Il giallo della ricina a Pietracatella si concentra sulle ricerche informatiche effettuate in quattro scuole e sulle circostanze dell’avvelenamento di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara. Roberta Bruzzone mette in discussione la coincidenza dei sintomi manifestati da Gianni Di Vita, mentre i familiari continuano a difenderlo.
Il duplice omicidio di Pietracatella, dove Antonella Di Ielsi e la figlia Sara sono morte per avvelenamento da ricina, continua a presentare interrogativi che gli investigatori stanno cercando di chiarire. L’inchiesta si concentra ora su oltre 160 computer distribuiti in quattro istituti scolastici, mentre la criminologa Roberta Bruzzone solleva dubbi su un elemento della vicenda: i sintomi manifestati da Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, che si sarebbe sentito male contemporaneamente alle due donne senza risultare però avvelenato.
Il caso della ricina a Pietracatella ruota attorno alla ricerca di chi possa aver avuto accesso al veleno e alle informazioni necessarie per utilizzarlo. La Squadra Mobile di Campobasso sta approfondendo i collegamenti tra alcune persone vicine alla famiglia e gli ambienti scolastici nei quali potrebbero essere state effettuate ricerche informatiche sulla sostanza.
Ricina a Pietracatella, oltre 160 computer sotto esame in quattro scuole
La prima ispezione degli investigatori si è svolta presso l’istituto agrario di Riccia, dove gli agenti della Squadra Mobile hanno lavorato per circa cinque ore acquisendo dati dai computer presenti nei laboratori e nelle aule.
Gli accertamenti hanno riguardato complessivamente 72 dispositivi, tra cui 18 portatili e due computer situati nel laboratorio vicino alla serra. Gli investigatori intendono verificare le ricerche effettuate attraverso questi strumenti, prestando particolare attenzione alla parola «ricina» e ad altri termini ritenuti rilevanti.
L’operazione rappresenta la prima di quattro ispezioni programmate negli istituti scolastici, con un totale di oltre 160 computer da esaminare. L’obiettivo è individuare eventuali tracce digitali che possano contribuire a ricostruire la provenienza del veleno e le conoscenze di chi lo avrebbe utilizzato.
Ricina a Pietracatella, gli accertamenti sulle persone vicine alla famiglia
L’attenzione degli investigatori si estende ad alcune persone che conoscono Gianni Di Vita. Tra queste figurano un’amica di lunga data, insegnante di matematica al liceo scientifico di Riccia, il marito della donna, tecnico di laboratorio nell’istituto agrario, e una cugina di Di Vita, anch’essa impiegata nel settore scolastico.
Le tre persone non risultano indagate, ma i loro collegamenti con gli istituti interessati dalle verifiche potrebbero fornire elementi utili all’inchiesta.
Il tecnico di laboratorio ha assistito alla perquisizione nella scuola dove lavora, mentre la cugina di Gianni Di Vita è stata ascoltata più volte in Questura. Gli investigatori avrebbero approfondito anche alcune questioni relative ai rapporti personali e familiari, comprese eventuali tensioni coniugali e il legame con l’amica insegnante.
Le verifiche informatiche potrebbero consentire di stabilire se qualcuno abbia cercato informazioni sulla ricina prima dell’avvelenamento e, soprattutto, se sia possibile risalire all’autore delle eventuali ricerche.
Ricina a Pietracatella, Roberta Bruzzone: «C’è una coincidenza che non mi convince»
A riaccendere l’attenzione sulla posizione di Gianni Di Vita sono state le dichiarazioni della criminologa Roberta Bruzzone, intervenuta durante La Vita in Diretta.
«Quello che non mi convince è che ci sono tre persone che vanno in ospedale e che manifestano sintomi fisici simili: due oggi sappiamo che erano state avvelenate, una no», ha osservato, riferendosi alle condizioni iniziali di Antonella, Sara e Gianni.
Secondo Bruzzone, la contemporaneità dei malesseri merita un approfondimento. «Se questo dato è affidabile, e non ho motivo di dubitarne, capisci che è una coincidenza temporale straordinaria».
La criminologa ha poi contestato l’ipotesi che i sintomi dell’uomo potessero dipendere semplicemente da una suggestione: «Non è che uno può avere una suggestione: se vomita vomita, se ha mal di pancia ha mal di pancia».
Il punto sollevato riguarda la differenza tra gli esiti clinici delle tre persone. Madre e figlia sono morte per avvelenamento da ricina, mentre Gianni Di Vita non sarebbe risultato intossicato e avrebbe recuperato rapidamente. Una circostanza sulla quale Bruzzone chiede maggiore chiarezza, senza che le sue osservazioni costituiscano un accertamento sulle responsabilità dell’uomo.
Ricina a Pietracatella, i familiari difendono Gianni Di Vita
Nonostante i dubbi sollevati pubblicamente, diversi familiari delle vittime continuano a esprimere fiducia in Gianni Di Vita, descritto come una persona stimata nella comunità di Pietracatella, dove in passato ha ricoperto anche la carica di sindaco.
Giovanna, cognata di Antonella, ha sostenuto che l’uomo sia estraneo alla morte della moglie e della figlia. Altri parenti hanno ricordato la sua reputazione e il ruolo svolto nella vita del paese, escludendo di aver mai riscontrato comportamenti tali da alimentare sospetti.
Anche Salvatore, padre di Antonella, ha raccontato le condizioni di sofferenza nelle quali si troverebbe il genero. «Sta come sta, è dimagrito. Colpevole o non colpevole, come deve stare?», ha dichiarato.
L’uomo ha inoltre riferito di aver chiesto direttamente a Gianni se fosse coinvolto nella vicenda, ricevendo una risposta negativa. In altre dichiarazioni lo ha definito «un bravo fesso», lasciando emergere la convinzione che dietro la tragedia possa esserci una situazione più complessa.
Ricina a Pietracatella, le analisi digitali potrebbero chiarire il mistero
Un altro elemento rilevante riguarda la natura dell’avvelenamento. L’infettivologo Matteo Bassetti ha espresso forti perplessità sull’ipotesi di un’assunzione accidentale della ricina, ritenendo la quantità coinvolta incompatibile con un episodio involontario.
Gli investigatori stanno quindi cercando riscontri materiali e informatici che permettano di ricostruire come il veleno sia arrivato alle vittime. Le verifiche sui computer delle scuole potrebbero diventare decisive qualora emergessero ricerche riconducibili alla preparazione o all’impiego della sostanza.
Restano da chiarire le modalità dell’avvelenamento, il possibile coinvolgimento di persone vicine alla famiglia e la coincidenza temporale dei sintomi sulla quale si è soffermata Roberta Bruzzone. Le risposte dipenderanno dagli esiti degli accertamenti scientifici e dall’analisi dei dati acquisiti dagli investigatori.







