Nel 2026 la pressione fiscale in Italia ha raggiunto il 43% del Pil, segnando il valore più elevato degli ultimi dieci anni. E proseguendo la traiettoria di crescita avviata nel 2024. L’incremento rispetto al 41,6% registrato nel 2022 ammonta a 1,4 punti percentuali.
Il maggior gettito che spinge l’indicatore generale è stato alimentato dall’espansione dell’occupazione e dal contributo straordinario richiesto a banche, assicurazioni e grandi imprese. Oltre che da un effetto tecnico di contabilizzazione dei bonus sul cuneo fiscale.
È quanto emerge dall’analisi sui conti dell’ultimo report della Cgia. Ad alimentare gli incassi dell’Erario sono 24,1 milioni di lavoratori dipendenti, 14,5 milioni di pensionati, e 1,6 milioni di lavoratori autonomi titolari di partita Iva.
La classifica nazionale
La Città metropolitana di Milano si conferma la capitale fiscale d’Italia: nel 2024 ciascun contribuente del capoluogo lombardo ha versato in media 9.066 euro di Irpef, a fronte di un reddito complessivo medio dichiarato di 34.803 euro.
Al secondo posto figura Roma con 7.536 euro pro capite (e un bacino di 3 milioni di contribuenti). In terza posizione c’è Monza e Brianza (7.100 euro), seguita da Bolzano (6.975 euro) e Bologna (6.846 euro).
All’estremo opposto della graduatoria si collocano alcune province del Mezzogiorno come Crotone (3.867 euro), Vibo Valentia (3.836 euro), Sud Sardegna (3.743 euro) e Ragusa (3.689 euro). Questa forte differenziazione geografica riflette direttamente il meccanismo della progressività fiscale: laddove i redditi medi sono più elevati, le aliquote crescono e l’imposta si appesantisce, fornendo al contempo le risorse per una rete di servizi pubblici locali tendenzialmente più estesa.
Il prelievo al 43%: chi sta pagando di più?
Il motivo per cui la pressione fiscale è salita al massimo decennale del 43%, rispetto al 42,9% del 2025, nonostante i tagli alle imposte dirette per i lavoratori, risiede, evidenzia la Cgia, in tre fattori strutturali e contabili.
Il primo è la spinta impressa dai nuovi occupati. Negli ultimi quattro anni si sono registrati 1,1 milioni di ingressi nel mondo del lavoro i quali, insieme ai rinnovi dei contratti collettivi di lavoro, hanno determinato un incremento naturale del gettito Irpef e dei contributi previdenziali.
Poi c’è il contributo di banche, assicurazioni e grandi imprese. Il carico fiscale sulle grandi realtà economiche si è inasprito a causa dello stop al meccanismo Ace, l’Aiuto alla crescita economica. Questo garantiva circa 3 miliardi all’anno di sconti, della sospensione della deducibilità di alcune voci di costo (svalutazioni crediti e avviamento). Insieme alla revisione di Irap ed extraprofitti per il settore creditizio e assicurativo, chiamato a versare 5,6 miliardi di euro aggiuntivi.
Terzo elemento il peso del cuneo fiscale. La trasformazione della decontribuzione Inps in un bonus diretto per i redditi fino a 20.000 euro ne ha modificato la classificazione nel bilancio pubblico. Poiché il bonus (pari a circa 0,2 punti di Pil, ovvero 4,5 miliardi su un taglio complessivo del cuneo di 18 miliardi) viene registrato come maggiore spesa pubblica anziché come minore entrata tributaria, esso va ad appesantire il dato statistico della pressione fiscale pur lasciando più risorse nette nella busta paga del lavoratore.
Il bilancio delle manovre dal 2023 al 2026
Sul fronte dell’alleggerimento per famiglie e lavoratori, la sequenza delle quattro Leggi di Bilancio dell’ultimo quadriennio ha mobilitato interventi per un valore cumulato lordo di 45,7 miliardi, che si traducono in un beneficio netto permanente di 33,3 miliardi.
Nel 2024 e nel 2025 con l’accorpamento del primo scaglione Irpef al 23% fino a 28.000 euro, i risparmi sono stati di 22,6 miliardi.
Con l’ultima legge di Bilancio, la riduzione della seconda aliquota Irpef dal 35% al 33% assicura un risparmio fiscale di 2,9 miliardi.







