senza intercettori serve a dare l’idea di un Paese allo stremo. Tenere nel vago la condizione della Guida Suprema iraniana aiuta invece Teheran a controllare il tempo politico e a non mostrare crepe.

In questo gioco deformante, ogni notizia diventa un proiettile e ogni smentita una contromossa. Ma il fatto più inquietante resta un altro: i Pasdaran non si sono fermati alla solita retorica bellica. Hanno detto apertamente che inseguiranno Netanyahu per ucciderlo. È il linguaggio di una guerra che ormai si racconta da sola come una caccia personale, feroce, senza margini. E quando un conflitto comincia a parlare così, significa che la soglia simbolica è già stata superata da un pezzo.