Brunori Sas, dalla Calabria a Gaza senza paura di schierarsi: «È un genocidio. Io di sinistra, mio padre votava Fiamma Tricolore»

Brunori SAS a Milano

Dario Brunori è arrivato lontano dalla sua Calabria, ma quella terra non ha mai smesso di accompagnarlo. Il cantautore cresciuto a San Fili, nel Cosentino, ha costruito una carriera nazionale senza recidere il legame con le proprie origini, che ha sempre rivendicato come parte essenziale della sua identità. E oggi, dopo Sanremo e il successo di pubblico, porta sul palco degli Arcimboldi di Milano uno spettacolo nel quale racconta se stesso senza nascondere le proprie convinzioni politiche. Anche quando significa affrontare questioni divisive come Gaza, che definisce un «genocidio», o ricordare le profonde differenze ideologiche con il padre.

Con TuttoBrunori, il musicista trasforma il concerto in un viaggio tra canzoni e monologhi, seguendo la tradizione del teatro canzone di Giorgio Gaber. La scaletta alterna momenti intimi, riflessioni sociali e un’ironia capace di affrontare anche gli argomenti più dolorosi.

«Io cantautore di sinistra, mio padre votava Fiamma Tricolore»

Il rapporto con il padre, scomparso prima che Dario raggiungesse il successo, diventa uno dei momenti più intensi dello spettacolo. Brunori immagina di rivolgersi direttamente a lui, raccontandogli con affetto e ironia la strada intrapresa.

«Sono diventato cantautore, e quindi di sinistra. Un figlio che canta per i comunisti mentre tu votavi Fiamma Tricolore…», scherza, facendo emergere una distanza politica che non cancella il legame familiare.

Il cantautore si definisce anche «il king del woke, il santino perfetto del cantautore di sinistra», prendendo in giro gli stereotipi che accompagnano gli artisti impegnati. E quando scopre che Matteo Salvini canta le sue canzoni o che esponenti della destra celebrano Francesco Guccini, si interroga sulle contraddizioni della politica e sul rapporto tra cultura e appartenenza ideologica.

È un modo di raccontare che conserva qualcosa delle sue radici calabresi: la familiarità con le contraddizioni, il senso della famiglia e quella capacità di mescolare malinconia e umorismo che attraversa da sempre la sua musica.

Gaza, il genocidio e il coraggio di prendere posizione

Il momento più politico arriva quando Brunori affronta la tragedia di Gaza. Lo fa attraverso un monologo costruito come una parodia del linguaggio aziendale, nel quale il numero delle vittime diventa materia di una grottesca riunione di marketing.

Parla di «70 mila morti di cui 21 mila children», utilizzando deliberatamente gli inglesismi di chi riduce persino una tragedia umanitaria a una questione di risultati e prestazioni. Il confronto con le grandi tragedie del Novecento rende ancora più amara la provocazione.

Poi abbandona il personaggio e torna a parlare con la propria voce, chiedendosi se come collettività «ne abbiamo abbastanza». La satira lascia spazio a una riflessione sulla responsabilità individuale e sulla necessità di non voltarsi dall’altra parte.

Il tema ritorna attraverso il ricordo di un episodio realmente vissuto durante un concerto in Sardegna, quando uno spettatore gli porse una bandiera. Brunori racconta il dilemma di un artista che deve decidere se raccoglierla, assumendosi le conseguenze pubbliche del gesto, oppure continuare a cantare.

La conclusione è una dichiarazione di principio: «Meglio il ridicolo di prendere posizione, al ridicolo di non prenderne affatto».

«Questo spettacolo lancia il sasso e non nasconde la mano»

Dietro le quinte, Brunori chiarisce che il bersaglio della riflessione non è un collega, ma la propria coscienza. «Non avevo in mente lui ma me stesso», spiega, riferendosi alle interpretazioni che avevano collegato il monologo alle posizioni di Francesco De Gregori.

«C’è una linea sottile fra lo schierarsi per retorica o perché è di moda e l’importanza di prendere posizione», osserva il cantautore, rivendicando il dubbio come strumento per cercare risposte e non come giustificazione per restare in silenzio.

Anche l’ironia, secondo Brunori, può diventare una comoda via di fuga. «L’ironia stessa a volte è usata per tirare il sasso e nascondere la mano», ammette, prima di chiarire il senso del progetto: «Questo spettacolo lancia il sasso e non nasconde la mano».

Le radici calabresi, l’amore e la figlia: tutto il mondo di Brunori

Accanto alla politica rimane il Brunori dei sentimenti, quello che ha raccontato le fragilità quotidiane, le paure dell’età adulta e i rapporti familiari con una sensibilità riconoscibile. Sul palco ritrova anche la compagna Simona Marrazzo, musicista con cui condivide vita e lavoro, mentre il racconto arriva alla paternità e alla trasformazione delle priorità personali.

Il brano L’albero delle noci, presentato a Sanremo nel 2025 e dedicato alla figlia, diventa uno dei momenti centrali di questa parte dello spettacolo. La musica accompagna il passaggio dalla dimensione pubblica a quella privata, riportando l’attenzione sulle persone e sugli affetti.

La Calabria resta il punto di partenza di questo percorso. Brunori ha sempre mantenuto un rapporto profondo con San Fili e con il territorio cosentino, scegliendo di non cancellare la propria provenienza neppure dopo l’affermazione nazionale. Un’identità che continua ad attraversare le sue canzoni, il linguaggio e il modo di osservare il mondo.

Alla fine, dopo aver attraversato politica, famiglia, amore e contraddizioni personali, Brunori riassume il senso dello spettacolo con una frase: «Tutto questo sono». Ed è proprio questa capacità di tenere insieme le proprie radici e le domande del presente a dare forza al racconto del cantautore calabrese