Garlasco, le immagini choc nel pc di Stasi. L’omicidio di Chiara Poggi torna ancora una volta a occupare il centro della scena mediatica, e lo fa riaprendo uno dei capitoli più controversi dell’intera vicenda: il contenuto del computer di Alberto Stasi. A riaccendere il dibattito è stato l’intervento televisivo dell’ex generale dei Ris Luciano Garofano, che durante la trasmissione “Lo Stato delle Cose” ha parlato senza mezzi termini di immagini “molto raccapriccianti” presenti nella cosiddetta cartella “Militare”.
La cartella “Militare” e i minuti chiave prima del delitto
Da anni quella cartella rappresenta uno dei punti più discussi nel tentativo di individuare un possibile movente per l’omicidio di Chiara Poggi. L’attenzione si concentra su un intervallo preciso: tra le 21.59 e le 22.09 del 12 agosto 2007, quando la giovane si trovava da sola davanti al computer del fidanzato. Secondo una delle ipotesi investigative, proprio in quei minuti Chiara potrebbe aver avuto accesso ai file archiviati da Stasi, scoprendo contenuti pornografici catalogati per genere.
Una ricostruzione che, nel tempo, gli inquirenti leggono anche come possibile innesco di una discussione tra i due, poi degenerata. Tuttavia, la difesa di Stasi ha sempre sostenuto una versione completamente diversa: in quel lasso di tempo, Chiara avrebbe lavorato alla tesi universitaria del fidanzato, modificandone il testo e confermando così un rapporto sereno anche nelle ore immediatamente precedenti al delitto.
Garofano: “Immagini raccapriccianti”, la replica della difesa
Nel corso della trasmissione, Garofano ha chiarito di aver visionato il materiale analizzato dalla consulenza della famiglia Poggi, respingendo l’idea che si trattasse di semplice pornografia: “Ogni tanto qualcuno sottolinea che erano immagini di normale pornografia ma credo che qualcuno non abbia visto tutto. Quello che ho visto io, attraverso il lavoro Poggi, si tratta di immagini molto raccapriccianti”.
L’ex generale ha anche avanzato una riflessione sull’impatto che quei contenuti avrebbero potuto avere: “Vedere un’orgia tra più persone, riportandola nel 2007, non potrebbe aver sconvolto la ragazza? C’erano tante immagini che potevano sconvolgere Chiara Poggi. Seppure fosse abituata a immagini sul loro rapporto, vedeva altre cose che erano orrende”.
Parole che hanno provocato la reazione immediata dell’avvocato Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, che ha risposto duramente: “Con grande imbarazzo, rispondo che ho registrato queste sue affermazioni. Verrà un giorno in cui io gliele ricorderò sillaba dopo sillaba perché lei ha detto cose fuori dalla realtà. Si è permesso di fare un’introspezione psicologica senza alcuna capacità”.
Il nodo del movente resta irrisolto
A distanza di quasi vent’anni, il movente dell’omicidio di Chiara Poggi resta uno dei punti più oscuri della vicenda. Le stesse sentenze lo ribadiscono chiaramente: pur essendo state formulate diverse ipotesi, non è mai stata individuata una causa certa del delitto. Nel procedimento è stata inoltre richiamata la decisione della Cassazione che ha annullato senza rinvio la condanna per detenzione di materiale pedopornografico, escludendo la sussistenza del fatto.
Resta invece accertato che Alberto Stasi conservava nel proprio computer migliaia di immagini pornografiche, organizzate in cartelle e visionate con frequenza quotidiana. Un elemento che, secondo i giudici, avrebbe potuto generare discussioni all’interno della coppia, senza però rappresentare una prova diretta del movente.
Garlasco, le immagini choc nel pc di Stasi
Negli ultimi mesi la Procura di Pavia ha riaperto un filone investigativo che coinvolge Andrea Sempio, riportando l’intero caso sotto i riflettori. In questo contesto, ogni dettaglio torna a essere analizzato, comprese le dinamiche legate all’uso del computer e ai contenuti presenti al suo interno.
Eppure, nonostante perizie, consulenze e dichiarazioni sempre più nette, la verità sul movente continua a sfuggire. La cartella “Militare” resta così sospesa tra ipotesi e interpretazioni contrapposte, simbolo di un’indagine che, a quasi vent’anni dai fatti, non ha ancora smesso di dividere.







