L’italiano, lingua di cesellatori di sillabe, di miniatori del pensiero, di architetti dell’armonia verbale, conosce oggi una stagione singolare, segnata da un’invasione tanto silenziosa quanto capillare: quella degli inglesismi. Si tratta di una mutazione culturale profonda, che investe il nostro modo di nominare il mondo e, conseguentemente, di percepirlo.
Dal volgare fiorentino
Sin dai tempi in cui il volgare fiorentino si impose come lingua letteraria attraverso l’autorità di Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, l’italiano ha mostrato una prodigiosa capacità di assimilazione. Ha accolto provenzalismi, francesismi, ispanismi, germanismi; ha piegato al proprio ritmo termini stranieri, li ha rifusi nella propria musicalità, li ha resi consoni al proprio timbro fonetico. La storia della lingua italiana è, in fondo, storia di incontri e di ibridazioni. Ma mai come nell’età contemporanea l’innesto si è fatto così massiccio e, talvolta, così poco meditato.
Gli inglesismi comuni
Il lessico dell’economia, della tecnologia, della comunicazione e, perfino della vita quotidiana, appare oggi costellato di parole inglesi che, lungi dall’essere necessarie, spesso sostituiscono equivalenti italiani già esistenti e perfettamente vitali. Si parla di meeting invece di riunione, di deadline anziché scadenza, di smart working al posto di lavoro agile. Si organizzano eventi che diventano event, si celebrano performance anziché prestazioni o esibizioni.
Ancor più significativo è il caso di parole italiane che, pur esistendo e possedendo una lunga tradizione d’uso, sembrano oggi svanite dall’orizzonte comune perché soppiantate quasi integralmente dal corrispettivo inglese. Così fine settimana cede il passo a weekend, al punto che molti giovani percepiscono la forma italiana come artificiosa o libresca; il curriculum vitae si abbrevia in CV, pronunciato all’inglese; il colloquio diviene job interview; la squadra si trasforma in team, e l’allenatore in coach; la marca è ormai un brand; il sondaggio un survey; la vendita promozionale un sale; la notizia falsa una fake news. Persino l’antica e nobilissima parola calcolatore è stata quasi del tutto espulsa dall’uso comune, sopravvivendo solo nei manuali tecnici, mentre computer domina incontrastato.
Non si registra soltanto un mutamento di suono ma un’erosione di memoria
Ogni parola italiana reca con sé una genealogia, un’eco di secoli, una stratificazione di significati che l’inglesismo, per quanto funzionale, non può replicare. Quando diciamo weekend, non evochiamo la stessa idea di pausa raccolta e domestica che suggerisce fine settimana; quando parliamo di brand, smarriamo l’antica concretezza artigianale della marca, che rimanda al segno impresso, alla traccia tangibile del fare umano.
Eppure, questa sostituzione sistematica non è neutra. Ogni parola reca con sé un orizzonte semantico, un patrimonio di sfumature, una sedimentazione culturale. L’italiano possiede una straordinaria ricchezza derivativa e compositiva, una duttilità che consente di forgiare neologismi con coerenza interna e trasparenza morfologica. Quando si preferisce un forestierismo non per necessità, ma per vezzo o per sudditanza psicologica, si compie un gesto che è insieme linguistico e simbolico: si abdica, in parte, alla fiducia nella propria lingua.
Le lingue vivono di scambi e contaminazioni
Non si tratta, beninteso, di indulgere in un purismo anacronistico o in un nazionalismo linguistico di maniera. La storia insegna che le lingue vivono di scambi e contaminazioni; e l’inglese, oggi, è veicolo di innovazioni scientifiche e tecnologiche che spesso nascono in contesti anglofoni. In tali ambiti, l’adozione del termine originario può risultare giustificata, quando esso designi una realtà nuova e priva di equivalente preciso. Ma altra cosa è l’uso inflazionato, talora ostentato, che trasforma l’inglesismo in un ornamento superfluo, in un tic lessicale.
Nulla impedisce all’italiano di nominare il futuro con parole proprie
L’invasione degli inglesismi riflette un rapporto complesso con la modernità e con il potere simbolico delle lingue dominanti. Se nel Rinascimento l’italiano fu lingua di irradiazione culturale in Europa, oggi esso si trova in posizione diversa, spesso percepito come idioma della tradizione più che dell’innovazione. Ma tale percezione è frutto di un atteggiamento, non di una necessità intrinseca. Nulla impedisce all’italiano di nominare il futuro con parole proprie, di tradurre e adattare con eleganza ciò che nasce altrove.
Difendere la lingua significa coltivarla, esercitare una vigilanza critica sull’uso delle parole, interrogarsi sulla loro provenienza e sulla loro pertinenza, scegliere consapevolmente. Ogni volta che optiamo per un termine italiano laddove sarebbe possibile farlo, compiamo un atto di responsabilità culturale; riaffermiamo che la nostra lingua non è un relitto venerabile, ma uno strumento vivo, capace di esprimere la complessità del presente.
L’italiano, che ha saputo dare voce alla Commedia di Dante, al Canzoniere di Petrarca, al Decameron di Boccaccio, ai canti di Leopardi, al Barone rampante di Calvino, non merita di essere relegato a lingua ancillare, subordinata a un lessico d’importazione. Esso possiede una dignità e una potenza espressiva che attendono soltanto di essere esercitate con consapevolezza. Non si tratta di chiudere le porte al mondo, ma di attraversarlo senza smarrire la propria identità sonora e semantica.
Custodire la nostra anima culturale
Tornare alla nostra lingua non significa rinnegare il dialogo con l’esterno, ma rinsaldare il nucleo della nostra identità culturale. In ogni parola italiana custodita e preferita vibra una memoria collettiva, una storia condivisa, un modo peculiare di sentire e di pensare. Preservare e privilegiare l’italiano, là dove esso può ancora dire con pienezza ciò che viviamo, equivale a preservare noi stessi: la nostra tradizione, la nostra sensibilità, la nostra voce nel concerto delle nazioni. Perché una lingua non è soltanto uno strumento di comunicazione, ma la forma stessa della nostra coscienza storica; e custodirla è, in definitiva, custodire la nostra anima culturale.
di Ernesto Mastroianni







