Stretto di Hormuz, il piano segreto per forzare il blocco: dentro c’è anche l’Italia, e l’Iran adesso minaccia anche noi

Navi italiane nello stretto di Hormuz

Stretto di Hormuz, il piano segreto. Lo stretto passaggio di mare è il punto in cui la geopolitica smette di essere teoria e diventa pressione pura su petrolio, gas, mercati, rotte commerciali e nervi delle cancellerie. Per questo la notizia arrivata da Londra pesa molto più di una dichiarazione diplomatica: sei Paesi, tra cui l’Italia, si sono detti pronti a contribuire a un piano per garantire di nuovo la navigazione commerciale in uno dei varchi più sensibili del pianeta. E dall’Iran è arrivata subito una risposta che suona come una minaccia politica in piena regola.

A mettere nero su bianco la posizione comune sono stati Downing Street e i governi di Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone, che in una nota congiunta hanno condannato gli attacchi attribuiti a Teheran e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz. La formula usata è prudente, ma il significato è chiarissimo: i sei Paesi si dicono disponibili a contribuire agli sforzi necessari per assicurare il passaggio sicuro delle navi commerciali. Tradotto dal linguaggio diplomatico, vuol dire che si sta preparando una risposta concreta a una crisi che rischia di travolgere l’equilibrio energetico globale.

Stretto di Hormuz, il piano segreto per riaprire Hormuz

Il punto politico più delicato, per Roma, è proprio questo. L’Italia non si limita a osservare o a sostenere genericamente gli alleati. Entra nel perimetro dei Paesi che si dichiarano pronti ad agire per riaprire lo Stretto. È una scelta che la colloca dentro una linea occidentale precisa, in una fase in cui ogni passo nel Golfo Persico può essere letto come un gesto di deterrenza o come una provocazione.

Nel testo diffuso dai sei governi si richiama apertamente il principio della libertà di navigazione, fondamento del diritto internazionale e pilastro della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Non è un richiamo ornamentale. Serve a dare una cornice legale a un’eventuale iniziativa comune e a presentare il blocco come una minaccia non solo regionale, ma globale. Perché da quelle acque passa una parte enorme del traffico energetico mondiale, e ogni interruzione si traduce in instabilità economica, aumento dei costi e paura sui mercati.

Perché lo Stretto fa tremare petrolio e mercati

Quando si parla di Hormuz, il problema non è soltanto militare. È anche, e forse soprattutto, economico. Un blocco prolungato significa rallentamenti nelle forniture, tensioni sui prezzi, corsa alle scorte e nuove fragilità per Paesi che dipendono dalle importazioni energetiche. Non è un caso che nella nota congiunta i sei governi abbiano accolto con favore anche il rilascio coordinato delle riserve strategiche da parte della International Energy Agency.

Il messaggio è semplice: se il passaggio nello Stretto non torna sicuro, il contraccolpo si sentirà ben oltre il Golfo. Si sentirà nelle bollette, nei carburanti, nella logistica, nella già fragile catena globale degli approvvigionamenti. Ecco perché la mossa di Londra non è una semplice iniziativa diplomatica. È il tentativo di costruire una diga prima che la crisi diventi uno tsunami economico.

La minaccia di Araghchi e il salto di tensione

Ma proprio mentre i sei Paesi provano a mostrarsi compatti, Teheran alza il tiro. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avvertito che chi aiuterà gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto sarà considerato “complice dell’aggressione”. Una frase che non è solo propaganda. È un modo per avvertire gli alleati di Washington, Italia compresa, che qualsiasi partecipazione a un’operazione di riapertura verrà letta dall’Iran come un coinvolgimento diretto.

La dichiarazione, secondo quanto riferito nel resoconto della telefonata con il ministro giapponese, sposta il baricentro della crisi. Perché da questo momento il problema non è più soltanto garantire la navigazione commerciale. Il problema è capire se farlo senza trasformare una missione di protezione in un nuovo livello di scontro.

E qui sta il nodo vero della partita. Da una parte c’è la necessità di riaprire una rotta vitale per il commercio mondiale. Dall’altra c’è il rischio che ogni nave protetta, ogni pattugliamento, ogni scelta operativa venga interpretata come l’inizio di qualcosa di più grande. L’Italia, entrando nel piano dei sei, ha deciso di stare dentro questa linea di pressione e di responsabilità. Ma il prezzo politico della scelta potrebbe salire molto in fretta. Perché a Hormuz non passa soltanto il petrolio. Passa, ancora una volta, il confine sottile tra deterrenza e guerra.