Trump tratta con l’Iran. Donald Trump prepara la trattativa, ma l’Iran risponde alzando l’asticella fino quasi all’impossibile. È questo il quadro che emerge nelle ultime ore sul fronte più infiammabile del pianeta, dove la Casa Bianca starebbe lavorando alla costruzione di una squadra negoziale per aprire un canale con Teheran. Secondo Axios, tra le figure coinvolte ci sarebbero Jared Kushner e Steve Witkoff, ormai presenza fissa nei dossier più sensibili della politica estera trumpiana, mentre Egitto, Qatar e Regno Unito avrebbero fatto da intermediari per lo scambio di messaggi tra le due parti. Axios riferisce anche che negli ultimi giorni non ci sarebbero stati contatti diretti tra Washington e Teheran.
Il punto, però, è che mentre Washington prova a costruire un’uscita ordinata, l’altra parte non dà affatto segnali di resa. Anzi. Secondo le ricostruzioni circolate oggi, gli Stati Uniti avrebbero messo sul tavolo sei condizioni: stop totale all’arricchimento dell’uranio, congelamento del programma missilistico per cinque anni, dismissione di impianti chiave come Natanz, Isfahan e Fordow, controlli esterni stringenti sulle centrifughe, accordi regionali sul controllo degli armamenti con un tetto ai missili e fine del sostegno a gruppi come Hezbollah, Houthi e Hamas. Sul versante iraniano, invece, le richieste appaiono ancora più dure e più cariche di significato politico.
La trattativa sull’Iran parte, ma Teheran detta condizioni pesantissime
L’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, ha riferito che l’Iran pone sei condizioni per chiudere la guerra: garanzia che il conflitto non si ripeta, chiusura delle basi militari statunitensi nella regione, pagamento di un risarcimento, fine della guerra contro i gruppi regionali alleati di Teheran, un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz e perfino il perseguimento penale e l’estradizione degli operatori dei media anti-iraniani. È una piattaforma che non ha il tono di una concessione, ma quello di una controffensiva politica.
Dentro questa impostazione c’è un messaggio chiarissimo: la Repubblica islamica non intende presentarsi al tavolo da sconfitta che chiede pietà, ma come attore ancora in grado di imporre costi, minacce e condizioni. E infatti il cuore del ricatto strategico resta sempre lo stesso: Hormuz. Reuters ha riferito oggi che, secondo Ali Mousavi, rappresentante iraniano presso l’agenzia marittima dell’Onu e ambasciatore nel Regno Unito, lo Stretto di Hormuz resterebbe aperto a tutto il traffico tranne alle navi legate ai “nemici” dell’Iran. Lo stesso Mousavi ha attribuito la crisi alle ostilità statunitensi e israeliane, insistendo sul fatto che diplomazia e fiducia reciproca restano essenziali.
Hormuz, energia e basi Usa: il vero tavolo è quello del potere
Qui sta il punto vero della partita. Non si discute solo di cessate il fuoco, missili o impianti nucleari. Si discute del controllo di una leva capace di stringere alla gola mezzo pianeta. Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi marittimi più sensibili al mondo per petrolio e gas, e ogni minaccia sul suo funzionamento si traduce quasi automaticamente in paura sui mercati, instabilità logistica e rialzo dei prezzi energetici. Reuters ricorda che da lì passa circa un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Per questo l’altra grande notizia di giornata pesa come un macigno. Dopo l’ultimatum di Trump, che secondo Reuters ha minacciato attacchi alle centrali elettriche iraniane se Hormuz non verrà pienamente riaperto entro 48 ore, da Teheran è arrivata una replica brutale: se verranno colpite le infrastrutture energetiche iraniane, l’intera regione potrebbe piombare nel buio. Reuters e Associated Press confermano l’esistenza dello scontro verbale sull’energia, mentre altri media internazionali riferiscono che apparati vicini allo Stato iraniano hanno evocato ritorsioni contro impianti e reti dell’area del Golfo.
Merz sente Trump, l’Europa osserva e trema
Nel frattempo l’Europa prova almeno a non restare cieca davanti a una crisi che può travolgerla economicamente ancora prima che militarmente. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha fatto sapere di aver parlato con Trump della situazione in Iran, Israele e Ucraina, annunciando l’intenzione di restare in stretto contatto. È il segnale di una preoccupazione ormai evidente: il rischio non è più solo una guerra lontana, ma un’escalation che può colpire approvvigionamenti, inflazione, commerci e sicurezza continentale.
Trump, insomma, sembra voler costruire un’uscita negoziale dall’Iran senza apparire in ritirata. Ma il problema è che Teheran, pur colpita e sotto pressione, non sembra affatto disposta a concedergli una via d’uscita semplice. La Repubblica islamica sta facendo esattamente ciò che sanno fare i regimi assediati quando vogliono sopravvivere: trasformare la propria fragilità in una minaccia sistemica. Tradotto: se dobbiamo trattare, tratterete sul nostro terreno. E quel terreno, oggi, si chiama basi americane, deterrenza missilistica e soprattutto Hormuz. Il posto esatto in cui l’Iran continua a tenere per le palle il mondo.







