Garlasco, il sangue sotto il microonde. A volte è un dettaglio minuscolo a resistere più di ogni altra cosa. Nel caso Garlasco, uno di questi dettagli ha un nome tecnico freddo, quasi anonimo: traccia 61. Ma dietro quel numero c’è una domanda rimasta aperta per anni. Come ci è finita una goccia di sangue di Chiara Poggi in cucina, sullo sportello del mobile sotto il microonde?
La traccia 61 e quel sangue lontano dal corpo
Nel 2007, durante i rilievi nella villetta, i carabinieri individuarono una piccola traccia ematica proprio in cucina. Il test effettuato diede esito positivo: era sangue. E le successive analisi stabilirono che quel sangue apparteneva esclusivamente a Chiara Poggi, senza contaminazioni, senza altri profili genetici.
Il punto, però, non è tanto la natura della traccia quanto la sua posizione. Il corpo della vittima fu trovato sulle scale interne, mentre le macchie più evidenti erano nel soggiorno. La cucina, almeno apparentemente, non era il luogo principale dell’aggressione. Eppure quel segno era lì.
Secondo la ricostruzione basata sulla Bloodstain Pattern Analysis, quella goccia potrebbe essersi staccata dall’arma del delitto – o da un oggetto contaminato – mentre l’aggressore si muoveva all’interno della casa dopo il delitto.

“L’assassino cercava qualcosa”: l’ipotesi degli esperti
È su questo punto che la traccia 61 assume un peso diverso. Secondo i consulenti della famiglia Poggi, l’aggressore non si sarebbe limitato a colpire e fuggire. Dopo l’omicidio, si sarebbe spostato nella cucina, probabilmente per cercare qualcosa.
Un sacchetto, forse. Un modo per occultare l’arma. O altro. Ma soprattutto, un comportamento che implica familiarità con l’ambiente. Non un movimento casuale, ma una scelta mirata, quasi automatica.
Una lettura che trova riscontro anche nella ricostruzione contenuta nella sentenza: l’aggressore entra in bagno per lavarsi, poi passa in cucina, si ferma brevemente e infine esce. Un percorso interno che racconta una sequenza precisa, non improvvisata.
Un solo dna e nessuna traccia estranea
Un altro elemento rafforza il mistero. La traccia 61 contiene un solo profilo genetico: quello di Chiara Poggi. Nessuna commistione, nessun altro dna rilevato. Questo significa che non si tratta di una colluttazione avvenuta in quel punto, ma più probabilmente di una caduta passiva di sangue.
Allo stesso tempo, tutte le analisi condotte nella cucina – dalle superfici agli oggetti, fino alla spazzatura – hanno restituito soltanto le impronte e i dna di Chiara Poggi e di Alberto Stasi. Un dato già noto, ma che continua a essere centrale nella lettura complessiva della scena.
Garlasco, il sangue sotto il microonde, l’aggressione iniziata in cucina? L’altra ipotesi
C’è però una seconda interpretazione, ancora più inquietante. Secondo alcuni consulenti, una fase dell’aggressione potrebbe essere iniziata proprio tra la cucina e il soggiorno. Non necessariamente sul mobile sotto il microonde, ma in quell’area di passaggio.
A sostegno di questa ipotesi c’è il ritrovamento di un portavasi in ottone, caduto durante la violenza. Un oggetto che suggerirebbe un primo momento di scontro, forse un tentativo di fuga da parte della vittima.
Se così fosse, quella goccia di sangue non sarebbe solo il segno di un passaggio successivo, ma parte di una sequenza più ampia, iniziata prima che il delitto si consumasse definitivamente sulle scale.
Un dettaglio che continua a pesare
Diciannove anni dopo, quella traccia resta lì, immobile ma carica di significato. Una goccia sola, isolata, apparentemente insignificante. Eppure capace di mettere in discussione tempi, movimenti e intenzioni.
Perché racconta due cose insieme. Che l’aggressore si è mosso dentro la casa. E che, in qualche modo, sapeva dove andare.
E in un caso come Garlasco, dove ogni dettaglio è stato analizzato e rianalizzato, è proprio quel tipo di certezza parziale a continuare a fare più rumore.







